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Perché viaggiare

14 gennaio 2015

Siamo tornate a casa. Lasciare Parigi non è mai facile, e questa volta è stato quasi doloroso. Sul treno ho detto a una splendida ottantacinquenne parigina che mi piacerebbe essere anche francese.
Mi ha risposto «Lo siete stati tutti, in questi giorni. Grazie».
Abbiamo cambiato due tgv, ci sono stati problemi tecnici, e il viaggio è durato un’eternità. Guia guardava i suoi film e io le nuvole fuori dal finestrino. E pensavo che poter viaggiare è una grandissima fortuna. È un’ovvietà, lo so. Ma poi a un certo punto bisogna rendersi conto delle fortune che si hanno, e ringraziare chi te le regala (pure se stessi, a volte).

Ho cominciato a viaggiare da piccola. I miei genitori ci caricavano sulla macchina e partivamo. Francia, Germania, Svizzera. Senza prenotare nulla, solo con una cartina e un percorso evidenziato. A volte arrivavamo a sera e ancora non avevamo trovato un albergo. E magari eravamo in tre, quattro famiglie. Ricordo il genitore di turno uscire dall’hotel e fare un cenno come a dire «Niente, tutto pieno anche qua». E per me quella era la vera avventura, il brivido del pericolo, le risate fra noi ragazzi che sapevamo bene che alla fine un letto l’avremmo comunque trovato.

Diventata grande, ho continuato a fasi alterne a viaggiare. Non sono stata sempre – purtroppo – una di quelle ragazze con lo zaino in spalla: troppo pigra, forse. O forse a volte troppo attratta dalle amicizie, dal fidanzato del momento, dalle comodità.
Però un po’ ho viaggiato, anche da sola. E quei viaggi da sola sono forse il ricordo più intenso della mia giovinezza (ho scritto giovinezza? ecco, sono anziana).
Ora che sono mamma tremo all’idea che Guia possa un giorno partire da sola per il Brasile o per gli Stati Uniti, eppure quelli sono stati i miei giorni più speciali.
C’è qualcosa di intenso e profondo nel vedere un paese senza un compagno di viaggio: c’è il silenzio. C’è che sei più attenta a ciò che ti capita attorno, e hai più voglia di parlare con la gente che incontri.

Più di tutto, di un viaggio mi piacciono le voci. Lo spagnolo cantato di Cuba, l’inglese speciale di New York, il francese di Parigi che è sempre troppo veloce per me.
E le facce. La forma degli occhi, e tutto quello che sta dentro lo sguardo di una persona che vive a migliaia di chilometri da te.
E poi le imperfezioni. Le sbavature che esistono in ogni luogo del mondo, e che lo rendono il quadro perfetto che è.
E mi piace anche quel momento in cui comincio a sentire la voglia di casa, e mi sento così italiana, perché ho voglia di pasta. Come dopo quei viaggi con i miei genitori, quando tornavamo e la mia mamma cucinava sempre, puntualmente, la pasta. Ed era ogni volta la pasta più buona della mia vita.
Mi piace sentire la mancanza del mio Paese: è un sentimento che ha qualcosa di romantico e struggente, anche se so che una volta a casa sentirò la mancanza del viaggio.
Mi piace quando vedo le cose belle di un posto o di un popolo (che meraviglia l’unità dei francesi in questi giorni) e le desidero per l’Italia e allora mi ritrovo a pensare a cosa potrei fare perché ciò accada. Un po’ come fa Guia quando mi chiede come farà a Torino, senza le sue amatissime carote del Monoprix di Parigi.
Mi piace pensare che viaggiare possa servire non solo ai miei album di foto ma anche a migliorare il luogo in cui vivo e le persone che amo.

Dicono che viaggiare apra la mente.
Non credo sia sempre così. Apre la mente solo se a quella mente togli il lucchetto. Se lasci fuori dalla valigia cliché e pregiudizi, e se viaggi proprio come fanno i bambini: osservando, con gli occhi spalancati, senza retropensieri. È un esercizio difficile. È sempre un esercizio difficile tornare bambini.

A volte mi arrabbio. Ieri in treno due italiani parlavano male dell’Italia. Ne avevano per tutti, dai politici alla gente comune. Il signore americano accanto a me voleva leggere e le loro voci lo infastidivano. La moglie aveva lunghi capelli grigi e mi ha chiesto cosa stessero dicendo. E poi mi ha detto «Che peccato criticare il proprio paese, don’t you think?». È un peccato, sì. È un peccato se alle critiche non corrisponde la voglia di migliorare le cose. È un peccato, ma smettere è un altro esercizio difficile. Eppure è un esercizio di vitale importanza per il nostro futuro.

Se mi chiedessero che cosa mi ha regalato il viaggiare in tutti questi anni, non avrei dubbi: mi ha fatto capire che non esistono terre perfette e non esistono civiltà superiori. Ci sono bellissime e orrende imperfezioni, e ci sono popoli e culture che hanno costruito e costruiscono ogni giorno – con fatica, sbagliando e rialzandosi – la storia dei loro paesi, ma soprattutto ci sono persone che possono sempre, anche quando sembra impossibile, cambiare e migliorare il futuro dei loro figli.

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4 Commenti

  • Rispondi AliceOFM 14 gennaio 2015 at 14:33

    “Mi piace sentire la mancanza del mio Paese: è un sentimento che ha qualcosa di romantico e struggente, anche se so che una volta a casa sentirò la mancanza del viaggio.”
    Ah quanto amo quella sensazione, anche solo per viaggi brevi.
    Forse è per questo che vorrei vivere qualche anno all’estero, per assaporare quel sentimento agrodolce ogni giorno, ed ogni giorno trovare il lato bello della cultura in cui vivo.
    E credo sia una fortuna poter far crescere un figlio in un altro Paese, quando quel lucchetto di cui scrivi non è neanche stato fabbricato.
    Bellissimo post.

    Alice

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 14 gennaio 2015 at 15:41

      Caspita, Alice, non ci avevo pensato: è verissimo, far crescere un figlio in un altro Paese può proprio servire ad allontanare il più possibile quel lucchetto. Anche a me piacerebbe provare a vivere all’estero. Magari un giorno capiterà, lo spero.
      Quando mi è successo – durante l’Erasmus – in effetti mi sono ritrovata molto innamorata dell’Italia, e di Torino in particolare. Mi sembrava di essere in qualche modo una rappresentante della mia cultura fuori dal mio Paese, ed è stato bello.
      Ciao!
      Vale.

  • Rispondi Nicoletta 15 gennaio 2015 at 10:45

    ho un desiderio nel cuore che prima poi spero di esaudire: un viaggio tutto mio da sola , Già da un pò ho aperto il lucchetto. a presto:) Nicoletta

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