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Dona Irene

20 gennaio 2014
«Dona Irene e io abbiamo cercato di sturare il lavandino tutto il giorno. Dobbiamo dire agli altri di svuotare il filtro del caffè nella spazzatura».
Ero tornata a casa dall’università, e come al solito c’era Simone ad aspettarmi. Simone, pronunciato alla francese: la mia migliore amica dell’Erasmus, la mia anima gemella, la compagna dei tè caldi, sedute al tavolo di legno con il piano di marmo di quella cucina ricoperta di azulejos sbeccati.
Dona Irene era una signora di un’età indefinibile, o forse di un’età che adesso non so definire perché quando sei giovanissima ti sembrano tutti vecchi, e sono passati quindici anni e non so, forse era sulla sessantina, o qualcosa di meno.
Era stata la bambinaia del proprietario, e faceva le pulizie una volta la settimana, a turno, nelle nostre stanze.
Quattordici stanze in 480 metri di casa. Quattordici persone arrivate da ogni angolo d’Europa. Quattordici persone con le quali Dona Irene cercava di intrattenere una conversazione, anche quando era impossibile: eravamo arrivati tutti senza sapere una parola di portoghese, e lei sapeva solo il portoghese.
E allora Dona Irene ovviava al problema con una soluzione molto semplice: il sorriso.
Arrivava verso le nove con il grembiule bianco legato in vita, e ogni volta che incrociava qualcuno, regalava un sorriso. E io – che magari avevo dormito solo tre ore perché ero andata a ballare nel Bairro Alto e poi mi ero anche fermata a mangiare una cachupa alle quattro del mattino – avevo la testa ovattata ma capivo perfettamente che quell’espressione voleva dire «Ciao, come stai?», e a modo mio rispondevo.
Dona Irene si muoveva silenziosa in quel corridoio pieno di fotografie in bianco e nero, e a noi, che eravamo lontani dalle nostre famiglie, regalava quel giorno nel quale tornavamo a casa, aprivamo la porta della stanza, e trovavamo tutto riordinato. Il letto rifatto e il profumo di pulito che ogni volta mi faceva sentire abbracciata dalla mia mamma, da lontano.
Quando cominciai a parlare portoghese, capii che Dona Irene dava del lei a ognuno di noi. E non c’era verso di convincerla a darci del tu. Non riuscì a darmi del tu nemmeno una notte d’estate, quando rimasi chiusa fuori casa – spezzando la chiave dentro alla serratura – e fui costretta ad andare al piano di sotto, dove abitava, e buttarla giù dal letto, chiedendole la guida telefonica per trovare il numero di un fabbro.
Mi fece sedere su una poltrona, mi preparò una tisana e stette accanto a me per un’ora, a chiacchierare. La camicia da notte bianca al posto del grembiule, e gli stessi occhi sorridenti, anche a quell’ora.
C’è sempre, o quasi, qualcosa che tiene unite le famiglie. Nel nostro caso, in quella casa sgangherata fatta di ragazze e ragazzi alla ricerca di un mondo diverso e distante, e alla ricerca di un’Europa che forse noi per primi abbiamo imparato a ritenere qualcosa di possibile e reale, c’era una donna alta più o meno un metro e cinquanta, con un grembiule bianco legato in vita e la gentilezza sempre negli occhi, a farci sentire una vera famiglia.
Pensavo che tornare a utilizzare la moka fosse solo una questione di sapore. E invece quel mucchietto di caffè bagnato mi regala ogni volta il sorriso di Dona Irene e la leggerezza dei miei 22 anni a Lisbona.

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10 Commenti

  • Rispondi grazia 20 gennaio 2014 at 11:47

    Bellissimo post Vale!
    Penso che quando Guia sarà grande e leggerà queste cose (credo che il blog abbia anche un pò la valenza di un diario per i postumi!) potrà capire tanto della sua mamma. E capirà che avrà goduto anche lei, nel tempo, di queste esperienze che si sono sedimentante nel suo cuore…come il caffè nel filtro! 🙂

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 22 gennaio 2014 at 12:09

      grazie Grazia! Sì, il blog serve anche (e soprattutto) a raccontare a Guia tante cose…e magari anche a me stessa, quando sarò vecchietta e non avrò più memoria 🙂

  • Rispondi Ophelinha 20 gennaio 2014 at 12:16

    che bella figura, Dona Irene…poetica e rassicurante, come uscita dalle pagine d’un romanzo di altri tempi

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 22 gennaio 2014 at 12:10

      Era proprio così Dona Irene: rassicurante.
      ps: che bello scriverti avendoti conosciuta e avendo dato un volto alle tue parole! 🙂

  • Rispondi Mamma Avvocato 20 gennaio 2014 at 15:25

    Che ricordi poetici Vale!!!
    E che donna!

  • Rispondi Giorgia 21 gennaio 2014 at 10:19

    Che bello questo ricordo! Raccontato come sempre in maniera poetica. Per un istante sono stata li in quella casa…Lisbona poi che io ho nel cuore.

  • Rispondi Sabina Montevergine 21 gennaio 2014 at 16:47

    Che bello che scrivi.

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