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Wind of change

10 novembre 2014

Era il 2000, di giorno andavo all’università e la sera lavoravo come maschera all’Auditorium della Rai. Un giorno il mio capo mi disse «Ho un ruolo diverso per te: dovresti fare da assistente ai maestri, quando arrivano a Torino».
Io accettai senza fare domande: pensai solo che sarebbe stato qualcosa di nuovo, e che finalmente avrei potuto girare dietro le quinte dell’auditorium, osservare gli strumenti da vicino, compreso quel violoncello di cui adoravo (e adoro) il suono.
Settimana dopo settimana i maestri arrivarono, e io capii presto che fare l’assistente non voleva dire solo portare le bottigliette d’acqua nel camerino la sera del concerto ma anche – e soprattutto – assisterli dall’arrivo a Torino fino alla partenza, tre giorni dopo.

Fu uno dei lavori più belli della mia vita. Passai del tempo con persone straordinarie, nel senso proprio di fuori dall’ordinario: persone geniali che vivevano fra aerei e musica, fra applausi e momenti di silenzio, fra successi e fiori portati a fine concerto.
Raccontai i miei sogni a Lorin Mazael, ascoltai le storie dell’infanzia di Zubin Mehta, e rimasi incantata davanti agli occhi di George Pretre, poco prima di salire sul podio.
E poi, un giorno di marzo, incontrai Mstislav Rostropovich. Che è stato uno dei più grandi, se non il più grande violoncellista di tutti i tempi, e all’aeroporto mi sorrise con gli occhi gentili, e subito dopo mi disse «Le andrebbe di mangiare un piatto di agnolotti con me e la mia segretaria?».
Andammo in giro per Torino per tre giorni, sempre chiacchierando. Mi raccontò la sua vita e le sue battaglie, e poi cominciò a parlare di sinfonie e di concerti in quel modo perfetto e concreto che è tipico delle persone che vorrebbero che tutti, proprio tutti, imparassero ad amare la musica classica.
«L’anno scorso a Berlino ho diretto l’orchestra con gli Scorpions, si ricorda gli Scorpions? Forse quando era una ragazzina li ascoltava».
«Certo che li ascoltavo: Wind of Change è stato il primo lento che ho ballato con un ragazzo»
«Ecco, proprio quella canzone» disse scoppiando a ridere, e poi, sempre sorridendo, mi raccontò di quell’11 novembre del 1989, quando aveva suonato il suo violoncello davanti al muro crollato, e poi di quel concerto dieci anni dopo, e di quella magia, mista al freddo, accanto alla Porta di Brandeburgo.

È difficile, quasi impossibile raccontare una magia. Per questo forse hanno inventato la musica classica.

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11 Commenti

  • Rispondi riruinglasgow 10 novembre 2014 at 15:48

    bellissimo! per questo hanno inventato anche chi sa scegliere le parole.

  • Rispondi Ciccola 10 novembre 2014 at 15:51

    Il bello di avere una passione è anche quello di cercare di trasmetterla agli altri.

    P.s. sono io Simona ^_^

  • Rispondi Ophelinha 10 novembre 2014 at 15:51

    una delle fortune piu’ grandi e’ quella di incontrare persone straordinarie che, pur sfiorandoci appena, ci rimangono dentro, per sempre, regalandoci ricordi meravigliosi, come quelli che hai raccontato qui.
    Baci Vale*

  • Rispondi Anonymous 11 novembre 2014 at 15:52

    Cara Vale che bei momenti della tua vita ci regali. Dev’esser bello incontrare persone cosi’ meravigliose che hanno esperienze cosi’ importanti da raccontare.
    Come sempre il tuo modo di scrivere e’ fantastico.
    Ti abbraccio Alessia

  • Rispondi Mamma Avvocato 12 novembre 2014 at 12:47

    Vero.

  • Rispondi acasadiclara 3 dicembre 2014 at 16:08

    bellissimo. incontrare persone speciali rende magica la vita!

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