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Come va la vita?

2 maggio 2016

Comevalavita

Lei se n’è andata da poco. Gli ha chiesto quanto fa? e lui non ha risposto bene, la voce gli si è crepata tutta e allora ha sputato fuori un trenta euro così, senza convinzione, e lei è rimasta in attesa di un’altra parola, o forse di una stretta di mano, chissà, poi ha tirato fuori le banconote e via, è andata via, il tempo di fare quei venti passi che portano al cancello in ferro battuto.

Arrivederci le ha detto lui da lì dentro, ma la voce era ancora crepata, deve essere andata in mille pezzi prima ancora di raggiungerla.

Aveva una gonna viola lunga fino al ginocchio e i suoi capelli erano facili da pettinare.

Esattamente come cinquant’anni fa, quando lavorava al negozio. Aveva ventotto anni ed era riuscito da poco ad aprire un’attività tutta sua. Jens diceva l’insegna, perché Gennaro non stava bene, non era abbastanza moderno, e allora lui aveva scelto JENS. Quattro lettere fatte di lampadine fucsia e gialle. Lei era arrivata qualche mese dopo l’apertura, lei e i suoi capelli facili da pettinare, e quel sorriso timido che gli si specchiava davanti mentre con le forbici stava attento a non farle male.

Una volta, solo una volta, le aveva chiesto qualcosa di più. Aveva trovato il coraggio e le aveva chiesto come andava la vita. Lei aveva gli occhi più tristi – così gli era sembrato – e allora si era sentito quelle parole gonfiarsi nel petto, e poi nella gola, e poi diventare voce, come va la vita, signora Gemelli?

Bene, grazie, Gennaro, aveva risposto lei con gli stessi occhi tristi. Nessun sorriso nello specchio davanti.

L’ha pettinata quasi ogni mese per cinquant’anni, fino a quel giorno, l’ultimo giorno, quello dei pasticcini e dei palloncini e del prosecco tutti in piedi sul marciapiede, le sue figlie che gli dicevano Papà, cosa farai da domani?, e gli amici che le guardavano e poi rivolgevano a lui uno sguardo quasi compassionevole. È proprio un peccato che non vogliano fare il tuo stesso mestiere.
È la loro vita, del resto, non la mia, rispose Gennaro, e non era una risposta di circostanza, lui lì, in quella sera di luglio con il sole che rotolava giù fra i palazzi di Borgo Vittoria, voleva davvero che le sue figlie realizzassero i loro sogni, non i suoi.

Quel giorno aveva aspettato un po’, aveva lanciato sguardi al di là delle teste degli amici e dei clienti più fedeli, anche lei aveva ricevuto l’invito, magari sarebbe passata, forse solo per un saluto, e invece no, niente, non si era fatta vedere.

L’ho aspettata alla festa, avrebbe voluto dirle quando è entrata oggi da quel cancello in ferro battuto e invece ha solo detto Signora Gemelli, buongiorno. La tinta sempre dello stesso colore?

Ha la stessa marca anche qua?

Certo che ce l’ho, ecco, la numero 126, si accomodi al lavello. 

E poi il silenzio, il rumore dell’acqua, qualche schiamazzo dalla strada.

Meno male che ha continuato, anche senza negozio, gli ha detto lei a un certo punto.

Sa, non potevo abbandonare i miei clienti, e per un attimo ha pensato che quel garage, quello che ha da poco trasformato in un parrucchiere abusivo, l’ha aperto solo per lei, solo per continuare a pettinare quei capelli così facili da pettinare, e per vedere quel sorriso riflesso nello specchio, come ogni mese da cinquant’anni a questa parte.

È pronta la cena, dai, vieni su. Ha chiamato Rachele, ha detto che domani passa con i bimbi, hanno bisogno di una spuntata.

Ha dato a sua moglie il braccio per fare i dieci gradini che portano alla sala da pranzo, lei si è aggrappata incerta e pesante, si sono seduti davanti ai loro piatti, sotto la minestra si intravedevano i fiorellini rosa con i bordi dorati, lei ha detto È venuta anche la signora Gemelli, come si tiene bene, ti ricordi com’era bella tanti anni fa?

È una signora gentile, ha detto lui.

Ha preso il cucchiaio in mano, ha assaggiato la minestra. Era buona. E sotto c’erano i fiori.

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