Erasmus passato storie

Auguri, Europa

24 marzo 2017

AuguriEuropa
Sono nata in Europa quasi 41 anni fa ma nella prima metà della mia vita non ho mai saputo di essere cittadina europea. Abitavo in Italia, i ghiaccioli costavano 100 lire, e quando andavamo in Francia d’estate ci fermavamo alla frontiera, abbassavamo i finestrini, i gendarmi osservavano le nostre carte d’identità e poi ci facevano passare. A volte però i documenti non bastavano, e allora ci facevano scendere e controllavano tutto: borse, bagagliaio, sedili.
È stato nel 1998 che ho scoperto di essere cittadina europea di nazionalità italiana. E l’ho scoperto come scopri le cose quando hai 22 anni: divertendomi. Era il 30 settembre, l’aereo era appena atterrato, io ero sulla scaletta e quasi non riuscivo a respirare perché c’era troppo vento. Il cielo era azzurro, faceva caldo. Lisbona stava diventando la mia città.

Avevo fatto le pratiche per l’Erasmus sull’onda dell’entusiasmo dei miei amici: tutti lo facevano, perché io no? Si sarebbe trattato di andare a vivere per un anno fuori dall’Italia, imparare una nuova lingua, conoscere nuove persone, studiare, dare esami. Divertirsi.

Io da quell’anno ho ricevuto molto di più di quanto potessi immaginare, ma soprattutto mi è successa una cosa di cui non mi sono resa conto subito: sono diventata europea. Sono diventata cittadina di quell’Unione in cui ero nata 22 anni prima. Ho conosciuto l’Europa sulle facce e nelle parole delle persone che incontravo. Ho parlato di Europa in serate colorate di tramonti musica e birra. Ho abitato con spagnoli, portoghesi, francesi, tedeschi, e tramite i loro racconti ho vissuto un po’ a Valladolid, a Porto, a Parigi, a Stoccarda.
Ho insegnato ai miei amici ad aspettare che l’acqua bollisse prima di buttare la pasta la stessa sera in cui loro mi hanno insegnato che la miglior tortilla ha il cuore che rimane quasi liquido. Ho ascoltato i racconti di chi aveva avuto un nonno nell’esercito che si era ribellato a Marcelo Caetano e mi sono venuti i brividi quando ho scoperto che il giorno  della liberazione dalla dittatura portoghese è il 25 aprile.

Ho osservato le differenze, ho amato le somiglianze, ho imparato, ho sorriso, mi sono innamorata, ho pianto, mi sono rotolata per terra dalle risate una notte in praça dos Restauradores con la mia amica Susana parlando quella lingua strana che era un miscuglio di spagnolo italiano e portoghese.

Sono stata per 12 mesi esatti in quel mondo sospeso che è il mondo dei giovani quando non hanno confini, non vogliono confini, e vogliono solo crescere insieme. Quel mondo in cui ci si capisce anche se non si parla la stessa lingua, quel mondo in cui si discute ma poi ci si spiega, perché in pace si vive meglio. Quel mondo che i padri fondatori dell’Europa hanno studiato per noi, proprio per noi, per i loro figli e nipoti, perché non dovessimo più vedere l’orrore della guerra.

Oggi è comodo dare la colpa all’Europa. Quando sei un politico e non hai o non vuoi avere strumenti per spiegare situazioni complesse, scegli la via più semplice: dare la colpa agli altri. E allora tutto diventa colpa dell’Europa.

Come se l’Europa non fossimo noi, tutti insieme.
Come se l’Europa non avesse contribuito in questi 60 anni a farci vivere in pace.
Come se l’Europa non fosse il più grande regalo che i nostri genitori e i nostri nonni potessero farci, e che noi potremo continuare a fare ai nostri figli.

Quando sono scesa dalla scaletta dell’aereo, quel 30 settembre 1998, sapevo che mi sarei divertita, sapevo che avrei visto cose nuove, sapevo che sarei stata bene, ma non sapevo una cosa fondamentale. Non sapevo che quei mesi mi avrebbero fatta sentire davvero europea. Mi avrebbero fatto conoscere e riconoscere le mie radici. E mi avrebbero fatto venire voglia di lottare sempre per mantenere intatto quel regalo prezioso e fragile che è l’Europa unita.

Auguri Europa, per i tuoi 60 anni dal Trattato di Roma.

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3 Commenti

  • Rispondi Mocaliana 27 marzo 2017 at 10:14

    Bel post! Io che di anni ne ho una decina più di te, invece, non mi sono mai sentita così europea, ho viaggiato per l’Europa voglio bene ai nostri cugini, mi piace che abbiano unito l’Europa, ma un sentimento europeo non lo percepisco… Non so se rendo l’idea di quello che voglio dire. E ora mi pare che non si faccia nulla per tenerla unita questa Europa, la moneta non basta, anzi, bisognerebbe sforzarsi un po’ per cedere un pò di sovranità nazionale e unirsi un pò di più anche “politicamente” o “governativamente” come dire? Non lo vedo rosa il futuro, purtroppo..

    • Rispondi Valentina Stella 27 marzo 2017 at 12:29

      Hai proprio centrato il punto fondamentale: l’unione politica è vitale per questa Europa. Eppure credo/temo che molti paesi abbiano paura di avvicinarsi a quell’obiettivo. Pensa che proprio durante il mio Erasmus, nel 1998, il mio professore di Integrazione Europea (era proprio un corso che raccontava come stava avvenendo l’integrazione) un giorno disse «Tutte queste cose meravigliose che vi sto dicendo sul futuro dell’Europa potrebbero crollare se nessuno si deciderà a creare anche un’unione politica». È quello che sta succedendo, ma spero si possa ancora cambiare rotta. Ci sono nuovi politici, giovani, che sono pronti a scommettere su un’unione politica. Mi viene in mente Macron, che spero con tutto il cuore vinca in Francia ad aprile, ma ce ne sono altri. Speriamo!

  • Rispondi Sandra 19 aprile 2017 at 9:17

    Come te, qualche anno più tardi anche io ho scoperto di essere europea, e infatti oggi mi piange il cuore quando sento certi discorsi rancorosi, che dipingono l’Europa come il male assoluto.
    Un abbraccio!

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