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Tornare

8 gennaio 2017

tornareSiamo uscite presto stamattina, faceva freddo, io ero nascosta fra la sciarpa e il cappello e lei invece come sempre senza sciarpa, senza cappello, senza guanti. Una piccola nordeuropea con il cognome italiano. Ho cercato di chiuderle il sacco del passeggino attorno alle gambe, ho rimediato un calcio con quelle scarpe da bambini piccoli che hanno la suola di marmo, e siamo partite per una passeggiata.
Le giornate con una bambina di 17 mesi possono essere eterne, ma se cammini, se stai fuori casa, sono molto più colorate.

Tornare. Parti, vai a vivere da un’altra parte, lasci amici e famiglia, immagini tutto ciò che costruirai là, e non sai che d’ora in poi comincerai anche a tornare a casa, che casa tua non è più.

Tornare, che vuol dire aprire delle finestre nella tua vita, finestre fatte di amici famiglia posti preferiti chiacchiere abbracci, ma vuol dire anche chiuderle, quelle finestre, in una data precisa, per tornare lassù, dove è la tua quotidianità.
Ho la fortuna di avere a Torino persone che amo e che trovano sempre il modo di esserci, anche solo per un minuto, e questa cosa fa sì che il mio tornare sia ogni volta, ogni santissima volta, meraviglioso e malinconico allo stesso tempo. Meraviglioso sempre, malinconico gli ultimi giorni, quando comincio a pensare alla partenza.
Sarei dovuta partire in macchina il 4 gennaio con lui e Guia, e poi però abbiamo deciso di restare qua Benedetta ed io. Sei giorni da sole noi due, sempre con gli stessi ritmi – i ritmi sono importanti – sveglia colazione gioco passeggiata pranzo nanna gioco cena nanna, sei giorni in cui l’ho osservata, l’ho ascoltata, l’ho abbracciata, le ho tagliato la frangia (male), l’ho fatta ballare, le ho parlato. Sei giorni che mi sembravano lunghissimi, e sono passati senza che me ne rendessi conto.
Ma anche sei giorni di nuovo da sola in giro per Torino con una neonata, come sette anni fa. Diecimila passi al giorno perché così suggerisce l’OMS, lei che balla davanti a ogni musicista di strada, raccatta grissini da ogni droghiere, si fa pregare per un sorriso ma poi, quando comincia, ride con le fossette e con gli occhi.

Stamattina siamo arrivate nel mio bar preferito, lei stava mangiando un croissant e io un tramezzino. Il barista mi ha servito il caffè e poi mi ha detto «Fra una settimana è un anno che mia moglie è mancata». Ho farfugliato qualcosa – non ci eravamo mai parlati noi due – e poi mi sono sentita chiamare «Signora, signora!». Mi sono girata e una donna anziana mi ha detto «Guardi sua figlia, poverina!». Benedetta era lì, con lo sguardo fra il contrariato e lo stupito: un cane le stava mangiando il croissant dalla mano.
«Sono costernato (ha detto proprio così: costernato), non l’ha mai fatto! Lola, ma come ti permetti?» Lui era un signore con gli occhiali, un forte accento e la gentilezza piemontesi, il loden e il cappello.
Abbiamo sorriso tutti, Benedetta ha fatto ciao ciao con la mano a Lola, io ho continuato a parlare con il barista.

Vai a vivere lontano, ti sembra di abbandonare la città in cui hai vissuto per 38 anni, e non sai che poi comincerai a tornare, che è come non abbandonarla mai davvero. È come bere ogni volta un centrifugato di tutto ciò che è stato, dei tuoi affetti, delle cose che ami. Un centrifugato delle tue radici. Che sono importanti, sempre.

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5 Commenti

  • Rispondi verdeacqua 9 gennaio 2017 at 12:04

    come conosco bene la sensazione del tornare…

  • Rispondi Kiara 9 gennaio 2017 at 13:00

    Che bello questo tuo post, che gli inglesi definirebbero dal retrogusto “bittersweet”! Hai reso meravigliosamente il gusto e il sapore di queste dolci giornate torinesi mamma & figlia…e ritratto con perizia il monumento che scorgo dall’ufficio in questo esatto momento;-) Ma a questo punto sono curiosa di assaporare anche resoconti di giornate “mitteleuropee” con le tue donnine, per coglierne le differenze o magari le analogie…:-)

    • Rispondi Valentina Stella 10 gennaio 2017 at 14:31

      Ciao Kiara! Ora che siamo tornate sono pronta a raccontare anche le giornate qua al Nord! 🙂

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