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Rotolando fra i grattacieli

26 novembre 2013
C’era qualcosa nella luce, a New York.
C’era qualcosa che rendeva ogni attimo immobile, come in una foto.
O forse era proprio perché non esistevano ancora Instagram e Facebook, ed era un affare tutto suo. Erano momenti che beveva, uno dopo l’altro, passando la lingua sul palato per trattenerne il sapore.
Non doveva né voleva raccontarlo ad altri, quel sapore.
Quella luce che stava diventando rosa, al quindicesimo piano dell’Hudson.
Sara era arrivata un giorno prima dei suoi colleghi, e prima di andare a cena era andata a bere qualcosa su quella terrazza.
Davanti a lei c’era tutta Manhattan e un moijto, e un poco più in là, sulla sinistra, un ragazzo e una ragazza.
Sara beveva, fumava e guardava il cielo. E pensava all’imbarazzo dei suoi primi viaggi di lavoro. Quando andava a cena, o quando pranzava, da sola.
E giocando con la cannuccia a strisce bianche e rosse si era resa conto che crescere vuol dire anche questo, vuol dire avere sempre qualcuno con il quale chiacchierare. Vuol dire che se sei seduta a un tavolo da sola non hai bisogno di un libro, o di una rivista, perché hai la tua testa, e i tuoi pensieri, che se hanno imparato a camminare bene, sono il miglior commensale.
C’era qualcosa in quel cielo rosa, così diverso dal tramonto di Manhattan, quando lo vedi da sotto. Perché dalla strada è un tramonto a fettine: è il sole che si sdraia sull’acqua e colora l’asfalto e i marciapiedi, rotolando fra i grattacieli. Da lassù era la vertigine di un mondo che ami, e che non riuscirai mai ad abbracciare del tutto.
E c’era qualcosa in quella solitudine perfetta, che è la solitudine di quando non hai bisogno di pensare di essere sola, perché stai bene, non sbandi né a destra né a sinistra, e quando vai a dormire la sera e ti addormenti in diagonale sul letto matrimoniale, ti chiedi come facciano le coppie a dormirci in due, là dentro.
Il ragazzo sulla sinistra era andato via, ed era tornato un attimo dopo con una scatolina in mano. Dietro di lui il cameriere, che aveva tirato fuori una macchina fotografica giusto in tempo per ritrarlo inginocchiato davanti alla ragazza vestita di verde smeraldo.
«Will you marry me?»
Era riuscita a sentire perfettamente ognuna di quelle quattro parole, persino l’accento. Potevano essere degli Stati Uniti del sud, magari del South Carolina, e insomma, quando meno te l’aspetti ti proiettano un film, anzi, un documentario davanti agli occhi.
C’è anche questo nella solitudine, c’è che hai gli occhi più aperti, le orecchie più attente, ed è come se entrassi molto più dentro il panorama che vedi, o la strada che stai percorrendo.
«I…I…I am confused», e in quel momento Sara era stata lì lì per scoppiare a ridere perché certo, lei non aveva mai ricevuto una proposta di matrimonio, tantomeno al quindicesimo piano di un grattacielo di New York, ma caspita, no, dai, “confused” no, non si può rispondere che sei confusa.
E poi si erano abbracciati, e Sara era rimasta seduta come il primo minuto, con il bicchiere in mano e la cannuccia in bocca, e le mancavano solo i pop corn, e forse in quel momento lei gli aveva detto di sì nell’orecchio, in ogni caso poi avevano ordinato una bottiglia di champagne e subito si erano attaccati al telefono e avevano chiamato 10, forse 20 persone diverse per dire che si sarebbero sposati e un po’ quest’ultima parte le aveva rovinato il film, gliel’aveva reso un po’ troppo reale.
Aveva finito il suo drink, l’aveva appoggiato sul tavolino in ferro battuto, e si era avviata verso l’ascensore. Poi però si era fermata, ed era tornata da loro stringendo fra le mani la borsetta argentata che solo a New York poteva usare, e aveva sussurrato «Congratulations!», e la ragazza con il vestito color verde smeraldo aveva alzato lo sguardo dal telefono e le aveva detto «Thank you!» con la voce squillante, e Sara aveva ripercorso quei metri verso l’ascensore, insicura sui tacchi, e insicura che quegli occhi fossero davvero degli occhi felici.

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10 Commenti

  • Rispondi Mimma Zizzo 26 novembre 2013 at 15:10

    chissà com’è finita. che bel racconto. mi è sembrato di essere lì con Sara. bellissima qs frase :” crescere vuol dire anche questo, vuol dire avere sempre qualcuno con il quale chiacchierare. Vuol dire che se sei seduta a un tavolo da sola non hai bisogno di un libro, o di una rivista, perché hai la tua testa, e i tuoi pensieri, che se hanno imparato a camminare bene, sono il miglior commensale.”

  • Rispondi graziaballe 26 novembre 2013 at 15:47

    Si, in effetti quel “telefonare la notizia” subito, senza lasciare che la coccolasero ancora intimamente, è una stonatura. E forse le voci escono squillanti perchè vogliono sopraffare le voci interiori….
    La borsa argentata e i tacchi alti in questa ambientazione newyorkese mi han fatto pensare a Carrie Bradshaw! 😉

  • Rispondi Mamma Avvocato 27 novembre 2013 at 14:13

    Adoro i tuoi racconti!!!

  • Rispondi verdeacqua 27 novembre 2013 at 14:42

    ho bevuto un mojito anch’io su quella terrazza, spaparanzata su una bellissima amaca. E ho visto quella luce lì. Non ero sola, c’era lui, ma siamo stati in silenzio, come solo chi sa stare bene insieme sa fare.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 28 novembre 2013 at 13:32

      Davvero? Che bella quella terrazza. Bellissima. Allora sai bene di quale luce sto parlando!

  • Rispondi Francesca 29 novembre 2013 at 2:08

    Io lo so, che qui troverò sempre una bella NY.
    Grazie, Vale.

    Ti abbraccio

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