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Cadere cento volte

18 gennaio 2016

Cadere cento volteCi siamo avvicinate alla pista, c’erano decine di ragazzini che sfrecciavano, cadevano, urlavano. Qualche bambino, pochi genitori. La velocità, il freddo, e quelle lame che mi hanno sempre spaventata. E le cadute di sedere, me le ricordo bene, in quel laghetto ghiacciato in montagna.

I suoi amici erano già tutti in cerchio con l’insegnante, la stavano aspettando. Lei si è appoggiata alla cornice della pista, li ha guardati. E io ho pensato Ok, ora mi dirà che non ne ha voglia, e che li aspetta al bar. 

L’insegnante le si è avvicinata e le ha dato la mano. Lei mi ha guardata negli occhi e mi ha detto «Ciao», sorridendo.

La paura era tutta mia. Era il mio cuore a battere forte su quelle lame. Ero io, erano i miei 39 anni, a voler scappare e aspettare gli altri al bar.
Sono rimasta a guardarla da dietro il vetro per un po’. È caduta, ha riso, la sua amica l’ha aiutata a rimettersi in piedi.

Sono andata a prendere un caffè e ho pensato che vorrei solo un pizzico, giusto solo un pizzico, del senso del possibile che hanno i bambini. Vorrei anche io svegliarmi ogni mattina sapendo che non c’è nulla di impossibile, e che si tratta solo di appoggiare i pattini sul ghiaccio e lasciarsi andare.

Cadere cento volte, ridere a crepapelle, rialzarmi subito, aiutata dai miei amici.

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