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Il nocciolo

5 giugno 2015

Il nocciolo

Ero una ragazzina e la sera a casa giocavo a travestirmi da Madonna. Ascoltavo Into the groove e sognavo di fare l’attrice e di esibirmi in teatri pieni di spettatori. Nel letto, prima di addormentarmi, immaginavo il mio discorso di ringraziamento con l’Oscar in mano. Avevo 14 anni e tutta la libertà di fare sogni lunghi, enormi, senza confini.

Poi però la mattina mi svegliavo, indossavo abiti normali e andavo a scuola. Entravo in un liceo classico le cui pareti raccontavano pezzi fondamentali della storia di Torino e dell’Italia. Stavo ad ascoltare professori che cercavano di farmi innamorare di autori che ho riscoperto dopo, senza l’ansia delle interrogazioni. E passavo gli intervalli in quel limbo di quando sei adolescente: sai che sei qualcosa, ma non sai esattamente cosa. E allora fingi di essere tante persone, declami mille idee, accumuli maschere su maschere.

Quando mi dicevano «L’adolescenza è un’età dolorosa», a me sembrava strano. Avevo amici, amiche, cose da fare, giorni da riempire. E invece no, e invece avevano ragione loro. Mi rotolavo nel non sapere, nel fingere di aver deciso, nei travestimenti che giorno dopo giorno decidevo di indossare. Ero spavalda e mi sembrava di non aver paura di nulla. Non avevo nessun timore a dire la mia in mezzo a decine di coetanei che la pensavano in modo diverso dal mio.

Peccato che non sapessi esattamente quale fosse la mia opinione.
Peccato che la maggior parte delle volte a spingermi a parlare fosse la paura che non si sentisse la mia voce, non la sicurezza di credere in qualcosa.
Peccato che il mio essere estroversa fosse solo un modo per combattere la timidezza.

Ho capito dopo tanti anni, forse troppi, chi sono e cosa voglio, e comunque non so se l’ho capito fino in fondo. Ho dovuto studiare, amare, essere lasciata, litigare, conoscere persone, viaggiare e passare il tempo sola con me stessa lontana un oceano dal mio mondo.
È un cammino che non finisce mai, è come avere un puzzle con un numero di tessere che tende all’infinito.

Ieri una bambina mi ha guardata nello specchio dell’ascensore, gli occhioni grandi spalancati e i riccioli sudati sulla fronte. Stavamo parlando di un suo modo di affrontare le cose, e all’improvviso lei, con la voce ferma e calma, mi ha detto «Mamma, io voglio essere quella che sono».

Avrei voluto dirle che non l’ho amata mai quanto in quel momento. Avrei voluto dirle che, anche se ancora non lo sa, a quasi sei anni ha già capito un pezzo del segreto per essere felici. Avrei voluto dirle che noi genitori spesso ci preoccupiamo più di ciò che pensa il coro greco attorno a noi che di ciò che di meraviglioso sta dentro ai nostri figli. Avrei voluto dirle che a volte una mamma, con le sue domande e i suoi consigli, può essere molto più piccina delle parole di sua figlia.

Ma non ho parlato più. Ho sorriso, le ho preso la mano, siamo uscite dall’ascensore, e abbiamo camminato insieme sotto il sole caldo.

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