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La complessità

1 marzo 2017

La complessità

Stamattina ero prontissima. Mi sono preparata per andare dal pediatra per il vaccino di Benedetta ed ero sicura al 100%: «Questa è l’ultima volta, poi cambio dottore». Ero stufa di questa dottoressa brava sì, per carità, ma non empatica, non tenera, non accogliente. «È tedesca» dicevo alle mie amiche. «È fredda come i tedeschi, capite?».

Siamo arrivate e…niente, un’altra persona. Tutto un susseguirsi di sorrisi, gentilezze, tenerezze, attenzioni e risposte iper educate. Benny, innamorata, continuava ad andare al di là della scrivania, a giocare a bubusettete con lei, e io me ne stavo lì a guardarle nel loro idillio zuccheroso, e a un certo punto ho pensato…ho pensato a quante volte mi sbaglio.

Ho pensato a quando uso le categorie per analizzare la realtà, e da qualche parte ultimamente ho letto che quando ricorri alle categorie vuol dire che sei impaurito. Classificare, ragionare per categorie, è il primo passo verso il razzismo.

Ho pensato ai miei quasi due anni fuori dall’Italia e ho capito che sì, sono cambiata, ma in un senso solo: ho deciso di sospendere il giudizio. Conoscere altre culture è importante, certo, parlare altre lingue figuriamoci, è essenziale, prima lo fai meglio è, questo lo avevo capito anche nel mio anno di Erasmus 19 anni fa e nei miei anni in ufficio e in viaggio spesso da sola, ma immergermi nella varietà che il mondo mi offre non può e non deve legittimarmi a categorizzare ancora.

Meglio l’Italia? Meglio qua? Lo ammetto, non so rispondere. Certo, pochi giorni fa sono stata una settimana in ospedale a Torino con mio padre e…beh, pensavo all’ospedale lussemburghese in cui ho partorito Benedetta e mi è sembrato di vedere un abisso di differenze. Ma si può davvero, con onestà intellettuale, fare il confronto fra una nazione di 60 milioni di abitanti e una di 500.000? No, ovvio. Ma al di là delle quantità, come si fa a non tenere conto della storia, delle risorse, delle condizioni di ogni singolo paese?
Ogni volta che per analizzare la realtà non ti fermi a osservarne la complessità, ogni volta che semplifichi, sei sulla buona strada verso l’errore.

Non riesco più a sopportare chi dice che in Italia fa tutto schifo come non riesco a sopportare chi pensa che fuori dai nostri confini non esistano il cibo buono, il sole, i sorrisi, la simpatia.
I bambini italiani sono più rumorosi, i francesi più obbedienti, i tedeschi più composti? BOH. Vivo in un posto super multiculturale, un posto in cui nei parchi ci sono bambini con la pelle e i capelli di ogni colore e la mia risposta è…BOH. Ho visto bambini francesi urlare contro la mamma, tedeschi tirare petardi fra i piedi dei passanti e italiani giocare tranquilli senza alzare la voce.
Ho pensato che la pediatra delle mie figlie fosse la solita tedesca fredda e incapace di tenerezza, e stamattina mi stava venendo il diabete al vederla tenere in braccio Benedetta.
Ho creduto per anni che nel Nord Europa le scuole fossero perfette come tanti articoli ci fanno pensare, e poi ho scoperto che qua la bontà o meno di una scuola dipende dagli insegnanti, dall’impegno dei dirigenti, e da tantissimi fattori, esattamente come in tanti altri paesi.
Ho avuto paura, arrivando qua, della freddezza delle persone del Nord, e poi è stato a un barista torinese la settimana scorsa che avrei voluto dire che un sorriso non costa nulla.

Intendiamoci, categorizzare e fare confronti è un istinto naturale. Quando torno a Torino ho la tentazione costante di paragonare là a qua. Per fortuna spesso mi viene in mente che io della mia città, del mio paese d’origine, conosco un minuscolissimo pezzetto che non rappresenta nemmeno vagamente l’intera realtà, e così del paese in cui vivo oggi. Per quanto io possa viaggiare, trasferirmi, conoscere e studiare, non riuscirò mai a fare un serio confronto fra due culture o fra due nazioni. Ma poi, fare confronti, alla fine, ha senso? E a cosa serve, esattamente?
È proprio questo, forse, il senso del viaggiare: riconoscere la complessità del mondo, e sospendere il giudizio.

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10 Commenti

  • Rispondi NonPuòEssereVero 1 marzo 2017 at 16:17

    Ultimamente anche io mi sono rotta le scatole di sentire parlare dell’Italia per partito preso.
    Io in Italia ci sto bene, sono realizzata e felice (togliendo qualche momento di sconforto, ma credo sia normale ovunque) e ora come ora non mi sposterei.
    Ho avuto modo di vedere che fuori non è tutto oro quello che luccica e anche all’estero ci sono tantissime persone insoddisfatte del loro paese.. dovremmo imparare, ovunque ci troviamo, a cercare sempre il lato positivo delle cose 🙂

    • Rispondi Valentina Stella 1 marzo 2017 at 23:49

      È proprio questo il punto: trovare il lato positivo delle cose, ovunque siamo, hai ragione!!!

  • Rispondi CS 1 marzo 2017 at 16:40

    Concordo pienamente, lo penso anche io da sempre e soprattutto adesso che vivo all’estero. I confronti sono sempre poco oggettivi, servono a noi per avere delle certezze ma in realtà lasciano il temp che trovano. Ci sono le persone e si qualche “usi e costumi” particolari, tutto qui. Ma generalizzare attitudini, comportamenti, sentimenti, emozioni, pensieri è puro esercizio creativo. E poi, non esistono luoghi migliori o peggiori perchè non ci sono luoghi in sè, ma persone, affetti che li rappresentano.

    • Rispondi Valentina Stella 1 marzo 2017 at 23:50

      Ecco, hai detto esattamente tutto quello che penso! Ed è proprio vero: i confronti spesso ci servono per avere delle certezze ma non hanno molto senso.
      Grazie 🙂

  • Rispondi Giulietta Saconney 2 marzo 2017 at 4:47

    hai ragione… vivendo all”estero comunque si acquisisce una capacita’ di analisi superlativa sia nei confronti del nostro Paese, che guardiamo con occhi piu distaccati, sia nei confronti del Paese che ci ospita che conosciamo in modo piu approfondito… mai fermarsi al primo impatto…

  • Rispondi Francesca Micheletti 2 marzo 2017 at 13:24

    Resta da capire cosa abbia preso la pediatra quella mattina, per trasformarsi improvvisamente in uno zuccherino! : )))

  • Rispondi Betty 10 marzo 2017 at 9:44

    La signora che ha ospitato in America mio figlio quando ha fatto un anno all’estero diceva sempre, del suo paese (ma per estensione si potrebbe dire di tutti) :” Non è meglio, non è peggio, è semplicemente diverso!”

    ciao

    Betty

    PS. Anche io vivo in Italia, seguo blog di espatriati e mi viene il nervoso quando uno di loro comincia a criticare il suo paese di origine, come se in quello dove abita non ci fossero esempi di vandalismi, corruzione, inefficienza statale ecc ecc…Mi sembra che si mettano il paraocchi e comincino a pensare di vivere nel paese delle favole.

    • Rispondi Valentina Stella 15 marzo 2017 at 11:46

      Ciao Betty! Scusa se ho pubblicato il tuo commento solo ora ma non ero connessa…Hai ragione, è proprio quell’atteggiamento che mi innervosisce!

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