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Non sai mai di essere una mamma italica finché non scopri di esserlo

6 luglio 2015

Il coraggio di dare coraggio

Passi gli ultimi sei anni della tua vita a sentirti lontanissima dall’idea di mamma italica, vai in giro per la città in cui abiti da sempre e quando tua figlia cade ai giardinetti non ti butti subito su di lei dicendo «Amore mio, cosa ti sei fatta?», ma la guardi da lontano e le dici «Dai, su, alzati, piccola, tutto a posto», con quell’aria serena e un po’ sbruffona di chi spera che la figlia non si sia rotta una gamba ma allo stesso tempo sa che deve imparare a rialzarsi da sola, affronti un inserimento al nido e uno alla scuola materna chiacchierando con le altre mamme, criticando con loro questo sistema italiano che «ci fa perdere giorni e giorni di lavoro per poi far crescere una generazione di bamboccioni», le parli cercando di evitare le vocine da bambina, i termini inventati o storpiati e ogni due per tre le dici «Sei grande, parla da grande», non sei nemmeno così fan dell’igiene e le permetti di mangiare un gelato senza che si lavi le mani prima, al mare le fai fare il bagno anche due minuti dopo il pranzo, guardando le altre mamme che invece dicono «Fra due/tre/quattro ore!» con la tentazione di dire «Ma lo sapete che è una leggenda metropolitana quella?», pretendi che si vesta da sola, faccia tutto da sola (anche a costo di abbinamenti di colori improbabili) e diventi nera di rabbia se qualcuno della famiglia si azzarda a fare qualcosa per lei, che sia tagliarle la carne o – orrore – dirle «Vieni dalla nonna/zia/baby sitter, ti consolo io».

Poi ti trasferisci e, nell’impeto e nell’eccitazione del momento e con la consapevolezza di non essere la tipica mamma italica, prenoti per tua figlia di quasi 6 anni una settimana di scuola estiva nella tua nuova città, a Lussemburgo, tutta in francese, però no, aspetta: gli animatori sanno anche l’inglese.
Peccato che tua figlia non sappia né il francese né l’inglese, fatta eccezione per qualche termine inglese tipo primavera (Spritz! Si dice spritz, mamma!) imparato al corso della scuola materna.

Attorno a te mamme francesi, tedesche e inglesi che arrivano, sganciano i figli e se ne vanno sorridenti.

Tu sei arrivata alle 9 come tutte, e nella folla di bambini e genitori cerchi di rilevare subito la presenza di TUTTI gli animatori, e ti presenti a ciascuno dicendo nel tuo perfetto francinglese (pensi in francese, sei sicura di farcela, e poi non hai il coraggio e ti escono le parole in uno strano inglese francesizzato)
«Guardi che mia figlia non parla francese. E nemmeno inglese».
«Se avete bisogno vi lascio anche questo numero».
«Per caso ci sono altri bambini italiani? Italo-francesi? Con lontani parenti italiani?».
A uno degli animatori dici, sempre nella tua lingua strana, «Vabbè, senta, se non riesce a farsi capire, le parli a gesti: noi italiani CAPIAMO I GESTI», e un attimo dopo ti chiedi «Ma sei scema?».

Poi iniziano le attività – tutti gli altri genitori sono andati via, l’abbiamo già detto – e tu rimani lì, sulla porta, a spiare, sorridendo dolcemente agli animatori perché capiscano che, beh, non puoi fare diversamente, e poi arriva il momento in cui devono spostarsi di aula e allora li vedi andare, tua figlia ti guarda un po’ spaventata, com’è naturale, ma quasi contenta per questa esperienza nuova, tu vedi allontanarsi tutti questi bimbi un po’ alla spicciolata, e allora finalmente – e sono le 10 – vai verso la macchina con il batticuore.

Sali, metti la cintura, accendi il motore e a un tratto un dubbio ti assale: «Non l’avranno mica lasciata indietro e ora sarà persa per le strade del Lussemburgo, o magari del Belgio/Francia/Germania, dato che sono così vicine?»
E quindi invece di andare verso casa fai il giro della palazzina, sai che dovevano andare in un’aula, rallenti dove pensi che questa possa essere, allunghi il collo tipo giraffa per vedere se c’è ma non la vedi, vedi quei tre gemelli inglesi (tre gemelli!), vedi quella bimba tedesca, ma LEI NON C’È!, e allora ti assale l’angoscia per 30 nanosecondi, finché non la vedi sulla porta, che sta entrando con altri bambini, e allora da giraffa ti trasformi in tartaruga, giù giù, quasi sotto al volante sperando che lei non ti veda, ma soprattutto che gli animatori non ti vedano, e finalmente ingrani la seconda, poi la terza e in un attimo sei sulla strada verso casa, la tua nuova casa.

Non sai mai di essere una vera, verace, autentica mamma italica finché non scopri di esserlo. Dalle punte dei piedi fino a quelle dei capelli.

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