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Sottrazioni

23 aprile 2015

Sottrazioni

«Ci passiamo tutti prima o poi, vero?»
Alzo gli occhi e vedo i suoi, azzurri liquidi, che mi guardano.
«Scusi se le rivolgo la parola così. Mi chiamo Anna. È nuova qua?» continua lei.
Accenno un sorriso. «Siamo arrivati ieri. Mio marito è stato operato di peritonite. D’urgenza. Pensi, io per ventiquattro ore l’ho preso in giro dicendogli che gli uomini non sanno sopportare il dolore. E nel frattempo gli si perforava l’appendice».
«Oh, non se ne faccia un cruccio. Aveva ragione. Gli uomini hanno una soglia del dolore molto più bassa della nostra. Se no mi spiega perché Dio avrebbe scelto noi donne per partorire?»
«Lo dice sempre anche la mia mamma». Ora quasi rido, e sto per dire ciò che poi dice subito lei.
«Se fosse stato così, l’umanità si sarebbe estinta ai tempi di Adamo ed Eva».
Ha tantissime rughe, pochi capelli bianchi raccolti sulla nuca, un vestito di lana verde e le mani sulle ginocchia.
«E ora come sta suo marito?» mi chiede.
«Bene, mi sembra. Ma è ancora intontito dall’anestesia. Dicono che il giorno più duro sia quello successivo all’operazione, quando il dolore si fa sentire. Vedremo».
Vorrei chiederle perché lei è lì, in quel salottino fatto di poltrone di finta pelle blu e un televisore sintonizzato su Barbara D’Urso, ma non oso, non so come funzioni, ho paura di essere troppo curiosa. Ancora non so che in un reparto ci si parla, ci si racconta, persino in una città riservata come Torino. Ancora non so che in reparto è tutto sospeso, come i bambini quando fanno pugno durante Ce l’hai.
«Noi siamo qua da due settimane. Mio marito è stato operato sei giorni fa. Tumore all’intestino. Per la terza volta gliene hanno tolto un pezzo» mi spiega lei.
«E come sta?»
«Insomma. Ha 85 anni. Ogni volta è come se gli togliessero anche un po’ di voglia di vivere. Fa un po’ sorridere pensare che la voglia di vivere possa stare anche in un pezzo di intestino che viene buttato nella pattumiera, vero?».
Vorrei sapere cosa rispondere. E invece me ne sto zitta, seduta sulla poltrona blu, a guardarla.
«Ma che cosa ci vuole fare – aggiunge – la vita, da un certo punto in poi, è tutta una sottrazione».
Mi vengono in mente le lacrime che ho versato qualche ora prima, durante l’operazione. L’avevano portato in sala operatoria alle 15.20, e alle 18 non era ancora uscito.
Non è possibile che ci metta così tanto per un’appendicite, continuavo a dirmi.
Ho pregato.
Poi ho cercato sul telefono quanto dura un’appendicectomia, e ho trovato al massimo due ore.
Poi ho cominciato a pensare a come avrei fatto. A come l’avrei detto a mia figlia, e a quella che ho nella pancia. Mi sono chiesta se sarei mai riuscita a rifarmi una vita.
Poi, all’improvviso, le porte si sono aperte, ed è arrivato lui, con una cuffietta verde in testa, sdraiato su un letto bianco. (La mia ansia non aveva capito che entrare in sala operatoria non vuol dire essere subito operato)
Come l’ho amato in quel momento non l’avevo mai amato. E mentre eravamo nell’ascensore lui, io e l’infermiera, anche lei tutta verde, ho pensato che l’amore si nutre anche di sottrazione. Che a volte devi sentire che una cosa ti sta per essere portata via per amarla con tutto il cuore ma anche con lo stomaco e con ogni muscolo che ti fa stare in piedi. Che è una cosa da ragazzini, sì, ma a volta l’amore ha bisogno di sentirsi e di farti sentire un ragazzino, per esplodere in ogni tua cellula.
«Ci ha mai pensato?»
Alzo gli occhi di nuovo e lei è sempre lì, con le mani appoggiate sulle ginocchia.
«Da quando nasci, cominci ad accumulare. Capelli, chili, centimetri, denti. Poi nozioni, cultura, esperienze. Poi, se sei fortunato e bravo, soldi, case, ricordi, viaggi. E poi figli e nipoti.
Poi, all’improvviso, arriva un momento, un momento che non sai identificare nemmeno a distanza di anni, in cui è come se la vita arrivasse e ti dicesse “Va bene, ti sei divertito finora? Ora mi diverto io”. E comincia a sottrarre.
Ti  toglie un po’ di vista.
Poi un po’ di udito. Se ti va male, entrambi, insieme.
Poi il primo amico. E tu vai al funerale e dici poverino, e abbracciando gli altri amici state tutti lì a pensare alla sua sfortuna. Così giovane.
Poi però ti toglie anche il secondo, e il terzo. E al funerale non pensi più che quello nella bara sia lo sfortunato, ma che tu sia il sopravvissuto.
Poi ti toglie i ricordi. Lo sa che di tutte le sottrazioni, questa è la più crudele? Te ne stai lì per ore a rincorrere un momento di venti anni prima e poi, quando capisci che non riuscirai mai più a inquadrarlo, devi fare un piccolo funerale anche a un pezzo della tua memoria.
Poi ti toglie i capelli, e i denti. Come se avessi bisogno di sentirti vecchio. Come se ci fosse bisogno di un segno tutti i giorni davanti allo specchio.
Poi a volte ti toglie anche la ragione, e questo ancora non è successo a me, ma a lui sì. È da quando siamo qua dentro che mi chiede quando andremo all’ospedale. E io gli dico che siamo già qua, che lo stiamo curando, lui capisce, mi dice meno male, Ninetta, grazie, e un attimo dopo mi guarda spaventato e urla “Lasciami la mano, chi sei tu? Chiamate mia moglie”».
Prende un respiro profondo.
«A un certo punto la vita ti toglie anche l’amore. Quello di quando si è ragazzini, quello che fa battere il cuore. Noi siamo sposati da 58 anni. Cinquantotto. Un numero per il quale davanti all’altare faresti una firma con il sangue. E invece quando ce l’hai sulle spalle, a volte ti chiedi cosa devi aver fatto di male in una vita precedente per meritartelo. E pensi che ci sono assassini che escono di prigione dopo nemmeno vent’anni».
Sorride, e allora io rido.
«Non voglio scoraggiarla, eh. C’è anche del buono. C’è che dopo tutto questo tempo si è una cosa sola, che non è poco. Anzi, è tutto.
Ma l’amore, quell’amore che lei prova per suo marito, quello la vita lo sottrae insieme ai denti, ai capelli e agli amici.
È questa la vecchiaia. Sei seduta in treno, vedi il paesaggio scorrere davanti ai tuoi occhi ma in realtà, se guardi bene, fra te e quel paesaggio c’è un vetro che riflette il tuo viso.
Un viso che non vuoi più vedere».
La guardo bene, e c’è qualcosa che stona. Dentro ai suoi occhi non c’è disperazione, non c’è tristezza e nemmeno rassegnazione.
«Sai cosa ti dà la vita, però, dopo tutti questi anni? Ti dà la forza di accettare. Non glielo so spiegare con precisione cosa sia. È forza. Anche se non riesci ad alzarti dal letto, anche se non cammini più. Sai che succede, vedi che la vita ha sottratto a tutti, e allora ti dici “Va bene. Va bene davvero”».
Non so ancora che in reparto ci si racconta tutto, e sto zitta, e anche se lo sapessi, non saprei cosa dire.
«Non avrei dovuto raccontarle tutto, eh?» mi chiede con la voce corrosa da una risata «Forse ho esagerato…ma guardi, forse sapere che un giorno tutto questo ti verrà tolto, può far apprezzare anche i primi capelli bianchi».
«Io ne ho tanti, da un po’» rispondo. «Ma non li tingo. Mi piace vederli, mi piace vedere gli anni che passano tutti sulla mia testa. E poi illuminano un po’ questo castano scuro».
«Infatti le donano. Li ami, ami molto anche loro».
Si alza agile, prende la borsa e mi porge la mano.
«Mi ha fatto tanto piacere parlarle. E mi scusi se l’ho intristita».
«Non mi ha intristita».
«Fra poco passano i medici, devo andare a prepararlo, devo andare a ricordargli che è in ospedale».
Sprofondo nella poltrona blu, mentre Barbara D’Urso parla di una tizia che diventerà mamma a 62 anni.
È la vita che si nutre di sottrazioni, non solo l’amore.

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22 Commenti

  • Rispondi Francesca 23 aprile 2015 at 11:45

    Ho quasi pianto a leggere, bellissimo…però non sono tanto d’accordo con la signora, non credo ci venga sottratto niente…mia nonna è morta a 97 anni e fino alla fine i suoi occhi brillavano della stessa vita che aveva da ragazza quando a noi nipoti raccontava la pazza che era stata ad uscire di notte in una Roma deserta per imbucare lettere a mio nonno che era in guerra o di quando si era persa nel bosco che dalla sua casa di Rocca di Papa portava ad una chiesetta dove doveva incontrarsi di nascosto con mio nonno in permesso per pochi giorni, e il loro amore non è mai stato una sottrazione e neanche il momento della sua mort stata una sottrazione ma una meravigliosa addizione di tutti noi nipoti e figli che siamo stati accanto a lei sul letto tutta la notte, un’addizione di amore. Scusa se mi sono dilungata 🙂

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 23 aprile 2015 at 12:22

      Che bello, Francesca!
      Sai, sono d’accordo con te. E ho avuto splendidi esempi nella mia famiglia. Certo, quella signora era molto stanca. E l’ambiente in cui eravamo non aiutava…
      Ciao! 🙂

  • Rispondi Ophelinha 23 aprile 2015 at 14:43

    Ho letto questo post stamattina in metro, tornando dall’ospedale (capisci, vero?).
    E poi in banca, mentre aspettavo il mio turno.
    La settimana scorsa ho scoperto il mio primo capello bianco, e ho pensato a quante volte ho odiato i miei capelli, perché troppi, perché troppo intricati, troppo complicati da gestire, senza considerare che un giorno avrebbero iniziato ad assottigliarsi, sfoltirsi, imbiancare, cadere.
    Tra tutte le sottrazioni a venire, spero non sia mai incluso l’amore.

  • Rispondi Ciccola 23 aprile 2015 at 19:44

    Non sono riuscita ad arrivare in fondo, lo finisco un giorno in cui sono meno emotiva. Bellissimo, è sempre bellissimo quello che scrivi.

  • Rispondi Silvia A. 23 aprile 2015 at 22:40

    Bellissimo Vale…

  • Rispondi Luciana fl 24 aprile 2015 at 12:33

    I ricordi – belli o brutti – sono sempre utili ma bisogna somministrarli bene.

    Penso che la percezione della vita che si fa e del tempo che passa sia condizionata inevitabilmente dalle nostra esperienze più sentite. La signora mi sembra che abbia amato particolarmente la giovinezza e meno quelle fasi successive. Chi lo potrà sapere? Certo che l’ospedale e la situazione del marito non l’avranno aiutata a pensare diversamente sul suo presente.

    Avrà avuto sicuramente i suoi motivi per chiamarle sottrazioni ma ci sono tante altre possibili riflessioni se ci si riesce a stare concentrati più su ogni giornata e meno su quelle già vissute. In realtà, penso anche il passato più felice, se richiamato in continuazione, distolga forza al presente e può facilmente portarci alla malinconia se non stiamo attenti! 🙂

    ps. Spero il tuo amore stia meglio e sia presto in forma perché – come dice mio marito – “tre donne sono difficili da gestire per un solo uomo nella stessa casa” 😀

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 26 aprile 2015 at 20:54

      Luciana, hai super ragione. Io ho il “vizio” di pensare troppo al passato, e in effetti è un modo per non vivere il presente davvero. Ogni giorno mi dico che devo cambiare, e ogni giorno è difficile. Scrivere un po’ mi aiuta, perché è come se affidassi alle parole il mio passato, come se lo mettessi in un posto sicuro e non nelle mie giornate.
      E mi piace un sacco questa tua frase: i ricordi – belli o brutti – sono sempre utili ma bisogna somministrarli bene.
      Ciao! 🙂
      ps: grazie, il mio amore sta meglio anche se è ancora a casa in convalescenza…e per la cronaca, concorda con tuo marito al 100% :)))

  • Rispondi Alice dalla nascita 24 aprile 2015 at 15:18

    Auguri a tuo marito Vale.
    Bellissimo il racconto che ne hai fatto. Mi sono rivista quando la mente galoppa e immagina cosa sudderà dopo. Lo faccio fin da quando ero bambina e quando ritorno alla realtà mi sento in colpa, anche se ho imparato a considerarlo il bisogno di razionalità di fronte alla paura.
    E’ vero la vita sottrae, nell’aspetto fisico e nelle forze, se non nelle esperienze. Ma hai ragione, bisogna accettarlo e cogliere le cose nuove che arrivano e impegnarsi per far sì che il saldo sia sempre positivo.
    Un abbraccio.

  • Rispondi genitorialmente Manu e Flavia 26 aprile 2015 at 23:13

    Per caso ho scoperto il tuo blog e ho fatto fatica a finire di leggere il tuo post, ma sono arrivata in fondo. E’ bellissimo e profondo, ti ho nominata Top of the Post, vieni a leggere http://www.genitorialmente.com/2015/04/GenitorialmenteTopofthepost.html

  • Rispondi Mamiga 27 aprile 2015 at 9:01

    Questo post è commovente. Sul serio, ho gli occhi lucidi.
    Mentre lo leggevo mi venivano davanti agli occhi due figure, due volti: mia madre e mia suocera. La prima ha sessantasei anni, la seconda settantacinque. Entrambe hanno avuto le loro difficoltà, ma hanno due caratteri diametralmente opposti: pessimista e malinconica la suocera, positiva e sempre ben disposta mia madre. Mia suocera ripete da che la conosco (sedici anni) che diventare vecchi è brutto. Ma mia madre ha sempre sostenuto che la vita ha iniziato a darle da anziana quello che da giovane non ha avuto: una casa tutta sua che si è sudata da sola, l’ affetto di un genero e una nuora che si aggiunge a quello dei figli, libertà di fare quel che le pare, stabilità economica e amiche della sua età. E se la vedi cammina curva su un bastone a causa di una grave scoliosi, è sopravvissuta come me da un tumore, è sempre piena di dolori, e le uniche due storie d’amore che ha avuto in vita sua sono finite male, la prima in manera drammatica. Ma non si lamenta mai.
    Che bella fortuna deve essere avere un carattere come il suo. Che la vita sottrae man mano che avanza credo sia vero, ma se ci penso inizia a sottrarre dal giorno in cui si nasce, così come contemporaneamente aggiunge: smetti di essere portato in braccio ma impari che camminare è bello, ti si caricano addosso le responsabilità che prima eri abituato a lasciare che risolvano i tuoi genitori ma puoi fare le tue scelte, smetti di dormire come un ghiro la notte perchè tuo figlio ti sveglia ad ogni respiro ma sei ripagata dalla sua esistenza, di cui non potresti più fare a meno. Io la vedo così. E spero che gli anni a venire non mi facciano cambiare idea.
    Un abbraccio. Ti ho trovata tramite il blogo di Manu e Flavia, e inizio a seguirti con piacere.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 27 aprile 2015 at 12:05

      Ciao! Che bello, anche io vorrei essere come la tua mamma. Credo sia difficile, anche impegnativo, ma essenziale per riuscire a vivere bene e a regalare sempre qualcosa agli altri.
      Un abbraccio a te!
      Vale.

  • Rispondi AliceOFM 28 aprile 2015 at 19:35

    Questo è stato il primo post che ho letto dopo essere tornata a casa dall’ospedale, pensa te, operata di appendicite.
    E mi ha smosso qualcosa dentro.
    Sono tornata ora per commentare, e a quanto pare, non è un racconto che ha frullato i sentimenti solo a me.
    Davvero bello.
    Buona guarigione a tuo marito.

    Alice

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 28 aprile 2015 at 19:41

      Alice! Caspita, buona guarigione a te!
      …non è che per caso ci siamo incrociate in reparto??? 🙂
      Un abbraccio grande!

  • Rispondi Maria Rosa 7 maggio 2015 at 23:15

    Ciao Vale,
    quant’è bello ed emozionante ciò che hai scritto.
    Mi ritrovo anche io, ad essere daccordo, avvolte, ti ritrovi a dover perdere un pò per affrontare la consapevolezza di ciò che hai.
    Ti abbraccio.

  • Rispondi Maddalena 13 maggio 2015 at 11:05

    Ciao quasi bis-mamma,
    ti ho letto qualche giorno fa, non ti ho risposto subito, ma questo post mi è rimasto addosso… Immagino le tue emozioni, amplificate dalla gravidanza. Chissà… è vero, non bisognerebbe considerarle mai “sottrazioni”, semmai “cambiamenti”. Io in questo faccio un po’ fatica, sono tendente alla nostalgia perenne. Bellissimo, comunque. Spero stiate tutti bene, adesso 🙂

    • Rispondi Valentina Stella 13 maggio 2015 at 12:28

      Ciao Maddalena!
      Grazie, ora stiamo tutti bene! E comunque anche io tendo alla nostalgia perenne…e poi in gravidanza è tutto amplificato, è vero!
      Un abbraccio!

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