passato racconti storie

La realtà

5 gennaio 2016

la realtà

Quando ero single e viaggiavo molto per lavoro era sempre la stessa storia: andavo a dormire la sera prima tutta felice per il viaggio e perché SAPEVO che il giorno dopo, in una lounge o sull’aereo, avrei incontrato l’uomo della mia vita (che nei miei sogni a occhi aperti aveva sempre la faccia, e anche il nome, di George Clooney). Avremmo cominciato a chiacchierare del più del meno sgranocchiando noccioline e sorseggiando champagne e alla fine, arrivati a New York, lui mi avrebbe chiesto di seguirlo in giro per il mondo e io mi sarei trovata ogni estate su un motoscafo sul lago di Como, magrissima e vestita con un abitino bianco leggero e i capelli al vento. Stringendo gli occhi per prendere sonno mi vedevo mentre mi incamminavo verso il gate con un paio di jeans, una camicia bianca e i tacchi, perfettamente truccata e sorridente.

La realtà era che mettevo la sveglia alle 5 per finire di fare la valigia, appena uscita dalla doccia sudavo sette camicie per fare tutto correndo contro il tempo e, nella smania di non spedire i bagagli nella stiva (nessuno dei miei colleghi lo faceva, potevo forse farlo io?), mi ritrovavo a uscire di casa con un piccolo trolley, uno zaino sulle spalle, una borsa gonfia come un pallone aerostatico e centomila cose nelle tasche della giacca. Puntualmente mi accorgevo di non avere i contanti per pagare il taxi quindi, carica come un mulo, andavo al bancomat a piedi e poi da lì lo chiamavo. Arrivata all’aeroporto ero sfatta come dopo una maratona, con un buco enorme nello stomaco perché ovviamente non avevo avuto tempo di fare colazione e allora mi fiondavo nell’unico bar aperto ordinando la focaccia con dentro la scamorza e la salsa rosa (la mattina ho da sempre gusti delicati).

Tutto ciò in tuta e scarpe da ginnastica.

Poi compravo settecento riviste che non leggevo mai e soprattutto mi preoccupavo di comprare Internazionale, che l’uomo della mia vita avrebbe di sicuro apprezzato molto più dei vari Chi nascosti sotto. Prendevo il caffè, compravo l’acqua, arrivavo ai controlli, scolavo la bottiglietta di fronte al funzionario, cercavo ogni volta di estrarre il pc senza far scoppiare lo zaino strapieno, e infine mi ritrovavo a fare il balletto avanti e indietro sotto il metal detector perché dimenticavo sempre qualche braccialetto o anello addosso.

Ogni singola volta. E ogni singola volta arrivavo al gate distrutta pensando «Vabbè, magari è meglio se l’uomo della mia vita lo incontro la prossima volta», e questo lo pensavo mentre guardavo sorridendo sotto i baffi tutti gli sfigati che si mettevano in coda per salire sull’aereo prima di me. Dieci minuti, a volte mezz’ora in piedi per cosa? Manco doveste accaparrarvi il posto più bello.
Capii profondamente quegli sfigati e avrei voluto abbracciarli stretti con il capo cosparso di cenere quel giorno in cui, arrivando per ultima sull’aereo, la hostess mi disse «Le cappelliere sono piene, io il suo trolley non so proprio dove metterlo», e poi, andandosene, «Si trovi lei un posto».

A questo pensavo qualche settimana fa in aereo. Ero distrutta dalla stanchezza, con Benedetta attaccata a me e Guia accanto, avevo la schiena rotta per il marsupio che evidentemente non è mio amico, e vicino a me c’era una splendida donna sui 30 con i jeans, una camicia bianca e i tacchi. E i riccioli, che nei miei sogni a occhi aperti ho sempre avuto (nella vita mai, a parte quella volta che ho cercato di bruciarmi il cuoio capelluto con una permanente che invece di regalarmi dolcissimi boccoli mi ha trasformata in Dante De Blasio).

Avrei voluto girarmi e dirle «Ehi, dai, ritenta, sarai più fortunata: oggi una neonata come vicina di posto, domani magari George Clooney». E poi però non ho aperto bocca perché l’altra mia vicina di posto, quella sdentata, aveva trovato sul magazine di Easyjet un braccialetto da 320 euro e aveva DECISO che avremmo dovuto comprarlo.

«Dobbiamo, mamma, dobbiamo. Perché così ci ricorderemo SEMPRE di questo nostro viaggio insieme».
Come sottofondo, sua sorella, che succhiava il latte, ruttava, beveva, ruttava.

L’aereo è atterrato dopo pochi minuti, il braccialetto è rimasto dov’era, e io mi sono avviata verso l’uscita con le mie due figlie, di cui una arrabbiatissima e rancorosa «perché mamma, non troveremo MAI PIÙ una cosa così bella».

Mi sono girata verso la trentenne, ho sorriso, lei ha sorriso, forse un po’ compassionevole.
E la sera mi sono addormentata accanto all’uomo della mia vita.
Che non ho conosciuto in aereo (per fortuna).

 

Ti potrebbe interessare anche

10 Commenti

  • Rispondi Veronica 5 gennaio 2016 at 14:52

    Pensa che una coppia che si è trovata in aereo io l’ho veramente conosciuta! Però erano studenti universitari entrambi fighissimi. Ho come l’impressione che il matrimonio tra colleghi sia più facile?

  • Rispondi Mimma 5 gennaio 2016 at 14:58

    Bellissimo post !!! Ma proprio belle Bello .

  • Rispondi Laura 5 gennaio 2016 at 15:51

    La distanza tra sogno e realtà aumenta proporzionalmente all’età… Per fortuna con l’età ci accorgiamo che non necessariamente i sogni sono meglio della realtà, anzi spesso è il contrario. Baci Vale!

  • Rispondi Vittorio 5 gennaio 2016 at 18:18

    Forte! Ma il taxi non potevi prenotarlo la sera prima…? (“e che accetti carta di credito, per favore”).

    • Rispondi Valentina Stella 5 gennaio 2016 at 19:59

      Eeeeeeeh…ma secondo te io, con la mia scarsissima capacità di programmare, mi ricordavo la sera prima? 😀

  • Rispondi Kiara 16 settembre 2016 at 17:16

    Cara Valentina, ho avuto da poco al fortuna di imbattermi nel tuo meraviglioso blog.
    Che dire: ne sono fully addicted, tant’è che da giorni zompetto da un post all’altro senza soluzione di continuità né nessi temporali apparenti con la voracità che solo le belle, dense, intriganti letture di un grande romanziere ti regalano.
    Il prossimo To Do che capeggia sulla lista è la lettura del tuo libro e non vedo l’ora!
    Nulla, commento decisamente OT ma non ce l’ho fatta a trattenermi – scusami, spero capirai 🙂

  • Lascia una Risposta