Il resto è ossigeno

Cosa è successo prima

13 marzo 2016

Cosa è successo prima
Quando nel 2012 ho lasciato il mio lavoro, ho pensato subito che avrei voluto scrivere. Qui sul blog, certo. Ma avevo anche voglia di raccontare storie più lunghe di un post di venti righe. Solo che non mi veniva in mente nessuna trama, nessun intreccio, niente. Avevo nella testa milioni di parole ma non sapevo dove appenderle.

Avevo appena deciso di cambiare vita, ma, insicura come sono, per tuffarmi senza paura in quella nuova avevo bisogno di studiare. E allora sono tornata a scuola. Mi sono iscritta a vari corsi di scrittura creativa: da Zandegù, principalmente, che è stato anche il mio primo editore con Se mi lascia non vale, ma anche alla Scuola Holden.

Il primo giorno del corso di Narrativa 101 l’insegnante (al quale devo tantissimo), Marco Lazzarotto, ha chiesto a ognuno di noi quale libro stessimo leggendo. Non «Cosa ti piace scrivere? Cosa scrivi? Perché vuoi imparare a scrivere?». No. La domanda era «Cosa stai LEGGENDO?».

A me in quel momento è venuta in mente la mia mamma, maestra, che quando ero piccola diceva «Se vuoi scrivere bene nei temi, leggi tanti libri». A un certo punto mi ero fissata con Il vento tra i salici, e dato che lì dentro trovavo tante parole che non conoscevo e che poi andavo a cercare sul dizionario, mi ero convinta che il segreto per scrivere ma anche parlare bene fosse tutto lì, fra quelle pagine.

La mia mamma aveva ragione. E qualsiasi insegnante di scrittura ti dirà sempre la stessa cosa: per imparare a scrivere, prima di tutto devi leggere. O forse devi imparare a leggere.

Per questo ho cominciato a seguire persone che potessero darmi spunti interessanti, perché sì, ho sempre letto tanto, ma avevo bisogno di leggere bene. Ed è stato in quel momento che ho conosciuto La McMusa, ovvero Marta Ciccolari Micaldi, che è una donna che sa raccontare la letteratura americana con la leggerezza e la profondità di chi davvero ama e conosce la sua materia.
Mi sono subito resa conto che il lago dove volevo andare a pescare le mie parole era lì, negli Stati Uniti, quelli umidi di oceano e di pioggia del Pacific North West, quelli di Carver e di Brautigan, ma anche in quelli più splendenti, fatti di jazz e campi di grano come l’Illinois del mio adorato Ray Bradbury.
In fondo – ho pensato – se i primi romanzi di cui mi sono innamorata quando ero una ragazzina sono quelli di Hemingway, un motivo c’è.

Da quando mi sono trasferita qua purtroppo ho smesso di frequentare corsi, ma cerco di continuare a leggere quegli scrittori che mi possono insegnare qualcosa. Che non sono tutti pesanti e noiosi, anzi. Perché a volte si collega lo studiare con la noia, e invece in questo caso non è sempre così: ci sono libri leggeri e divertenti dai quali si può imparare qualcosa, ed è questa la vera bellezza della letteratura.

Un’altra cosa che Marco mi disse, qualche lezione dopo, mentre gli stavo raccontando una mia idea, fu: «Comincia a scrivere». Io rimasi interdetta e balbettai «Ma non ho ancora le idee chiare». «Tu scrivi. Una pagina dopo l’altra. Se non inizi a scrivere, non avrai mai le idee chiare», mi rispose.

Fu così che, dopo tanti fogli di word aperti e lasciati a morire dopo cinque o sei righe, memorizzati come Documento 1, 2…431, quel giorno ne inaugurai uno e decisi di dargli un nome vero. Si chiamava Cappuccetto Rosso.

Quel foglio di word è diventato un romanzo, ma questa è una storia che merita un post a parte 🙂

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4 Commenti

  • Rispondi gynepraio 13 marzo 2016 at 14:21

    Vale, ti giuro che ci ho provato, ma io gli scrittori americani della generazione di Carver, Carver in testa, li detesto. La cosa non mi fa onore, lo so. Fino a poco fa disprezzavo anche il racconto, proprio come genere letterario. Poi ho scoperto George Saunders e il suo “10 dicembre” e non so più cosa pensare, mi sono crollate tutte le certezze e i racconti mi piacciono.

    • Rispondi Valentina Stella 13 marzo 2016 at 15:34

      Sai Vale che tanti anni fa ero finita in una libreria solo perché era della zia di un tipo che mi piaceva e che mi aveva ovviamente mollata. Niente, arrivata lì, nel tentativo di conoscere la tizia (sai quei tentativi assurdi di quando vieni mollata…anche perché che caspita te ne può fregare di conoscere la zia?) , iniziai un discorso finto intellettuale e alla fine lei mi consigliò e mi fece comprare “Cattedrale” di Carver. Io, che avrò avuto 22 o 23 anni, tornai a casa, lo cominciai e pensai «Ma…ma perché?», e lo mollai subito. Poi, dopo anni, lo ripresi in mano e lessi Conservazione, il terzo racconto. Niente, innamorata. Di Carver e dei racconti in generale. Con Saunders invece sono un po’ così: ho amato Il megafono spento, ma 10 dicembre lo trovo allo stesso tempo bellissimo e respingente. Forse respingente proprio perché “troppo”, e non mi sento alla sua altezza…

  • Rispondi michela 18 marzo 2016 at 12:56

    Grazie per questo post, mo dà speranza. Anch’io non ho mai le idee chiare e penso che forse quella di scrivere qualcosa sia solo una pretesa senza alcun futuro… Oppure forse a un certo punto aprirò anch’io il file word giusto! In bocca al lupo, comprerò di sicuro il tuo romanzo, mi terrà compagnia nelle ultime settimane di gravidanza 🙂

    • Rispondi Valentina Stella 24 marzo 2016 at 23:50

      Grazie Michela, e crepi il lupo!
      E in bocca al lupo anche a te per tutto: per la gravidanza e per quello che hai da scrivere!
      Ciao!
      Vale.

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