passato storie

Respiravamo aria

6 marzo 2015

Non era proprio la primavera, era un’anticipazione, era il vento fresco ancora profumato di neve, ma era un vento allegro, che spazzava via il grigio e dipingeva il cielo di azzurro.
Noi avevamo le ossa piene di inverno e di sigarette fumate in una saletta striminzita uno accanto all’altro, i nostri occhi brillavano un po’ meno – perché è naturale, d’inverno gli occhi sono un po’ più opachi – e poi però arrivavamo una mattina di marzo in facoltà e ad aspettarci non c’erano solo l’inizio dei corsi nuovi e qualche voto in più sul libretto bordeaux, ma c’erano il sole, l’azzurro, le montagne disegnate perfette sullo sfondo, e le panchine in cortile non più gelate.
E allora le mattine tutt’a un tratto cambiavano volto, non erano più soffitti bianchi e neon ma si trasformavano in chiacchiere, in mille chiacchiere che cadevano come pioggia su quelle panchine di pietra, noi con le gambe incrociate e la sigaretta sempre in mano, perché tanto per andare ad ascoltare i professori c’era sempre tempo.

C’è sempre tempo quando hai vent’anni, c’è tutto il tempo che non puoi immaginare di poter rimpiangere dieci anni dopo appena.

Avevamo addosso i giacconi pesanti perché eravamo usciti di casa con l’idea di inverno ancora in testa, ma poi spuntavano le maglie sotto il sole, e quello era il momento in cui ci rendevamo conto che il meglio stava proprio per arrivare.
A volte non restavamo su quelle panchine tutta la mattina: bastava un nome, era il nome di un pezzo di collina di Torino, e allora correvamo tutti alle nostre auto – che spesso non erano nemmeno nostre ma delle nostre mamme – e ci arrampicavamo su, fra quei tornanti verdi, e nel verde restavamo tutto il giorno.
A giocare a ce l’hai, a fulmine o semplicemente a guardare la nostra città dall’alto, bella com’è sempre stata eppure non ancora brillante com’è ora.

Respiravamo aria, come se fino a quel momento non avessimo fatto altro che affogare dentro il freddo, parlavamo del nulla come si fa a vent’anni, quando quel nulla ti sembra l’unica cosa per cui vivere e morire, e stavamo uno accanto all’altro, come stanno i ragazzi e le ragazze quando l’amicizia vuol dire anche guardare nella stessa direzione.

Poi arrivava un accenno di tramonto, e con lui il freddo, che era un messaggio dell’inverno che reclamava il suo posto, e allora indossavamo di nuovo le nostre giacche e i nostri piumini, salivamo in macchina e rotolavamo giù da quegli stessi tornanti, ora verde scuro.
Arrivavo a casa con le guance rosse, gli occhi brillanti e i polmoni pieni di risate.
«Tutto bene in facoltà oggi?»
«Tutto bene, mamma, grazie».

Ho respirato aria stamattina, con il cielo azzurro sopra la mia testa, e ho sentito con chiarezza un minuscolo frammento dell’aria di quei giorni, mi è entrata dentro e mi è arrivata al cuore in un secondo.
Erano ancora tutti lì, tutti nel cuore, i miei amici, le nostre risate e i nostri sogni di tanti anni fa.

Ti potrebbe interessare anche

7 Commenti

  • Rispondi Luciana fl 6 marzo 2015 at 13:10

    Già, sono tutti qui! Eppure la mia di facoltà è ormai lontanissima nel tempo e nello spazio… la vita è un soffio divino!

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 9 marzo 2015 at 11:42

      La mia è vicina solo nello spazio e ogni volta che la vedo ho un tuffo al cuore! 🙂

  • Rispondi Themoon 6 marzo 2015 at 20:36

    Nostalgia….

  • Rispondi AliceOFM 8 marzo 2015 at 19:58

    Un giorno spero di leggere un tuo libro in cui ritrovare angoli di Torino shakerati a sensazioni, come in questo post.
    Per ora devo riuscire a scovare qualcosa su cui leggere il tuo e-book.

    Alice

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 9 marzo 2015 at 11:44

      Alice, ma sai che quel libro esiste già? Cioè, esiste il manoscritto del mio primo romanzo, e sullo sfondo c’è tantissima Torino. Ho anche trovato un editore: uscirà fra un po’ di mesi! 🙂

  • Rispondi Mammamanager 13 marzo 2015 at 12:13

    che bella foto 🙂

  • Lascia una Risposta