pensieri

Da un altro sgabello (una confessione)

30 gennaio 2017

DaunaltrosgabelloDevo fare una confessione. Niente di incredibile, niente di trascendentale: solo che tanti anni fa io ero molto diversa. O forse ero soltanto giovane. E mi piaceva essere contro. Mi piaceva essere io contro il mondo, io contro la maggioranza, io contro quelli che pensavano di essere nel giusto.

Ho fatto il liceo classico in uno dei licei più di sinistra della mia città. Il liceo del centro, il liceo in cui hanno studiato gli intellettuali, il liceo in cui non essere di sinistra voleva dire essere contro.
E io, prontissima, mi sono messa subito contro. Mi è bastata una manifestazione contro la guerra in Bosnia per capire che no, io non potevo essere come loro. Io dovevo essere diversa.
Tralascio tutti i partiti ai quali mi sono sentita affine e che poi dai 18 anni ho votato: sono stati tanti, davvero.

Poi però sono successe delle cose.

Prima di tutto sono andata in Erasmus. Sono uscita dalla mia vita di tutti i giorni, ho cambiato le mie abitudini, all’improvviso non avevo più a disposizione i soliti amici, i soliti posti, le solite sicurezze. Soprattutto, avevo nuove persone con le quali parlare. Con le quali confrontarmi. E confrontarsi a Lisbona a 22 anni con gente che arriva da tutta Europa vuol dire parlare di come si fa bollire la pasta, degli innumerevoli utilizzi del bidet, ma anche parlare di storia, geografia, pensieri, sogni, ambizioni.
Vuol dire mettersi in discussione. Vuol dire cominciare a sentire dentro di sé una piccola voce che dice «Guarda che forse qualche tua sicurezza è sbagliata».

Sedevamo attorno al nostro tavolo di legno, fumavamo sigarette, bevevamo birra e mangiavamo spaghetti, tortillas, pasteis de nata e bolas de berlim, e non avevamo un posto preciso, ogni sera giravamo su quegli sgabelli traballanti, e ogni sera una mia sicurezza vacillava. Ogni notte, quando andavo a dormire sempre troppo tardi, avevo imparato a guardare le cose da un altro punto di vista. Da un altro sgabello.

Sono tornata a Torino e, dopo i primi sei mesi in cui sono stata fidanzata con Blockbuster e con i chili che avevo accumulato a Lisbona, ho ricominciato a uscire, ma non sempre con i miei soliti amici. Ho cercato di vedere persone nuove, di andare in locali che avevo sempre evitato. E pian piano – non è stato un processo veloce, ci sono voluti anni – ho capito che le mie idee politiche non avevano nulla a che fare con ciò che ero io veramente.
Non avevano nulla a che vedere con quel libro dei discorsi di Kennedy che la mia mamma mi aveva regalato tanti anni prima. Non avevano nulla a che fare con la mia educazione cattolica. Non avevano nulla a che vedere con la Valentina tredicenne che ascoltava gli U2, scriveva sul diario le frasi di Bertrand Russell e sperava di poter cambiare il mondo prima o poi.

Non è importante cosa voto oggi, anche se posso dire che voto chi ha a cuore i diritti civili, chi crede nell’Europa, nella pace, nell’inclusione e nell’apertura verso chi ha bisogno di aiuto. Voto chi ha programmi seri e realizzabili, non chi mi dice che da domani avrò uno stipendio senza fare nulla e starò sempre bene, senza avere la minima idea di come raggiungere quel risultato.

Non è importante cosa voto, dicevo: è importante per me avere capito che quando volevo essere contro a tutti i costi, stavo solo solleticando il mio ego, senza pensare agli altri, senza pensare a chi stava peggio di me. Ed è importante anche aver capito che troppo spesso, in nome di un tifo politico fine a se stesso, ci dimentichiamo – soprattutto noi donne – che molti dei diritti dei quali godiamo, alle nostre nonne erano negati.
Ricordo cosa pensavo della politica, anche per colpa di un 1992 che mi aveva trovata sedicenne, e ricordo che, nonostante le tante ore di greco, non sapevo – o non volevo – distinguere fra una cosa bellissima, la politica, appunto, e qualcosa che può non essere bella, i partiti.
Ricordo molto bene cosa pensavo a 17 anni del femminismo. Ricordo che – come forse è naturale a quell’età – non riuscivo a cogliere le sfumature: o tutto bene o tutto male, o bianco o nero.

Quando è stato eletto Trump ho scritto su Facebook che un giorno ci saremmo ricordati di quegli anni in cui avevamo dato per scontata la democrazia. Mi hanno detto che stavo esagerando, chissà cosa sarebbe potuto capitare mai.

È quando dai per scontati i diritti per i quali altre persone hanno lottato che cominci a perderli. È in quel momento che lasci la cassaforte aperta, e i tuoi tesori lì, davanti a tutti, davanti al primo che può passare e rubarli.
È quando non tieni a mente che le donne votano solo dal 1948 che ti ritrovi a dire «Ma cosa vorranno mai le donne ora, per scendere in piazza a protestare?».
È quando, per il gusto di andare contro, ti ritrovi a criticare chi in questi giorni sta occupando aeroporti e strade, che prepari un futuro in cui non lo si potrà più fare. Magari ne sei consapevole e lo vuoi, spesso invece non te ne rendi conto.

C’è chi dice che sono solo parole queste, che tutto ciò che si sta scrivendo in questi giorni sono solo frasi inutili. Beh, se non avessi parlato per notti intere passando di sgabello in sgabello, se non avessi letto articoli libri e testi di canzoni, se non avessi ascoltato chi stava solo facendo chiacchiere, forse io sarei ancora lì, all’essere contro a tutti i costi. Forse non mi porrei mille domande sull’educazione delle mie figlie, non mi chiederei ogni giorno cosa posso fare per renderle libere, sicure, consapevoli di poter diventare qualsiasi cosa nella vita. Forse non avrei mai capito che cosa era e sarà sempre davvero importante per me.
Per me e per le piccole donne che sto, che stiamo crescendo, giorno dopo giorno.

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10 Commenti

  • Rispondi speranzah 30 gennaio 2017 at 16:11

    Tutto ciò che stiamo scrivendo in questi giorni non è inutile. Serve per chiarirci le idee. Per farci coraggio. Per sentirci meno soli. Per dirci che non vogliamo tornare indietro. Grazie per questo post.

  • Rispondi NonPuòEssereVero 30 gennaio 2017 at 21:20

    Bellissimo post, complimenti davvero.

  • Rispondi Valentinavk 30 gennaio 2017 at 23:16

    Gioberti? Una delle mie migliori amiche andava li, matura 98, quando la conobbi entrai nel giro della rivoluzione 😀

    • Rispondi Valentina Stella 31 gennaio 2017 at 12:02

      😀 No! Andavo al D’Azeglio. Però sì, erano molto simili quei due licei!

      • Rispondi Valentinavk 31 gennaio 2017 at 22:49

        Aspe’ il d azeglio stava sulle palle al resto della citta intera, culla di cabinotti ricchi e viziati, di sinistra col sedere altrui 🙂 quelli del gioberti erano I combattenti 😀
        Io andavo al cattaneo, un mix di media e bassa classe dove la bruttezza della struttura Che ci ospitava, fatta di lamiere brucianti D estate e gelide D inverni, ci rendeva tutti piu uguali e collaborativi 😀

        • Rispondi Valentina Stella 31 gennaio 2017 at 23:05

          Ahahah sarà proprio per quell’essere di sinistra col sedere degli altri che mi sono buttata subito dall’altra parte!!!
          Invece al Cattaneo avevo un sacco di amici anche perché era lo scientifico della mia zona!

  • Rispondi Barbara 31 gennaio 2017 at 19:21

    Ti ho letta tutto di un fiato. E stavo bruciando la cena in cucina…Si, spostandoci dal nostro punto di vista riusciamo a cogliere quelle sfumature che sfuggono guardando solo verso una direzione. Grazie per questa tua riflessione e penso anche io che la prima rivoluzione si faccia proprio parlando anche quando ti dicono che è inutile o superfluo.

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