pensieri

Dicembre (ovvero quando non sai quale titolo scegliere)

12 dicembre 2016

dicembre

Abitare lontano vuol dire tante cose. Vuol dire principalmente avere tanto silenzio in più. Certo, c’è il telefono, c’è skype, e ci sono mille modi per sentire le persone che ami, ma è diverso. Io adoro la solitudine e il silenzio e quindi non mi lamento, ma ci sono giorni in cui in effetti è strano non parlare con nessuno.

Penso tanto. Mentre cammino, mentre guido, mentre aspetto che Guia esca da scuola.
Non scrivo da troppo tempo. Avevo iniziato una cosa, mi sembrava potesse diventare un romanzo, e invece si è fermata lì, piccola, e non è esplosa. Un po’ come quelle canzoni senza ritornello.
Il resto è ossigeno, Sara, Arturo, Giulia, Bianca, Laura (e nominiamola Laura, finalmente) non vogliono andarsene, e stanno lì, a occupare un posto che non è più il loro.
Un po’ mi danno fastidio, un po’ me li tengo stretti. Non mi sento ancora in grado di spingerli via, non ora.

Nel frattempo rifletto. Sono sempre stata super appassionata di politica, ho vissuto questi ultimi 20 anni con tantissima passione, ho votato persone molto diverse, e nonostante tutto non mi sono mai stufata. Ho sempre discusso con tante persone, soprattutto dal vivo, e mi piaceva questa cosa, mi piaceva avere 25 anni e parlare di politica e di idee di notte, bevendo gin tonic.
Non ho più 25 anni, le mie notti sono fatte di sonno, risate di Benedetta (lei di notte ride tantissimo), sogni che non ricordo più al mattino, e del gin tonic non c’è (quasi) più traccia. Mi ritrovo a parlare di politica su Facebook, e ogni volta la riflessione che ne segue è una: non sappiamo più parlare. Io per prima, io la più colpevole di tutti.

Non sappiamo parlare per un motivo molto semplice: non ci ascoltiamo. Leggiamo commenti, rispondiamo subito, e ci arrocchiamo sempre di più sulle nostre posizioni.

C’è questa cosa che mi fa impressione, ed è la bolla nella quale ci mette Facebook assecondando le nostre preferenze. In pratica, Facebook è il contrario della vita: ti fa vedere solo quello che ti piace. Che, per carità, va anche bene, può andare bene, ma non per sempre. Non è la base della dialettica, del confronto, del mettersi in discussione.

Intendiamoci, non è che mi piaccia così tanto mettermi in discussione. È una di quelle cose giuste da fare, ma che mi costano un’enorme fatica, un po’ come quando vado in palestra (e infatti non ci vado mai).

Oggi appena sveglia ho letto questo articolo molto interessante, che vi consiglio, su Medium, e mi è venuta voglia di andare a comprare un giornale , e nel frattempo mi sono anche abbonata al New Yorker. Ma ancora, il New Yorker dice esattamente ciò che voglio sentirmi dire, e non è così che alleno il mio pensare. O meglio, il New Yorker può aiutarmi, ma devo leggere anche altro. Tipo qualcuno che mi dica perché Trump può fare del bene agli Stati Uniti e al mondo (ehilà…c’è qualcuno che me lo possa dire? magari posso sforzarmi di crederci).

E così, oscillo. Fra l’amore per la politica e l’odio per ciò che la politica diventa quando viene masticata dalle nostre parole. Fra la totale assenza di ispirazione e la voglia pazzesca di scrivere post di riflessioni come questo (i tipici post che non interessano a nessuno, ma forse è anche giusto che questo blog torni a essere il luogo in cui parlo di ciò che voglio senza che io mi chieda a chi interesseranno queste righe). Fra la tentazione di leggere solo il New York Times e il New Yorker e la consapevolezza che continuare a leggere articoli che danno pacche sulle spalle ai principi in cui credo non mi porterà a essere più aperta e comprensiva. Fra la voglia di scappare da questo mondo e il desiderio – pazzesco, ultimamente – di fare politica davvero.

È che con tutto questo silenzio, leggersi dentro è ancora più difficile.

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8 Commenti

  • Rispondi Dario 12 dicembre 2016 at 16:10

    Beh, uno che ha letto volentieri questo post c’è.

  • Rispondi Baba 13 dicembre 2016 at 10:19

    Ora a me questo post è piaciuto così tanto da dire “mò lo condivido subito”. Poi ho pensato che se l’avessi fatto, avrei condiviso ancora una volta una cosa che io volevo sentir dire. E allora mi sono fermata.
    Blog bellissimo. Vado a leggere qualche altro post.

  • Rispondi Enrica 13 dicembre 2016 at 15:24

    A me post così interessano 🙂 Condivido le tue riflessioni: penso che sarebbe utile conoscere punti di vista molto diversi dai nostri, uscendo dalla famigerata “comfort zone” (in questo caso ideologica). Non tanto per farci spiegare perché ad es. Trump può fare bene all’America, ma per capire perché gente come lui riesce a vincere elezioni tanto importanti.

    • Rispondi Valentina Stella 13 dicembre 2016 at 15:36

      Enrica, hai super ragione: anche quell’aspetto dovrebbe essere analizzato molto meglio, e io – lo ammetto – ho osservato il fenomeno solo con i “miei” occhiali, e non con quelli di chi ha votato Trump.
      Grazie dell’interesse! 🙂

  • Rispondi Clara 18 gennaio 2017 at 20:29

    … ti ho scoperto ora… e ti leggo con piacere.. penso che ti piacerà Think like a Freak

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