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Un abbraccio doppio, grande e piccino

19 ottobre 2013
«Il comandante non può parlare adesso, è molto stanco e fra poco dovrà rispondere ai giornalisti»
E invece dopo qualche minuto è arrivato. Stava andando a cercare una bottiglietta d’acqua, ha superato il tizio della sicurezza e se l’è trovata davanti.
«Comandante, si fermi un secondo! Le volevo solo dire grazie. E anche lei voleva dirle grazie»
È stato un doppio abbraccio. Due braccia adulte attorno a un collo e due braccia piccine attorno a un ginocchio. E poi, in un soffio «La vita. Ci ha salvato la vita.»
E dire che da due ore tutti continuano a fargli i complimenti. L’ha chiamato persino il Presidente della Repubblica.
E poi i giornali, i tg, le radio, e il copilota che, in attesa dell’arrivo dei dirigenti della compagnia, si è improvvisato ufficio stampa.
«Ho bisogno di tempo, Luca, dì a tutti che fra un po’ parlerò. Ora però ho solo tantissima sete, e ho voglia di riposare».
Sono due ore che tutti gli fanno i complimenti, eppure quel doppio abbraccio gli ha lasciato le gambe di sabbia e il cuore gonfio di qualcosa che non è riuscito a definire.
Lei si è staccata, ha preso quella mano bambina, ha guardato lui un’ultima volta negli occhi, e poi è scappata via.
E non gli ha detto che non si era mai sentita tanto viva come in quell’istante nel quale l’ha sentito dire al microfono «Signori passeggeri, preparatevi all’atterraggio di emergenza».
Non gli ha detto che quando, accovacciata sul sedile, ha stretto quelle piccole spalle di cinquenne, per lei è stato come aggrapparsi a tutti i suoi quarant’anni, giorno dopo giorno.
Non gli ha detto che da giorni la sua vita era diventata uno di quei paesini di montagna abbandonati, gelidi anche d’estate, e ora, ora invece le sembra che l’aria abbia il profumo della primavera, anche se è novembre.
Non gli ha detto che l’abbraccio con sua figlia su quello scivolo gonfiabile è stato il più bel gioco insieme da quando è nata.
Non gli ha detto che quando salvi cento persone, forse a qualcuno regali persino una vita nuova.
Lui è rimasto un attimo a guardare quelle due mani, una dentro l’altra, allontanarsi.
E si è ritrovato innamorato. Non di lei, non di loro, ma di quel cuore così gonfio. E delle gambe diventate sabbia, e del fatto di sentirsi dentro un’emozione.
Erano anni che non si emozionava.
E non è stato l’atterraggio, non sono stati i minuti di terrore, non è stato l’applauso dei colleghi.
E’ stato quell’abbraccio doppio, grande e piccino.
(Non so cosa sia, ma sono salita su un aereo e mi è venuta in mente questa storia)

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6 Commenti

  • Rispondi Pellegrina 20 ottobre 2013 at 12:18

    Beh, come rituale apotropaico farsi venire in mente delle storie non è mica male!

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 22 ottobre 2013 at 14:07

      🙂 Sai che sono subito andata a cercare il significato di “apotropaico”? Grazie, mi hai insegnato un termine nuovo!!!

  • Rispondi Alice dalla nascita 21 ottobre 2013 at 9:01

    Bella la tua abitudine di ridisegnare la vita farcendola qua e là di emozioni. Ce n’è un gran bisogno.

  • Rispondi meduepuntozero.com 24 ottobre 2013 at 20:51

    A parte il fatto che mi hai fatto venire un colpo, perchè fino a oltre metà ho letto progressivamente più veloce, per scoprire il più in fretta possibile se era una storia (come speravo) o se era realtà, brava.

    🙂

    Quando passo di qui trovo sempre qualcosa che vale davvero la pena di leggere.

    Baci
    Silvia

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 29 ottobre 2013 at 19:11

      :))) No, ecco, non è capitato a me, ma quando sono in aereo mi faccio sempre mille film con i mille modi in cui potrebbe andare a finire il volo!
      Baci a te!

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