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Bambini piccoli, problemi piccoli

18 settembre 2015

Bambini piccoli problemi piccoli

Quando sei anni fa mi dissero per la prima volta Bambini piccoli, problemi piccoli, bambini grandi, problemi grandi, io, insonne ed esausta per i primi mesi di Guia, pensai «Ma figurati. Poi cominci a ragionare con tuo figlio. Poi puoi parlarci. Poi un bambino è grande, e chissà che divertimento fare i compiti a casa con lui»

Ero stanca ma soprattutto frustrata dal non capire mia figlia. Sentivo narrare di mitiche mamme capaci di distinguere il pianto per fame da quello per dolore da quello per bisogno d’affetto.
Per me i pianti erano tutti uguali, e ugualmente assordanti. E ogni volta, puntuale, mi ritrovavo a cambiare – nutrire – cullare mia figlia in una serie di tentativi sfiancanti e sempre più frenetici finché, distrutta, la lasciavo nella sua cullina e lei, dopo un ultimo urlo, crollava più sfinita di me.

«Bambini piccoli, problemi grandi», pensavo, andando a dormire sapendo che la mia sveglia umana avrebbe pianto tre ore dopo.

Oggi ho una figlia di sei anni e una neonata che a volte mi movimenta le notti, e come si sa, la notte è fatta per tante cose ma soprattutto per partorire pensieri, e proprio ieri verso le tre mi sono detta «Sbagliavi».

Sbagliavo, perché ora ho davanti a me una bambina piccola e una bambina grande ed è come se dovessi fare due lavori totalmente diversi nello stesso momento.

Prendersi cura di un bambino nei primi mesi è come ricamare: devi avere delicatezza, devi mantenere la calma e saper osservare, ma spesso hai già una trama disegnata. Hai addosso la stanchezza fisica, pesante come un macigno, che ti pietrifica le palpebre e le gambe ma normalmente sono problemi piccoli, è vero.

Quando hai accanto un bambino più grande magari – per fortuna – hai comunque problemi piccoli, ma la differenza è che non hai nessuna trama disegnata. Hai fra le mani il futuro di tuo figlio, devi fare delle scelte per lui, devi intuire cosa prova dalle sue poche parole o dai suoi occhi quando esce da scuola e ha solo voglia di giocare, e allora la stanchezza non è più quella che ti fa crollare sul letto la sera ma è quella che ti tiene sveglia di notte abbracciata al peso della responsabilità. C’è nella tua vita una piccola donna o un piccolo uomo che porta con sé il suo bagaglio di emozioni, peculiarità, scoperte, e a volte quel bagaglio ti sembra incredibilmente affascinante e allo stesso tempo indecifrabile, e allora ripensi al suo pianto di tanti anni fa e ti rendi conto che forse non c’è mai stato nulla di più facile da capire.

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4 Commenti

  • Rispondi verdeacqua 18 settembre 2015 at 11:22

    ecco, come sempre io sguazzo dentro alle tue parole e mi ci ritrovo in tutto. <3

  • Rispondi Erika 18 settembre 2015 at 11:56

    Ciao Valentina, hai ragione… più crescono e più cresce l’entità delle preoccupazioni. Anche io ho ascoltato tutti i loro pianti (i miei sono tre) e pure a me parevano tutti uguali! Una frustrazione enorme quella di non capire! Poi la frustrazione si sposta e si allarga, di pari passo col loro mondo.
    Oggi il timore non è più quello di non comprendere il loro pianto, ma di non intuire davvero cosa stia dietro le loro parole…
    Tutto sommato non è molto diverso.
    Poi c’è il resto del mondo… e quello sì, può essere una grande risorsa, ma anche grandi, nuovi e inaspettati problemi.
    Penso che finché le nostre notti saranno mediamente insonni, potremo dire di avere dato il meglio di noi.
    Un caldo abbraccio!
    Erika

    • Rispondi Valentina Stella 18 settembre 2015 at 21:39

      Ciao Erika! Che bello quello che hai scritto! E hai ragione: finché le nostre notti saranno mediamente insonni, potremo dire di avere dato il meglio di noi.
      Un abbraccio a te!

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