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Gli unici sorrisi

8 gennaio 2015
Charlie
Pioveva stamattina a Parigi. Ho pensato «Peccato, proprio oggi». Poi però la pioggia nel pomeriggio si è congedata e ha lasciato il posto a un’aria quasi tiepida.
Con quell’aria, con quel profumo strano di primavera, sono arrivata in place de la République alle 18. C’era anche Guia con me, e c’era la mia mamma.
Mi piace quando siamo noi tre insieme, tre generazioni, una nata negli anni ’40, una nei ’70 e una nel nuovo millennio. Chissà quale delle tre è nata nell’epoca peggiore. Sono giorni che me lo chiedo, da ieri ancora di più.
Le ho lasciate ai margini della piazza, non volevo che Guia, con i suoi cinque anni, mi seguisse in mezzo alla folla. Ho detto alla mia mamma «Vado a vedere e fra due minuti torno».
Non sono tornata dopo due minuti. Sono rimasta incantata.
Incantata a guardare le facce delle persone attorno a me. Incantata a guardare la scritta Liberté sulla statua in mezzo alla piazza, e attorno a quella scritta mille altre. Je suis Charlie. E tantissime matite e penne verso il cielo, il fumo delle sigarette, i flash delle fotocamere.
Ma soprattutto, il silenzio. Un silenzio sofferente, composto e orgoglioso. Un silenzio che ogni tanto veniva interrotto dai cori: Nous sommes tous Charlie, Charlie n’est pas mort, Liberté d’expression.
E poi la Marsigliese. Cantata da tutti, quasi urlata.
E io a quel punto mi sono guardata attorno perché ho il cuore di burro, o forse sono troppo latina, non so, ma piangevo e volevo guardarli negli occhi tutti quei francesi.
La ragazza al mio fianco aveva le mie stesse lacrime sulle guance.
La bambina davanti a me, avrà avuto al massimo dieci anni, stava sulle punte per tenere in alto, in altissimo, il suo cartello. Je suis Charlie.
Mi è venuta in mente una scena di ieri, poco dopo l’attentato. Ero uscita di casa per osservare la mia Parigi, per capire come stesse. Come quando un’amica sta male e vai a trovarla, con il cuore in gola.
Ero andata verso la Bastiglia, una Bastiglia strapiena di auto della polizia. Faceva freddo, e in più sembrava tutto ghiacciato, tutto cristallizzato: le espressioni delle persone, i telefoni tra le mani, e nessun sorriso, nessun suono a parte le sirene, senza sosta.
Avevo deciso di tornare a casa quando ho incrociato gli unici esseri sorridenti. Erano tre ragazzini con gli zaini sulle spalle, erano usciti da scuola, si rincorrevano e ridevano. Uno aveva la carnagione più scura degli altri. Erano francesi, tutti e tre. E giocavano. Di sicuro avevano saputo, ma semplicemente, giocavano.
Come quando vai a trovare un’amica malata, appunto, e la vedi sorridere, e tu ricominci a sperare. Quei tre ragazzini sono stati il sorriso della mia amica Parigi.

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6 Commenti

  • Rispondi Erika Serena from 9 gennaio 2015 at 16:00

    Uno splendido piacere nel leggere queste righe.

  • Rispondi speranzah 9 gennaio 2015 at 21:55

    Grazie per averci raccontato tutto questo.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 12 gennaio 2015 at 12:12

      Prego, figurati! E scusami: il tuo messaggio si era perso per sbaglio nella moderazione dei commenti, l’ho trovato e pubblicato solo ora. Grazie!

  • Rispondi Alessia Faccio 9 gennaio 2015 at 23:34

    Sarebbe bello regalare ai nostri figli un mondo migliore o almeno poter pensare che il bene nonostante tutto questo possa vincere. Che le lacrime e la solidarietà di questi giorni ci facciano sentire più uniti. Ti abbraccio

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 12 gennaio 2015 at 12:13

      Sarebbe bello, Ale, e dopo la manifestazione di ieri a Parigi un po’ ci credo! Ti abbraccio anche io!

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