pensieri

A piccoli passi

15 novembre 2015

a piccoli passi

Venerdì sera eravamo a cena alla Bastiglia. Mio marito, le bambine e io.
«Hai sentito quante sirene?»
«Ma sì, è normale, la gente esce, magari beve troppo»

Eppure io quel suono, prolungato e insistente, l’avevo già sentito, poco meno di un anno prima. Ma no, no: è venerdì sera, la gente esce, ho continuato a pensare.

La speranza è durata ancora poco, fino al nostro ritorno a casa, e ai messaggi degli amici. State bene? Siete al sicuro? 

Sabato mattina siamo usciti. Non avevamo nulla in casa, nemmeno il caffè. Appena aperto il portone, Parigi era lì, bellissima e luminosa. E ferita. Ferita a morte, avrei potuto pensare, se non conoscessi i parigini e i francesi. E se non fossi stata fra loro nei giorni di Charlie, in place de la République, a dire che ero Charlie anche io.

Siamo arrivati al solito bar. C’era un signore che guardava qualcosa sul suo iPad. Il maglione bordeaux a vita alta, gli occhiali tondi. Lo sguardo preoccupato. Forse triste, ma soprattutto preoccupato.

Abbiamo fatto colazione e siamo usciti. «Sarà sicuro fare una passeggiata?» E chi lo sa, chi lo sa mai. «Statisticamente è più pericoloso fare un viaggio in auto»

Ci siamo infilati nel cuore del Marais. Una signora anziana parlava al telefono, diceva in francese «Stiamo tutti bene, grazie». Un papà ebreo ortodosso camminava con i suoi tre bambini. Rue des Rosiers vuota. Loro quattro davanti a noi, il rumore del nostro passeggino sull’acciottolato, e il senso di una giornata che comunque deve andare avanti. Un ragazzo bianco abbracciava una ragazza indiana davanti a un portone, lei piangeva. È passata accanto a noi una signora con un cagnolino, e mia figlia si è fermata ad accarezzarlo. «Fate attenzione», ha detto la signora quando ci ha salutati.

Oggi mi sono svegliata a casa, a 400 chilometri da Parigi, e nella culla mi aspettavano gli occhioni aperti e sorridenti della più piccola. Abbiamo cercato di non svegliare gli altri due, l’ho allattata, poi mi sono preparata un cappuccino. Ho preso la tovaglietta che mi ha fatto Guia qualche mese fa alla scuola materna. Ho tirato fuori la tazza più bella, quella con il piattino coordinato. Ho assaggiato la schiuma con il cucchiaino, e poi ho bevuto tutto a piccoli sorsi. Davanti a me Benedetta, poco più di 3 mesi, nella sdraietta.

Ho appoggiato la tazza vuota sul lavello.

E ho pensato che sono una donna fortunata. E che l’unico modo che ho per non farmi travolgere dall’angoscia e dalla tristezza è concentrarmi sulle piccole cose. Sul passo dopo passo.

Potevamo essere noi, quella sera. Eravamo così vicini.

Potremmo sempre essere noi, al di là degli attentati, ad andarcene all’improvviso.

E allora prendo tutta questa angoscia e la uso per amare ancora di più questa mia vita così normale eppure così fortunata. Questi minuscoli gesti che costruiscono, un mattoncino dopo l’altro, tutto ciò per cui non posso che provare gratitudine, ogni giorno.

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5 Commenti

  • Rispondi Martha 16 novembre 2015 at 11:41

    Ti aspettavo sai, si perchè nel vedere quello scatto mi si è gelato il sangue pesandovi la e pensando che ognuno di noi poteva esserci. Nel cuore della notte mi prende un’angoscia tremenda nel pensare che i nostri figli, cosi piccoli e felici, cresceranno in un mondo così, ma poi mi alzo bevo il mio caffè e faccio proprio come te..sorrido grata a questo mondo, per ciò che ora ho.
    Vi abbraccio.

    Martha

  • Rispondi Top post dal mondo expat #9.11.15 | Mamma in Oriente 16 novembre 2015 at 14:57

    […] “A piccoli passi” del blog “Bellezza rara” dal […]

  • Rispondi Annamaria 16 novembre 2015 at 18:01

    Ho letto per la prima volta il tuo blog oggi, in questa occasione assurda. Penso che tu abbia lo spirito giusto per affrontare questa tragedia, lo stesso spirito che vorrei trovare io, che per ora ho ancora tanta paura. Non per me, ma per il mondo che stiamo porgendo ai nostri figli, ai nostri nipoti. E paura per l’immediato futuro perché il nemico non ha volto, ha solo armi.

    • Rispondi Valentina Stella 17 novembre 2015 at 11:22

      Ciao Annamaria! Guarda, anche io ho paura proprio di quello: del mondo che stiamo lasciando ai nostri figli. Poi però penso al mio papà, nato nel 1931, che per andare a scuola prendeva un treno da cui ogni tanto dovevano tutti scendere perché passavano gli aerei a bombardare, o alla mia mamma, che da neonata non ha visto il padre per due anni perché era stato chiuso in un campo di lavoro in Germania, e allora mi dico: bisogna farcela, bisogna sperare. Il mondo ha fatto tanto, ha sconfitto il nazismo. Ce la faremo anche noi.
      Ciao!

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