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Con gli occhi persi nel bosco di fronte

16 luglio 2015

«Cosa facciamo, ci fermiamo? Mangiamo?»

«È un po’ presto ma sì, fermiamoci. Prima che faccia troppo caldo»

Poggiano gli attrezzi per terra, vanno uno dopo l’altro nel bagno senza porta, e con le mani pulite ma dipinte di bianco si aggrappano ai pioli della scala. Sbucano in un cielo azzurro e caldo, come quelli che al Nord non ti aspetti. A ognuno il suo vano, che un giorno diventerà un abbaino. I piedi ben saldi sul tetto, gli occhi persi nel bosco di fronte.

«Cosa ti sei portato?»

«Cosa mi ha messo Melissa nello zaino, vorrai dire: pasta. La pasta al ragù di ieri sera. Da quando siamo qua, come per rimbalzo, cucina molta più pasta. In Italia la faceva di meno»

«E cosa cucinava?»

«Di tutto. Indiano. Soprattutto l’indiano, negli ultimi mesi. Ma cucinavo – cucino – pure io».

«Io mai».

«Mai cosa?»

«Non cucino mai. Non mi piace. Tutto quel tempo speso, e poi in un attimo ti mangi tutto. Come sugli sci. Due volte sono andato a sciare, da piccolo. Mio padre mi aveva obbligato, e io mi sono sempre annoiato: tutto quel tempo a salire, fra coda e skilift, e poi in un attimo hai già fatto la discesa»

«Beh, sì, dipende dai punti di vista». Marco addenta i primi due fusilli e al posto del sapore del ragù sente quello dell’hot dog con la senape sui campi da sci. A lui sì piaceva sciare. Era nato a mezz’ora dai primi impianti, era cresciuto con il profumo della neve fresca nei polmoni, e la prima discesa l’aveva fatta che nemmeno aveva quattro anni. Non c’era nulla di più bello nei suoi pomeriggi dopo la scuola che prendere quei due pezzi di legno, poi diventati sci veri, salire zampettando più veloce di tutti, e lasciarsi andare giù, senza racchette, con le braccia aperte come gli angeli. Nessuna curva, tutto dritto, il sudore della salita che gli si gelava sul collo. Il naso che colava e si riempiva di stalattiti ogni volta. Ripeteva la stessa scena all’infinito, sullo stesso pezzo di montagna, con gli amici che pian piano si stancavano e gli dicevano «Ci vediamo sotto», e allora arrivava il momento più bello, quello in cui restava da solo e la gara era solo con il ricordo della sua discesa precedente.
A volte scendeva cantando, altre urlando, altre piangendo, quando il sole calava e il freddo gli incendiava gli occhi.

«Tu sciavi?» gli chiede Daniele con la bocca piena.

«No, forse ho provato una volta da piccolo, ma non ho mai sciato»

«Beh, strano. Mi hai detto che sei cresciuto vicino alle montagne»

«Sì, strano» risponde lui, con un brivido di fastidio nella schiena. Riesce finalmente a staccare lo sguardo dal cielo azzurro nel quale è sospeso, e allora il sapore di hot dog con la senape non c’è più. «Il ragù è ancora più buono il giorno dopo, hai mai notato?»

«O forse è il sapore del ragù lontano dall’Italia» sorride l’altro finendo il panino. «Vado a chiamare mia moglie, ci vediamo fra poco».

Un aereo passa bassissimo sulla testa di Marco, e a lui sembra di potergli toccare la pancia con la punta della forchetta che ha in mano. Quando li vedeva passare, dalla cima della montagna, urlava con tutta la voce che aveva «Ciao Nonno!». Gli avevano detto che suo nonno – che non aveva mai conosciuto – era andato in cielo, e allora suo nonno non poteva che essere su ogni aereo in volo lassù.

(Ho scritto un romanzo, uscirà nel 2016. Nel frattempo mi esercito scrivendo pezzi sparsi di qualcosa di nuovo, tipo Marco e le sue montagne). 

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4 Commenti

  • Rispondi SILVIA 16 luglio 2015 at 14:22

    Tipo che attendo il 2016..
    Hug u!

  • Rispondi Luciana 6 agosto 2015 at 12:47

    E Marco e le sue montagne già mi incuriosisce! 🙂

    ps. ma è arrivata, lei? Il suo nome sarà poetico come quello della sorella? ;))

    • Rispondi Valentina Stella 13 agosto 2015 at 17:52

      Ciao Luciana! Scusa se non ho approvato subito il tuo commento ma in effetti sono stata un po’ impegnata:…il 7 agosto mattina è nata LEI! E si chiama Benedetta. Un po’ più classico come nome rispetto a Guia, ma ci piaceva! 🙂

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