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Olà

1 marzo 2016

Ola
Lisbona in primavera può farti male al cuore per la sua bellezza. Può ferirti con la sua luce la sera, prima che il sole rotoli nel Tago e poi nell’oceano. Quella luce dorata che ti sfiora la pelle e si fa vento leggero.

Avevo davanti agli occhi il cielo dorato di Lisbona quella sera. Erano le otto, e accanto a me c’era lui. Un ragazzo un po’ più grande di me. Io 22 anni lui 28. Io studentessa, lui assistente di un professore all’università. Io italiana in Erasmus, lui portoghese. Ci eravamo conosciuti in biblioteca e avevamo parlato tanto. Di libri, di Torino, di Pessoa e di Tabucchi. E poi un giorno mi aveva detto «Vieni, ti accompagno a casa», e un altro giorno ancora. Qualche chiacchiera in macchina, due baci sulla guancia, niente di più.

E poi, una sera, finalmente, l’invito a cena, in un ristorante sul mare a mangiare percebes. Il bacio, poi, lì fuori, sotto un cielo nero senza luna.

La cosa meravigliosa del mio erasmus è stato il capire subito, nel momento, senza un attimo di ritardo, cosa volevo e cosa no. Libera da ogni costrizione e dal personaggio che negli anni mi ero cucita attorno all’anima, ero capace di dire sì o no senza aspettare. E anche quella volta, dopo quel bacio, arrivò il mio no. Era affascinante, certo, ma non mi faceva impazzire. Era bello chiacchierare con lui della vita e del mondo, ma non volevo nulla di più.

Glielo dissi qualche sera dopo, davanti al cielo dorato di Lisbona. Gli dissi «Guarda, davvero, mi piaci ma credo di non potermi innamorare di te». Lui sorrise, e continuammo a bere il vinho verde ghiacciato . Nel frattempo il sole era andato a tuffarsi nell’acqua e il cielo era diventato blu. Parlammo ancora della vita e del mondo, e proprio quando stavo cominciando a pensare di aver guadagnato un amico, lui perse il controllo.

Eravamo ormai in macchina, mi stava riportando a casa. Cominciò a urlare e a dirmi che non potevamo non continuare, che non aveva senso, e cercò di darmi uno schiaffo. E un altro. E un altro ancora. Non riuscì a colpirmi molto, stava guidando, e per fortuna non lasciò del tutto il volante.
Presi il telefono, composi il numero della polizia. Gli dissi «Portami subito a casa o faccio partire la chiamata».

Scesi dall’auto, salii a casa. Oggi sarei più spaventata. Quel giorno avevo ventidue anni, e a ventidue anni è difficile capire cosa sia davvero pericoloso e cosa no. Tanto che accettai di rivederlo, qualche giorno dopo. Mi aveva chiamato per chiedermi di parlare, perché voleva chiedermi scusa, perché io non sono così, non so cosa mi sia preso. 

Lo incontrai sotto casa, e prima di uscire chiesi al mio amico Carlos, il mio coinquilino, di stare alla finestra a guardare. Si trattò di due minuti, le solite scuse, certo che non sei così, ok. Non so, oggi, se gli ho creduto davvero. So che non ero interessata, non volevo più vederlo, e mi sembrava di non avere nemmeno il tempo per una conversazione così breve. Non era tanto il voler scappare da un uomo violento, quanto il voler fuggire verso tutto ciò che di bello mi aspettava.

Tornai a Lisbona qualche anno dopo il mio Erasmus. L’università che avevo frequentato aveva organizzato una festa.
Lo vidi subito, al bancone del bar. Andai a salutarlo, e lui non fece nemmeno il gesto di darmi la mano, o abbracciarmi. Mi salutò imbarazzato. Non trovò il coraggio di parlare, se non un Olà sottovoce.

Adeus, gli dissi io allontanandomi.

Non aveva trovato le parole quella sera sotto il cielo dorato, non le trovò nemmeno anni dopo, alla festa. È semplice trasformarsi in un omino squallido e incolore, quando nelle tasche non trovi parole ma soltanto violenza.

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