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Dieci anni fa

4 gennaio 2016

Dieci anni fa

Dieci anni fa più o meno a quest’ora mi svegliai a Roma. Ero scappata – letteralmente scappata – da Torino poco dopo Natale. La mia amica Ines mi aveva chiamata e io le avevo raccontato tutta la tristezza per la fine del mio ultimo amore. Un fiume di lacrime, la mia famiglia riunita in sala, io chiusa in quella che era stata la mia cameretta, e alla fine la sua frase «Tu domani prendi un treno e vieni qua»
«Non so…non so se ce la faccio, sono stanca…»
Quell’immobilità di quando sei disperata e un po’ in quelle sabbie mobili vorresti sprofondare, per non sentire più nulla.
«TU VIENI»
«Va bene».

Non presi il treno, chiesi un passaggio alla mia amica Paola e al suo compagno Umberto, che stavano andando verso Sud, peccato però che la notte prima della partenza fosse venuto giù un metro di neve, quindi quel giorno, dopo non so quante centinaia di chilometri, da qualche parte in Toscana, stavo dormendo quando a un tratto sentii un’imprecazione di Umberto, una frenata senza rumore di frenata perché sotto di noi c’era un tappeto di neve, la frase «Uff, per un pelo», i nostri sguardi fissi sull’auto davanti, la sensazione di aver rischiato grosso e poi…SBAM!, la macchina dietro accartocciata sulla nostra.
Riuscimmo ad accostare in una piazzola poco distante, in cui la neve arrivava alle ginocchia. Chiamammo i soccorsi per le auto – nessuno si era fatto male – e ottenemmo risposte tipo «Ma avete avuto incidenti tutti oggi? Arriveremo fra due, forse tre ore».

Quando vieni mollata ogni scusa è buona, quindi lì, nel mezzo del nulla, con la paura di entrare in macchina, troppo vicina alle altre auto che sfrecciavano, e con le scarpe e i jeans fradici, presi il telefono e scrissi a lui «Ho avuto un incidente in autostrada». Come se l’amore potesse rinascere per pena, insomma. Infatti non rinacque nulla, lui mi rispose qualcosa tipo «Tutto bene?», e io, beh, sì, scrissi che stava andando tutto bene, desiderando con tutta me stessa scrivere «Sì però ecco, insomma, vorrei tornare con te. Ho avuto un incidente. Te l’ho già detto? Sei preoccupato? Se mi faccio male torni?»

Per fortuna c’era il sole, e dopo due ore e un principio di congelamento arrivarono i soccorsi. Un attimo prima di arrivare al garage dissi a Paola e Umberto «Pensate, magari il tizio del garage è fighissimo, ci innamoriamo e io resto qua a vivere e insomma, allora tutto ha avuto un senso».

Il tizio del garage era in effetti molto molto bello ma non feci in tempo ad aprire bocca che ci disse «Se volete essere a Roma entro stasera, dovete correre alla stazione, c’è un treno che parte fra otto minuti. Anzi, facciamo così: venite, vi porto»
Otto minuti dopo eravamo su un treno regionale che cominciò a fermarsi in tutti, ma dico tutti, i centri abitanti di più di 100 anime. Qualche ora dopo stavamo per arrivare a Roma – eravamo ormai partiti da Torino da dieci ore – quando a un tratto, stop. Di nuovo nel mezzo del nulla – fuori era tutto buio, si vedevano solo delle lucine in lontananza – eravamo fermi. Poco dopo passò il controllore: «C’è un guasto. Non so ancora dirvi quando ripartiremo».

Cominciai a pensare che il destino non volesse farmi arrivare a Roma, e nella mia mente di abbandonata sofferente elaborai teorie tipo «Forse se fossi rimasta a Torino lui mi avrebbe cercata e mi avrebbe detto che non può vivere senza di me, forse tutti questi problemi nel viaggio mi stanno dicendo questo!», ignorando ovviamente che lui proprio in quei giorni stava cominciando a uscire con un’altra. Per fortuna c’era Ines a destinazione che, con la sua flemma e con il bene che sanno volerti le amiche, a ogni mio sms rispondeva con «Tranquilla. Io ti aspetto».

Il treno dopo un’ora ripartì, noi eravamo devastati dalla stanchezza, scendemmo a Termini e io mai, mai, mai dimenticherò l’abbraccio con Ines, strettissimo.

Restai una settimana e fu come entrare in un ospedale per farmi curare le ferite. Le medicine erano le chiacchiere, il tè caldo bevuto attorno al tavolo, le cene che lei organizzava con i suoi amici per farmi ridere, il vino rosso, i film visti tutti insieme, e poi di nuovo chiacchiere, e risate.

A capodanno andammo al concerto dei Subsonica. Un buon modo per andare a farmi shakerare quel cuore già in alto mare. All’uscita Marcello, un nostro amico, mi abbracciò forte e mi disse «Vale, coraggio: il peggio è passato».
Tornai a Torino, ci furono ancora pianti, telefonate, e serate in cui pensai che non ce l’avrei mai fatta.
Ma aveva ragione lui, il peggio era passato. Il peggio me l’ero scrollato di dosso a Roma, in quella settimana di amicizia, quella vera, forte, indistruttibile.

Dieci anni fa stava iniziando un anno bellissimo e difficile, un luna park di alti e bassi, di lacrime e risate.
Ines e io ci vogliamo sempre tanto bene.
Quel lui che mi aveva lasciata è un mio caro amico, e la sua compagna è una persona eccezionale.
Qualche sera fa a cena lui rubava i fiori del centrotavola per regalarli a Guia, io chiacchieravo e ridevo con lei, e tornando a casa, con la testa leggera e ovattata di vino rosso, ho pensato che nella vita ho combinato tanti disastri ma qualche cosa bella l’ho fatta.
Tipo trasformare i miei amori in amicizie. Smettere di amare ma non smettere di voler bene. È difficile, a volte impossibile, ma se ci riesci, è un regalo prezioso.

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