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Panna

4 marzo 2014
L’aveva osservata tutta la sera. Le aveva guardato le mani, le caviglie, gli occhi e aveva ascoltato il suono della sua voce. Arrivava dallo stomaco quella voce, si vedeva e si sentiva, ed era la voce timida delle persone che raccontano tutto di sé, senza mai svelare nulla di vero.
Dopo tutti i dubbi, finalmente quella sera lui aveva capito il perché di quel corso assurdo e inutile che aveva deciso di fare.
A volte è solo che qualcuno è passato, ha scritto un appuntamento sulla tua agenda, e tu non lo sai, ma a quell’appuntamento ci devi proprio andare.
«Ciao, mi chiamo Sara, ho 35 anni, amo leggere, lavoro in un ristorante, sono cameriera ma non so cucinare e quindi eccomi qua»
E in quel momento a lui era sembrata l’unica al mondo capace di leggere e soprattutto l’unica al mondo capace di fargli sentire il profumo di panna e liquore delle paste che suo padre portava a casa la domenica mattina, quando famiglia era una parola reale, con la quale potevi andare a dormire la sera, stringendola e abbracciandola senza quasi farla respirare.
Aveva individuato un punto del collo dentro il quale si sarebbe rifugiato durante gli abbracci, e quella fossetta sulla guancia destra che le avrebbe toccato con le dita prima dei baci.
La lezione finì, e ci fu un momento fatto di silenzio e di rumore di cappotti e sciarpe e borse, e poi Sara uscì fuori, sotto la pioggia fredda di febbraio, e lui dietro, con l’ombrello chiuso in mano.
Sapeva che le avrebbe chiesto di bere qualcosa, ancora non sapeva dove, ma avrebbe inventato.
«Sara, scusami, pensavo…» le disse a un metro di distanza, osservando i capelli saltellare sul piumino.
«Pensavo che forse…Sara…Sara, ehi…»
I capelli continuarono a saltare e lei si fece sempre più piccola sullo sfondo luccicante di via Garibaldi sotto la pioggia.
Lui rimase lì, con le parole secche appiccicate alle labbra.
Lui ti offre la sua ultima carta, il suo ultimo prezioso tentativo di stupire, quando dice «È quattro giorni che ti amo, ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito». 
 
Cantava De Gregori, a volume altissimo, nelle cuffie e nel cuore di Sara.

 

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10 Commenti

  • Rispondi Francesca 4 marzo 2014 at 12:58

    Eh ma che bello. Che poesia. Grazie, Vale. Come sempre.

  • Rispondi Ophelinha 7 marzo 2014 at 16:45

    ..e non hai capito ancora come mai, gli hai lasciato in un minuto tutto quel che hai..
    ..pero’ stai bene dove stai…

  • Rispondi raffaella 8 marzo 2014 at 22:45

    Bello, bello, bello.
    Raffaella

  • Rispondi Valentina VK 12 marzo 2014 at 10:57

    come sempre bello il post, ma qui e’ la foto che da expat mi tocca perche’ l’odore della pioggia sui lastroni di via Garibaldi e’ anche mio

  • Rispondi Valentina VK 12 marzo 2014 at 12:31

    guarda quando mi chiedono di torino i miei primi luoghi immagine sono via garibaldi con la pioggia, piazza del comune d inverno con le luci d artista che proiettano i fiocchii di neve sul pavimento, i ciliegi in fiore lungo quel pezzo i po, piazzetta maria teresa quando gli alberi son pieni di foglie d’estate.
    la mia babysitter partira’ per l erasmus il prossimo semestre e in questi giorni spesso le racconto della citta’ e di dove andare, un po’ sentendomi vecia che le racconto di cose che ho smesso di vivere quasi 10 anni fa e quindi magari nemmeno esistono piu’, un po’ ritrovandomi nella maestra delle elementari che ogni settimana ci portava a far la passeggiata in un angolo di centro e ci raccontava la storia della citta’ a partire da quelle pietre

  • Rispondi costanza 21 marzo 2014 at 15:17

    Che bel post! “Pezzi di vetro” è stata la mia canzone preferita negli anni dell’adolescenza, forse anche un po’ di più 🙂

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