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W l’amore: l’Illusionista

13 febbraio 2015
Illusionista quadrato

Credits: Ilaria Urbinati

 

Avevo iniziato un post sui San Valentino della mia vita. Credo di averne passati pochissimi da innamorata e felice. Me ne ricordo molti di più in giro o a casa con le mie amiche, in una sorta di veglione in attesa che arrivasse il 15 febbraio, San Faustino, patrono – pare – dei single. 
Poi mi è venuto in mente che ho praticamente già scritto tutto sull’amore nel mio ebook, Se mi lascia non vale. E allora ho deciso di estrarre una di quelle storie e regalarvela per la festa degli innamorati. 
Tanti auguri a tutti: a chi è felice, ma soprattutto a chi ancora non ha trovato il vero amore (giuro, nemmeno io pensavo che sarebbe arrivato…e invece). 

Non ero innamorata.
Ero completamente persa in quello che per me era il paradiso assoluto, ero molto più che innamorata, ero la donna più piena d’amore del mondo.
E lui…lui era perfetto. Bello, bellissimo, favoloso. Era (ed è) un musicista bravissimo. Affascinante, simpatico, divertente. Alto il giusto perché io potessi appendermi a lui, magro ma muscoloso, con gli occhi profondi e la risata travolgente.
Mi aveva corteggiata per anni mentre io ero troppo impegnata a innamorarmi di altri. Mi aveva dedicato poesie, canzoni, lettere d’amore e gerbere arancioni e io l’avevo sempre guardato con molto affetto, tornando poi, dopo un secondo, alla rincorsa dei belli e impossibili del mio cuore.
E poi, dopo il mio Erasmus, dopo un periodo di lontananza, decisi che avevo voglia di vederlo.
Andammo a prendere un aperitivo. E poi a cena. Noi due in un ristorantino con le pareti arancioni, il vino bianco ghiacciato sul tavolo, gli spaghetti con le canocchie nei piatti, e i nostri occhi che non riuscivano a staccarsi.
«Sei fidanzata?»
«No»
«Quando mi hai detto che non eri fidanzata, ho tirato un sospiro di sollievo enorme», mi disse pochi
giorni dopo.
E poi a casa, sul mio divano. A vedere un film di cui non ricordo nemmeno una parola, perché guar-
davo lo schermo e non capivo nulla, travolta dall’emozione di un bacio che sapevo sarebbe arrivato. E l’emozione più grande, il battito più forte, nasceva proprio da quell’attesa che mi faceva trattenere il respiro, e mi accompagnava verso quelle labbra che desideravo con tutta me stessa.
Si svolgono storie lunghissime in quei tre minuti prima del primo bacio.
Non mi sembrava vero, perché dopo anni di storie andate male, e di uomini belli e stronzi, ora avevo accanto a me, a dieci centimetri da me, a un bacio da me, un uomo bello, buono, e innamorato di me da una vita.
Successe a metà film. Mi prese il viso con le mani, e restò un secondo con gli occhi persi nei miei. E poi fu un continuo scambiarsi sorrisi, risate, e frasi sussurrate con gli sguardi agganciati. «Non guardarmi con quegli occhi, Vale, perché potresti capire quello che sto provando».
«Cosa stai provando?» chiesi io spavalda, pronta a dirgli che l’avrei amato per tutta la vita.
«Vorrei avere un figlio da te».
Le frasi che arrivano dopo il primo bacio hanno tutto il diritto di essere folli.
Ecco, forse non così folli.
Ci salutammo poco prima che arrivassero i miei genitori a casa, e poi ci vedemmo il giorno dopo,
appena fu possibile. E poi il giorno dopo ancora, poco prima della sua partenza per un concerto in Liguria. Stavo ancora guardando l’auto del suo amico allontanarsi, quando ricevetti un sms: Mi porto via i tuoi abbracci. E il tuo sguardo, nel cuore.
E poi il giorno dopo, altri mille messaggi. Il primo del mattino: Hai un pensiero per me?
Avevo mille pensieri per lui, per noi due, e per il nostro futuro. E quando ci rivedemmo, parlammo dei viaggi che avremmo fatto, dei nomi dei nostri figli, e della vita che avremmo scelto ogni giorno, tenendoci per mano.
Organizzammo persino una cena con tutti i nostri amici. Sembrava un pranzo di nozze. Noi due a un capo del tavolo, quaranta persone davanti a noi. Le nostre mani costantemente unite, e la felicità di aver organizzato tutto per raccontare al mondo il nostro amore.
Dieci giorni dopo quel primo bacio, lui dovette partire di nuovo. Andò a Verona e, dalla città degli innamorati, mi chiamò subito.
«Torno prestissimo, amore mio, torno domani» mi disse al telefono.
«Ci sentiamo dopo?»
«Sì, amore, ci sentiamo dopo».
E qui uno si dovrebbe rendere conto che il tempo è qualcosa di immateriale ed elastico, e se per me
dopo significava dopo la sua cena, al massimo dopo qualche drink e quindi appena tornato in hotel, per lui chissà cosa significava esattamente dopo?
Non si fece sentire fino a tarda notte, e allora io gli mandai un sms: Tutto bene? Nessuna risposta, ma di sicuro si era addormentato, e allora decisi di chiamarlo il giorno dopo.
E il giorno dopo ancora.
E il giorno dopo ancora.
E il giorno dopo ancora.
Il suo telefono suonò a vuoto per una settimana. Poi cominciarono a rispondere gli amici.
«Ciao Vale, mi spiace, Dario ha lasciato il telefono nella mia macchina, non so dove sia».
«Ciao Vale, guarda, Dario era qua un momento fa, ora è da qualche parte».
Finché una sera, un amico comune ebbe pietà di me e della mia illusione che avesse avuto un’amnesia tipo gli anziani che poi ritrovano a Chi l’ha visto?
«Vale, credo che Dario non voglia più stare con te. Ma non dirgli che te l’ho detto».

Semplicemente, Dario sparì. Come David Copperfield nei suoi anni migliori.
Non ci furono i viaggi, non ci furono i figli, non ci furono più i bellissimi baci grondanti promesse. Sparì. Non si fece più sentire né vedere, nonostante i miei appostamenti sotto casa sua e nei locali che frequentava.
Niente, scomparso, smaterializzato, come un bellissimo sogno che, appunto, era solo un sogno.

Tre mesi e un tatuaggio più tardi, quando mi sembrò di essere uscita dalla sofferenza, per caso vidi che avrebbe fatto un concerto nel paese in cui abita una mia carissima amica. E lì, nel mezzo di un’estate divertente e folle, salii sul treno e mi presentai davanti a lui.
Ci baciammo subito, senza nemmeno stare a pensarci. Restammo per ore abbracciati, appoggiati a un muro, e poi, a notte fonda, io gli dissi: «Mi spieghi perché sei sparito?».
«Non lo so. È che mi capita, a volte, di essere stronzo».
Ci baciammo fino al mattino, e poi lui salì sul furgone e si avviò verso la tappa successiva, salutandomi con un sms: Belle le tue labbra. E i tuoi abbracci.

Devo stare a specificare che fu in grado di sparire dalla mia vita altre mille volte? Dario era così. Era un fantastico, affascinante, meraviglioso, bravissimo Illusionista.

Potete trovare Se mi lascia non vale sul sito dell’editore Zandegù, su Amazon, su Mondadori e su tutti gli store online. 

Le illustrazioni, come tutte quelle dell’ebook, sono di Ilaria Urbinati.

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3 Commenti

  • Rispondi Psiche 18 febbraio 2015 at 12:04

    Tu, sei una continua scoperta!
    Sei una donna dalle mille sfaccettature, intelligente, sicuramente bella e soprattutto sei grande dentro. Grande nei pensieri, nei contenuti, sempre interessanti, sempre attuali.
    Grazie, per tutte le emozioni che mi dai.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 19 febbraio 2015 at 15:05

      Caspita, grazie mille per le cose bellissime che mi hai scritto!
      Grazie di cuore a te!
      Vale.

  • Rispondi valewanda 4 marzo 2015 at 14:49

    leggo adesso questo stralcio e…. ci credi che no ho ancora scaricato il tuo ebook ma improvvisamente mi è venuta voglia di leggerlo? Vado vado vado

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