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Nemmeno il tempo di dirsi buonanotte

9 settembre 2016

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«Stammi vicino».
Eravamo tornati da poco a casa, era quasi mezzanotte.
Eravamo a letto, in quel letto grande che avevamo preso anche per Giulia, per quelle volte in cui aveva bisogno di scappare dal buio.
«Stammi vicino».
Si era coricato da qualche minuto.
«Mi hai sentita?».
Lui no, non mi aveva sentita, io invece sentivo il suo respiro addormentato.
Nemmeno il tempo di dirsi buonanotte.
Avevamo gli scuri in casa e dalle fessure entrava la luce dei lampioni della strada. I lampioni arancioni del centro di Torino.

Non sono mai stata brava a essere insonne. Ogni volta che non sono riuscita a dormire è stato perché mi mancava qualcosa. O qualcuno.
Quella notte mi mancava lui. Mi mancavano le nostre risate, quelle risate che non finivano mai, e se finivano diventavano baci.
Mi mancava perché era sempre in viaggio. Mi mancava perché quando c’era, era troppo stanco per essere l’Arturo che avevo sposato.

Mi sono alzata poco dopo. Sono andata in soggiorno e mi sono seduta sul divano.
«La cosa più brutta delle mie serate era tornare a casa e non riuscire a dormire», mi aveva detto tanti anni prima. «Tornavo distrutto dalla stanchezza ma con gli occhi piantati nel soffitto. La droga è un po’ una tortura che uno si infligge, non credi?»
Avevo potuto solo credere a lui. Non avevo mai toccato niente che potesse avere a che fare con la droga. Lui era il vaso pieno di racconti di un mondo che avevo sempre e solo guardato da lontano.

E così, quella sera, ero io con gli occhi piantati nel muro di fronte al divano. Nessuna droga, solo il bisogno di avere vicino l’uomo che stava dormendo nel mio stesso letto. È una tortura anche questa, una tortura che mi infliggo da sola?, mi sono chiesta. È una tortura stupida e inutile non andare a svegliarlo, chiedergli di tornare a essere quello di prima, litigare anche, urlare, piangere, ma almeno dirsi qualcosa?
Ho guardato l’orologio, era l’una e sapevo che non avrei più dormito.
«Non è la droga in sé, non sono le ore che passi a sentirti il più forte di tutti a farti capire che devi smettere. Sono le ore dopo, quelle in cui non riesci a muovere un muscolo, quelle in cui non riesci a ragionare per più di mezzo minuto. Quelle in cui ti fai schifo». Aveva sorriso sulla parola schifo.

Ho allungato le gambe sul tavolino e ho acceso la tv.
Forse è stato quella notte che ho cominciato a sentire i muscoli stanchi, come intirizziti. Forse quella notte noi due, per un millesimo di secondo, abbiamo fatto schifo.
Poi però, dopo qualche puntata di Friends, mi sono addormentata sul divano.

Mi sono svegliata la mattina dopo, il sole che entrava dalle fessure degli scuri, la fretta di portare Giulia a scuola e poi andare in ufficio, ciao amore, buona giornata, ci sentiamo dopo, oggi ho un pranzo di lavoro, stasera ci vediamo un film?
Il bacio davanti al portone, e i muscoli delle gambe che come sempre mi hanno portata alla fermata dell’autobus.
Tutto bene, tutto come sempre, tutto ok.

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