Lussemburgo viaggi

Bonsgiùr, sge m’appèl Valentinà

25 settembre 2015

Bonsgiùr

Sono arrivata qua tre mesi fa. Qua è uno stato, anzi, un granducato, piccolissimo, più piccolo della Valle d’Aosta, che si chiama Lussemburgo. LUSSEMBURGO, non Liechtenstein (sono dovuta andare a cercare su google l’esatto modo di scrivere Liechtenstein) e nemmeno Belgio (tante persone quando dicevo «Andrò a vivere in Lussemburgo» mi hanno detto «Ah, che bello il Belgio»).

Qua si parla il lussemburghese, che è una lingua abbastanza incomprensibile, non presente su google translate, che è una via di mezzo fra il francese e il tedesco, ma decisamente più vicina al tedesco. Io non conosco il tedesco a parte Was ist das? Mittwoch e Knoblauch (dovrò poi chiedere alla mia psicologa perché io del tedesco conosca Cos’è questo? Mercoledì e AGLIO), quindi per me il lussemburghese è buio totale.

I lussemburghesi, popolo orgoglioso, minoranza a casa loro (sono il 45% della popolazione del loro paese) ci provano sempre: quando salutano qualcuno, anche se lo vedono avvolto in una bandiera, che so, italiana o cinese o americana, loro esordiscono con MOIEN, che è il loro buongiorno. Solo dopo aver visto lo sguardo interrogativo della persona in questione, alzano il sopracciglio e, sforzandosi un po’, dicono Bonjour. 

Io il francese lo capisco bene, anche per la vicinanza alla Francia della regione in cui ho abitato per 39 anni, ma lo parlo poco, e soprattutto ho basi molto più solide in inglese e portoghese, quindi quando chiedo una baguette mi si crea spesso un po’ di nebbia fra le sinapsi già un po’ arrugginite dalla recente gravidanza, e non sempre riesco a bofonchiare le parole giuste. Poi, vabbè, a volte non riesco a bofonchiare proprio nulla e mi ritrovo a giocare al gioco dei mimi come quando avevo 9 anni.

Comunque, dicevamo del mio francese. Che uno dice «Eh ma che figata, sai l’inglese e il portoghese e capisci lo spagnolo e il francese, sai un sacco di lingue». NO. Quelle lingue mi  girano in testa, e a volte si scontrano fra loro frantumandosi in mille coriandoli impazziti.

Tipo qualche giorno fa. Ero da Quick – il McDonald’s francofono, che Guia ama molto – e il ragazzo alla cassa mi ha detto che il panino che avevo chiesto sarebbe arrivato dopo 5 minuti. E io volevo dire «Ok, aspetto qua», solo che la mia anima portoghese ha preso il sopravvento e dato che a Lisbona aspettare si dice esperar, ho detto «Ok, je l’espère», e ho appoggiato i gomiti sul bancone, tutta soddisfatta del mio riuscire a comunicare senza gesti.
Il tizio mi ha guardata e mi ha detto «Guardi che  arriva davvero, eh», e allora improvvisamente le mie sinapsi hanno avuto un guizzo di vita, una scintilla primordiale, e mi è venuta in mente da una galassia lontana la sensazione che esperar non fosse francese ma portoghese. Perché in francese «Je l’espère» vuol dire «Lo spero». Cioè, tu mi dici che mi sta per arrivare il panino e io con aria simpatica mi appoggio al bancone e dico «Eh, lo spero».

E allora in quel cimitero di sinapsi che è il mio cervello sono riaffiorati ricordi di altri scontri di lingue.

Tipo quando ero a Lisbona con il mio fidanzato americano (non sto parlando di quel tipo di scontri di lingue, cosa andate a pensare). Io ero tornata a trovarlo, due mesi dopo il mio Erasmus, convinta che un amore a distanza avesse senso, ed ero stata a casa sua per una settimana. Mi sentivo davvero adulta: lui la mattina andava a lavorare e io lo aspettavo a casa la sera, dopo aver camminato ore in quella splendida città, e lo aspettavo come una perfetta fidanzatina: il vino bianco ghiacciato nei bicchieri, qualche stuzzichino, e tanto amore. Il venerdì tornò a casa e io come sempre gli chiesi «Cos’hai fatto oggi in ufficio?», e lui mi rispose «Oh, I’ve just fucked around all day long».

Io rimasi per un secondo immobile con il bicchiere in mano e un’immagine nella testa: lui che girava per gli uffici dell’azienda fucking around con ogni collega che gli capitava a tiro.

«Excuse me?» gli devo aver detto, con il sogno del nostro amore affogato nel vino bianco. E lui, sempre con aria annoiata, mi disse che tutti nel suo ufficio il venerdì fucked around. E io non so come riuscii a capire che semplicemente aveva cazzeggiato tutto il giorno, so solo che per un attimo ebbi la tentazione di fuggire da quell’uomo che il venerdì provava un impellente bisogno di fare sesso con tutte le donne dell’azienda.

O come quella volta, a quel colloquio per una famosa azienda di caffé torinese. Colloquio in inglese, io prontissima, con il sorriso sulle labbra (adoro i colloqui di lavoro).

«Cosa le piace fare nel suo tempo libero?»

«Oh, well, I like to hang over with my friends at night».

La tizia irlandese mi guardò a metà fra il divertito e il turbato. Eccola qua l’ubriacona che invece di andare in rehab va a fare colloqui, deve aver pensato.

Ci fu un attimo di silenzio, e anche lì le mie sinapsi tutt’a un tratto resuscitarono e allora riuscii a dire, in extremis, «HANG OUT! I meant hang out, not hang over, sorry».

Poi non mi assunsero, non si fecero più sentire. Molto strano.

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6 Commenti

  • Rispondi Simone 25 settembre 2015 at 13:34

    Fantastica!!!
    In effetti c’è una provincia del Belgio, guarda caso vicino al Lussemburgo, che si chiama Luxembourg (come sono originali questi nordici… – https://fr.wikipedia.org/wiki/Province_de_Luxembourg).

    In ogni caso avrei pagato soldi veri per assistere alla scenetta del Quick!

    A me invece devo dire che capita una cosa diversa (o “limitrofa”): nell’insalata di lingue che c’ho nella testa, data la fatica enorme che faccio col francese cercando di apparire sciolto, associo ogni lingua “straniera” al francese; questo vuol dire che se per esempio mi trovo in Germania e so che conosco un singolo lemma in quella lingua, e allora vorrei dirlo ma poi non so come fare con tutto il resto della frase che potrebbe avere un senso compiuto, mi viene da parlare in francese, con immediata smorfia dell’interlocutore!

    Un abbraccio,
    S

  • Rispondi Ophelinha 25 settembre 2015 at 15:30

    Vale, menina, benvenuta nel mio mondo! Tra capa croata francofona, altra capa spagnola, colleghi inglesi e irlandesi, corso di portoghese e francese/fiammingo per strada, a volte li sento davvero come Bill Murray in Lost in Translation 😀

  • Rispondi Giupy 16 dicembre 2016 at 19:14

    Ahaha bellissimo questo post! Io vado ogni tanto in Lussemburgo perche’ ci lavora il mio moroso (ma stiamo in Germania), e pure io sono rimasta da tutte queste lingue che si parlano http://giupyingermania.blogspot.de/2016/10/ja-je-suis-very-happy.html

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