futuro speranza

Il pessimismo è una malattia contagiosa

5 luglio 2013
No, io ai giovani non dico «andate fino a che siete in tempo».
Non sono un’imprenditrice quindi conosco poco le difficoltà di cui parla Aldo Marchioni nella lettera a Beppe Severgnini, e faccio parte di quell’ultima fortunata generazione di laureati che, dopo l’università, venivano subito assunti, senza (o quasi) fare stage. Ho cambiato la mia vita perché ho potuto permettermelo e so perfettamente che ci sono persone meno fortunate di me (ma tante anche molto più fortunate di me).
Nonostante questo, credo di poterlo dire: sono stufa di sentir dire «lasciate l’Italia». Sono stufa di leggerlo, di vederlo condiviso su ogni pagina, sono stufa di ascoltare ogni giorno cori di lamento su ogni singolo dettaglio di questo Paese.
Sono stufa prima di tutto perché lamentandosi, urlando, puntando il dito contro ogni difetto dell’Italia, non si costruisce nulla. Si distrugge e basta. Prima fra tutti, si distrugge la speranza.
Poi sono stufa perché io in questi lamenti vedo tanta disperazione, sì, ma anche pochissimo amore: amore per il Paese in cui si è nati, per la gente fra cui si è cresciuti, e per un futuro che si costruisce tutti i giorni, tutti insieme.
Uno dei miei capi di qualche anno fa, quando andavo da lui per dire cosa non mi andava dell’azienda in cui lavoravamo, mi diceva “L’azienda siamo noi”.
E così, questo Stato siamo anche noi. Certo, milioni di cose non vanno, o funzionano male, ma cosa facciamo noi per farle andare meglio? Scontato citarlo, ma istintivo: “Non chiederti cosa può fare il tuo Paese per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese” (J. F. Kennedy).
E poi sono stufa perché il pessimismo è una malattia contagiosa. Molto più contagiosa dell’ottimismo. E ognuno di noi, soprattutto noi che abbiamo un piatto di pasta ogni sera sulla tavola, e che magari dobbiamo ridimensionare le nostre vacanze, o anche cancellarle, ma comunque non siamo in strada a chiedere soldi, noi per primi dobbiamo arginare il contagio.
Noi per primi abbiamo l’obbligo morale di difendere e diffondere l’ottimismo, di puntare il faro su ciò che funziona, cercando di aggiustare in prima persona, nell’ombra, ciò che non va.
Non è giusto dire ai giovani «scappate finché potete».
Non è giusto smettere di credere nel futuro, ma è un peccato ancora più grave cercare di togliere la speranza a chi quel futuro lo deve ancora costruire tutto.
Non è giusto trasmettere il nostro pessimismo ai nostri figli.
E allora, anche se ormai siamo un popolo così stanco e disilluso che chi parla di speranza rischia di essere tacciato di buonismo o di qualunquismo, io credo che sia molto più onesto, e giusto, e responsabile, smettere di lamentarsi, e cominciare a parlare di cose belle. E di voglia di fare. E di rivoluzioni fatte con il sorriso. E di soli che sorgono, piuttosto che di tramonti.
Perché i nostri figli hanno bisogno, prima di tutto, del nostro coraggio e della nostra speranza.

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32 Commenti

  • Rispondi Francesca 5 luglio 2013 at 16:27

    Tu hai ragione e io in parte sono d’accordo. Però, di tutte queste belle parole e pensieri che hai tu come ho io (e non solo) cosa ce ne facciamo? In concreto, come possiamo cambiare e risollevare questo paese che fa acqua da tutte le parti? Io non lo so proprio. Tu si? È una domanda seria la mia, davvero.
    Perché avevo letto l’articolo da te citato e sono d’accordo anche col suo autore. Io sono libera professionista, Lui pure. Il lavoro non ci manca e per questo siamo fortunati, ma non so davvero se è qui che farò crescere mia figlia.
    Lavoriamo sodo, paghiamo fior fiore di tasse ( anche per chi le evade, non dimentichiamocelo), non abbiamo un mutuo da pagare, non ci manca niente. Trasmettiamo fiducia e positività a nostra figlia. Eppure, se riflettendo ci guardiamo dentro, la risposta alla domanda “fareste crescere vostra figlia qui?” E’ no.
    Perché questo e’ un paese meraviglioso, se lo vivi da turista.
    Perché la preparazione universitaria NON guarda all’estero.
    Perché ti laurei in economia e non sai parlare inglese, solo per fare un esempio.
    Perché il Politecnico si è rifiutato di adottare la lingua inglese come lingua principale. Nel 2013 ancora non hanno capito che la sola lingua di Dante non ci porterà da nessuna parte. Che ci piaccia o no, e’ così. Eppure, dicono che ancora non sono pronti. Rido per non piangere.
    Io non voglio fare la pessimista, ma qui pare che chi ha testa e pensieri positivi non ha (ovviamente) ne’ il potere ne’ i mezzi per metterli in pratica.
    Siamo un albero dalle foglie bellissime, con radici marce.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 5 luglio 2013 at 16:34

      Franci, hai ragione, e non è che io non veda i difetti di questo Paese, anzi. Però parlare sempre e solo di quelli secondo me è controproducente. Per un Politecnico che si rifiuta di adottare la lingua inglese come lingua principale, c’è un liceo statale dietro casa mia che fa lezioni in italiano e cinese perché vuole preparare i ragazzi al confronto con l’Asia. Solo che di questo quasi nessuno parla. E invece parlarne aiuterebbe a portare esempi validi, concreti.
      E poi c’è l’argomento tasse, spinosissimo: sento persone lamentarsi di tutto, e poi però chiedere al medico quanto fa senza fattura. E’ un argomento lunghissimo e anche doloroso, e io credo che magari Guia andrà a vivere da altre parti, ma non voglio che sia costretta a farlo. Vorrei che la sua fosse una scelta. Di andarsene e poi di tornare.
      E credo profondamente quello che ho scritto alla fine: soprattutto chi non sta a chiedere soldi per strada ha l’obbligo di infondere un pochino di ottimismo, pur osservando quello che non va.
      Siamo un albero dalle foglie bellissime, con radici quasi marce, ma che secondo me si possono ancora salvare! 🙂

  • Rispondi gra 5 luglio 2013 at 17:23

    Argomento spinosissimo!
    E anche se io sono molto d’accordo con quanto scrivi purtroppo ho mia sorella che già da 25 anni lavora a Parigi perchè pur essendosi laureata in medicina a soli 22 anni (si si…leggi bene!! un mostro!) con il massimo dei voti e il bacio accademico e dopo aver conseguito 5 specializzazioni (di cui 1 in Italia, 2 alla Columbia University e 2 in Francia) era sempre la prima dei non ammessi ai concorsi di ogni tipo perchè già si sapeva chi avrebbe vinto. E stranamente, appena arrivata a Parigi vince il concorso nazionale per l’assegnazione di un posto nell’ospedale dove tuttora lavora. E poi lì può fare ricerca e corsia, non è stata costretta a scindere le due cose che, peraltro, si aiutano a vicenda. Ora chiaramente non potrebbe nè vorrebbe tornare (ha visto con rammarico come funziona la sanità seguendo la malattia di mio padre e alla fine se l’è curato lì).
    Insomma…ci siamo capite.
    Io sto già discutendo con mio figlio che già parla di andare via…e non che voglia trattenerlo sia chiaro. E’ che anche io vorrei che si iniziasse a pensare e costruire un Italia diversa, qui. Adesso. Migliore per i nostri figli e via discorrendo.
    Ma le recenti elezioni mi hanno abbattuta. Che melassa di governo è questa? Io sono una di estrazione progressista ma questa sinistra mi inorridisce e non vedo dove possiamo arrivare. Renzi…già, Renzi!…è andata male sin dalle primarie!!! Ora anche lui pare arrivato ad un punto morto.
    Ops…scusa…mi sono lasciata prendere dall’argomento (che come vedi però acchiappa ed è sentito!!). Abbandono il comizio ma non senza speranza…perchè anche io vivo malissimo il declino di un paese che amo e che credo avrebbe tutte le risorse per migliorarsi. A partire però da un rinnovamento culturale delle persone (vedi fatture mediche e correttezza civica!!)
    🙂

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 5 luglio 2013 at 23:13

      Grazia, hai proprio detto bene: a partire da un rinnovamento culturale delle persone. Quello è fondamentale!
      ps: anche per me le ultime elezioni sono state un duro colpo…

  • Rispondi Alice 5 luglio 2013 at 22:02

    Sono d’accordissimo con te Vale.
    Sento dire continuamente che le cose andranno sempre peggio. Ti capisco, a voler essere ottimisti si passa per pazzi. L’altro giorno ho visto una mia ex collega e mi sono ritrovata a risollevarle il morale (e lei lavora ancora e io sono uscita), alla fine mi ha salutato come dire: mi stai prendendo in giro?
    Non riesco a togliermi dalla testa che per uscire da questa situazione dobbiamo credere nelle nostre risorse. Gli Italiani sanno essere grandi se vogliono. Invece è più facile sedersi e aspettare che qualcuno risolva i problemi o partire e trovare già tutto bello pronto. Non ho ricette magiche, ma se le cose non mi andranno bene, sarà anche colpa mia, se non ci avrò provato.
    Ciao Vale

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 5 luglio 2013 at 23:14

      Alice, hai proprio ragione, gli Italiani sanno essere grandi se vogliono. Se osano guardare lontano, senza stare a guardarsi e leccarsi le ferite.
      E hai super super super ragione quando dici “Non ho ricette magiche, ma se le cose non mi andranno bene, sarà anche colpa mia, se non ci avrò provato”. Dovremmo insegnarlo ai nostri figli tutti i giorni.
      Grazie Alice!
      Baci.

  • Rispondi Anonymous 5 luglio 2013 at 22:05

    Ciao,
    Estero? di quale estero parliamo? perche io sono 11 anni che vivo all’estero per lavoro e per scelta di vita, un’estero in cui pochi sceglierebbero di vivere! Angola, Sudan, Bangladesh, Sri Lanka, Sudafrica…un estero dove se sei ricco vivi alla grande ma se hai la sfortuna di essere nato dalla parte sbagliata o se non sei cosi ricco da porterti permettere, per esempio, una assicurazione sanitaria privata …sei rovinato!! puoi morire per strada (e questo l’ho visto nel moderno Sudafrica)e nessuno ti soccorrera mai . Io ho avuto il mio secondo figlio qui, in SA, e – nonostante abbia una assicurazione privata molto buona e avessi presentato parecchie garanzie bancarie – non mi hanno portato in sala parto finche mio marito – in piena notte – non ha saldato il conto; sono stata fortunata che il parto e’ andato tutto bene perche l'”intensive care” mi sarebbe costata 1000 euro al giorno…Ospedali pubblici? completamente inefficienti e soprattutto un rischio altissimo di contrarre l’HIV/AIDS . Il primo figlio deve andare in prima elementare e mi hanno detto che devo iscriverlo ad una scuola privata perche comunque le scuole pubbliche (alcune sono abbastanza buone) non hanno abbastanza posti disponibili. Alla mia domanda: “ma se un sudafricano di ceto medio-basso non avesse i soldi per mandarlo ad una scuola privata?” La risposta” questo e’ un problema della famiglia non nostro!”
    Un’amica mi ha detto che la civilizzata America non sia molto diversa..”Baciamoci i gomiti” di essere nati in Italia, con tutti i suoi problem; riteniamoci fortunati di essere nati dalla parte giusta del mondo e – come dice Valentina ” Sono stufa prima di tutto perché lamentandosi, urlando, puntando il dito contro ogni difetto dell’Italia, non si costruisce nulla. Si distrugge e basta…sono stufa di sentir dire «lasciate l’Italia” ….per andare dove? di quale estero vogliamo parlare?

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 5 luglio 2013 at 23:18

      Guarda, GRAZIE. Di cuore. Perché hai aggiunto un pezzo importantissimo che mancava al mio post. Sacrosanta la domanda: andare ma per andare DOVE? Davvero pensiamo che fuori sia tutto meglio? Davvero non ci rendiamo conto di quanto, nonostante tutto, si sta bene in Italia? L’esempio della sanità è emblematico. Però per qualche strano motivo, è più facile stare a lamentarsi delle code in ospedale, o dell’aumento dell’1% dei ticket, piuttosto che rendersi conto che da noi un sistema sanitario ESISTE, a differenza di mille altri posti nel mondo in cui o paghi o rischi la vita per un appendicite.
      Grazie. Ciao!

  • Rispondi Why 6 luglio 2013 at 0:41

    Questo tema mi tocca tantissimo. Io sono di quelle andate..Quando torno in Italia è ogni volta un colpo più duro. Miglioramenti pochi e sempre tanto lenti.
    È proprio per quello secondo me che, soprattutto per gli studenti, è necessario andare, e andare in Europa. Per vedere che un altro modello è possibile; per abituarsi a vedere l’Italia da fuori, senza il gracchiare di una tv ridicola; per leggere giornali veri; fare code civili e scoprire che è piacevole. E potrei andare avanti per ore.
    Solo cosí si può tornare e fare davvero qualcosa per cambiare: perchè si capisce davvero che cambiare è possibile e si inizia a pretendere. Sono ancora troppi, davvero troppi, quelli piegati a una rassegnazione che quando non è per malafede è per ignoranza. È a queste persone che andrebbe data l’occasione di andare. Il problema principale in Italia è la chiusura di troppe menti. Siamo ancora un paese molto, molto arretrato.
    Secondo me.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 6 luglio 2013 at 6:48

      Hai ragione! In realtà io sono contro il pensare che l’Italia sia un paese “morto”, come dice la lettera del signore a Severgnini. Poi sono a favore di ogni tipo di scambio culturale, soprattutto per i giovanissimi. Figurati, sono stata in Erasmus a 22 anni e sono convinta che sia stata l’esperienza più importante della mia vita. Quindi “andare” sì, ma non “scappare”. C’è una differenza abissale fra l’andare per imparare e lo scappare per rassegnazione.
      E’ vero, siamo un paese arretrato, questo è verissimo, ma è anche vero che si cambia da dentro, non da fuori.
      Ciao!

    • Rispondi Pellegrina 8 luglio 2013 at 16:20

      Concordo totalmente con Why.

  • Rispondi Anna 6 luglio 2013 at 0:42

    Non desidero che mio figlio, che ora è un bambino, viva i suoi venti o trent’anni in un Paese decrepito in cui il cittadino è una fonte di introiti per risanare i debiti. L’ottimismo sarà pure buono e bello, ma preferisco essere realista e cercare di fornigli gli strumenti culturali e linguistici per fare la sua scelta in futuro.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 6 luglio 2013 at 6:53

      Anna, io dico sempre a mia figlia che prima di essere italiana lei è e sarà una cittadina europea, e sarò la prima a fornirle gli strumenti culturali e linguistici per scegliere, così come i miei genitori hanno fatto con me. Come ho scritto a Why qua sopra, io in questo post non intendo dire che ai nostri figli dobbiamo far passare ogni giorno della loro vita a massimo 1 km da casa. Il problema non è andare. Il problema è scappare. Il problema è sentirsi senza scelta. Il problema grandissimo è far sentire i nostri figli senza speranza.
      L’ottimismo non è né buono né bello, sai. Fa semplicemente bene. E credimi, non ha nulla a che fare con il non-realismo. Ha a che fare con il mettere da parte la rassegnazione e decidere di fare qualcosa perché le cose cambino davvero.

  • Rispondi francesca rossi 6 luglio 2013 at 2:21

    Io sì, sinceramente vorrei che mio figlio crescesse qui, in questo paese bellissimo, che amo, che mi fa arrabbiare da matti quando non funziona, quando vado all’estero e vedo che le cose vanno meglio (magari non in Sudafrica, ma in Inghilterra sembra proprio così), ma che continuo ad amare e a sperare di vederlo risollevare.
    Non so bene cosa posso fare, se non qualcosa di troppo piccolo per poter essere significativo o tanto meno determinante, e non parlatemi di ultime elezioni e governo attuale perchè vomito qui nella pagina dei commenti, ma di sicuro andare all’estero e vedere da lontano il mio paese marcire non mi darebbe nessuna soddisfazione. E non penserei di aver fatto la scelta giusta, semplicemente perchè io l’ho scampata.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 6 luglio 2013 at 6:55

      Francesca, sono d’accordissimo. Il punto è che io mi sento così parte di questo Paese, che non ci troverei nulla di piacevole nel vederlo marcire da lontano. E anzi, probabilmente mi sentirei anche in colpa. Poi magari domani ci capiterà di passare un periodo fuori, chissà. A me piacerebbe tantissimo. Ma non sarà per scappare: sarà semplicemente per fare un’esperienza e per farla fare a Guia.
      Ciao! 🙂

  • Rispondi Starsdancer 6 luglio 2013 at 9:18

    Son giorni che leggo inviti del genere, e sento gente che ha perso davvero le speranze, la crisi per molti è diventata una scusa, sicuramente per molti imprenditori, sicuramente per la ditta dove lavorava mio marito, con la scusa della crisi si chiudono realtà che erano produttive e lo sarebbero ancora state per molto tempo, con la scusa della crisi non si fanno scelte per lasciare il lavoro dove serve, con la scusa della crisi si pensa di andare in posti dove il lavoro costa meno. Io e Lui la pensiamo come te, per questo abbiamo deciso di non abbandonare il nostro paese, la nostra isola, che viene abbandonata da tanti, per cercare di fare qualcosa nel nostro piccolo, per non abbandonare la nave. E poi ogni tanto si trovano anche articoli che vanno controcorrente, se ti va leggi qui http://www.focusardegna.com/index.php/attualita/sardi-mondo/77-motivi-non-convenzionali-per-tornare-a-vivere-in-sardegna
    ciao

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 7 luglio 2013 at 7:54

      E’ vero, purtroppo a volte capita che la crisi venga usata come “scusa” per fare tagli che altrimenti sarebbero impossibili o impopolari…Ed è verissimo quello che scrive Ivan nel post che mi hai linkato: la crisi prima o poi finirà, e allora chissà se ha veramente senso pensare che questo sia un Paese morto.
      So che la vostra splendida isola ha tanti problemi, ma prima o poi andrà meglio anche perché saranno rimaste persone come voi, a lottare tutti i giorni! Ciao!

    • Rispondi Pellegrina 8 luglio 2013 at 16:19

      Ecco, appunto, questo è il problema. Come pensare di dare speranza se si permette che la crisi venga adoperata per acuire il divario tra chi può speculare e chi non riesce a sopravvivere?
      Questo è il nodo da sciogliere, ma pare si vada in senso opposto, esattamente come in Grecia e esattamente, ahimé, con le stesse parole d’ordine.

  • Rispondi Princi 6 luglio 2013 at 10:34

    Sono tornata in Italia proprio perchè di speranza ne avevo tanta, contro tutti quelli che al mio annuncio di ritornare mi guardavano sbalorditi pronunciando “che coraggio che hai”. Sono tornata perchè è qui che vorrei stare. Tuttavia, per i giovani che come me un futuro devono ancora costruirselo non è facile. E la speranza cala ogni giorno sempre di più, lasciando spazio ad un enorme rabbia. Soprattutto dopo aver vissuto in un paese dove le cose funzionano, è difficile accettare questa situazione, ma proprio perchè credo che sia troppo facile fuggire e lavarsene le mani, sono tornata per provarci. Forse, per chi una sistemazione in questo Paese l’ha già trovata è più facile parlare e agire, perchè non vive in prima persona certe difficoltà.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 7 luglio 2013 at 7:56

      Ciao Princi, immagino che tornare dopo un periodo fuori sia difficilissimo…si notano le differenze da regione a regione, figuriamoci quando si arriva da un Paese in cui le cose funzionano davvero. Ma grazie di cuore di essere tornata per provarci! E sarebbe bello se tutti i giovani che ancora si devono costruire un futuro avessero la tua stessa voglia di cambiare le cose…Ciao!

  • Rispondi Alicia 6 luglio 2013 at 14:16

    Da spagnola quale sono ho sempre trovato gli italiani troppo pessimisti, troppo duri con se stessi e con il loro paese. E’ una vita ormai che vivo all’estero e per quanto sia incredibilmente eccitante conoscere da abitante posti come Singapore, Londra o Mosca, trovo che l’Italia sia ancora anni luce per la qualità’ della vita’, per rapporti tra le persone (ecco..la Spagna supera l’Italia lasciatemelo dire ma questo e’ tutta’altro discorso:)). Che poi ti ritrovi con gli italiani all’estero e non si fa che parlare di com’e’ buona la pizza in Italia, di quanto meglio e’ il caffe’ di quanto sono grezzi i Russi e sporchi gli inglesi….insomma oltre al pessimismo gli italiani esagerano con l’incapacità’ di accontentarsi. Eppure non direi che e’ tutta colpa loro. L’Italia, intesa come istituzione e lavoro, ha obiettivamente perso la bussola e piu’ si va all’estero piu’ si vede come il mondo pian piano evolva mentre il belpaese resti chiuso dentro a un carosello di bordelli, politici da circo e mancate proposte concrete come quelle legate al lavoro per esempio. Perché’ , per dirne una, in Italia le aziende temono così tanto il part time e si parte prevenuti sulla possibilità’ di concentrare le ore di lavoro alle mamme lavoratrici per far fare a loro l’altro importantissimo lavoro che e’ crescere una generazione di bambini ottimisti verso il loro paese?

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 7 luglio 2013 at 8:00

      Alicia, hai toccato un tasto super dolente…se guardiamo le politiche per la famiglia, l’Italia è davvero tanto lontana dagli standard di altri paesi. E hai ragione, il Paese è bloccato, in un certo senso. Ed è per questo che credo che la cosa migliore sia cercare di lottare tutti i giorni, da dentro, per cambiare. Magari con la foga, l’entusiasmo e la forza che mi sembra che abbiano, per esempio in Spagna, nelle loro manifestazioni!
      Ciao!

  • Rispondi Mamma Avvocato 6 luglio 2013 at 18:20

    Forse è la prima volta che non sono d’accordo con te e non perché voglia davvero scappare all’estero, uomo questo paese, il suo cibo, le sue tradizioni. I suoi paesaggi. Io sono stufa della maggioranza degli italiani, non dell’Italia. La nazione però, ahimè, e fatta dagli italiani.
    Sono stufa degli italiani perché continuano a dare fiducia alle stesse persone, sempre, perché non scendono in piazza, perché votano sempre uguale, a livello locale e nazionale.
    Perché trovano più facile dare la colpa dell’aumento dei prezzi a commercianti e liberi professionisti che ad uno Stato che ti fa vivere nel terrore di un controllo fiscale presuntivo che sai già che ti darà torto in partenza, anche se hai fatto il possibile per essere in regola, uno stato dove qualunque cosa tu voglia fare sei sommerso dalla burocrazia. Dove non sei libero neppure di dimettenti da un posto di lavoro senza sindacati o DPL che convalidino le tue dimissioni, dove ti tassano tutto.
    È vero, abbiamo comunque dei servizi ma li paghiamo a caro prezzo e sono sempre peggiori e non è colpa solo di chi evade ma di società che sfruttano e nascondano (srl che non pagano mai) miliardi, di politici che nessuno vuole davvero cambiare, perché non sarebbero solo li, di buonismo allo stato puro che consente agli stranieri e a chi non fa di vivere meglio di chi lavora 50 ore a settimana.
    Sono stufa di un ministro della Giustizia che si permette di dire che la colpa del “problema giustizia” e la lobby degli avvocati e di cittadini che pensano, dicono e scrivono che è vero, che tutti dovrebbero poter svolgere qualunque professione, che dovremmo eliminare esami di stato, albi, tariffe (opus, già fatto, cosa e cambiato?) e poi piangono perché hanno firmato un contratto senza aver capito cosa ci fosse scritto.
    Sono stufa di dover dire ai clienti che accedere alla giustizia significa pagare tasse su tasse su quello che forse potresti ottenere ma non è dettoe comunque non ti verrà restituito.
    Stufa di vedere delinquenti per strada e fare sacrifici per poi sapere che i soldi risparmiati saranno inviati in altri paesi per salvare chissà cosa o per pagare rimborsi ai partiti, aerei privati alla Camusso (e so di cosa parlo, lo so per esperienza diretta) o case popolari per gli immigrati irregolari e i rom (e no, non dico che dovrebbero stareste al loro paese, dico solo che se non siamo in grado di aiutarmi davvero, non dovremmo illuderei e poi lasciarlo ad aumentare il degrado).
    Scusa, mi sono fatta prendere la mano. Censura pure, se vuoi, non mi offendo.
    Penso positivo ma solo perché so che esistono anche persone come te, in Italia.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 7 luglio 2013 at 8:05

      Ma cara, ma figurati se ti censuro! Hai tutti i diritti di dire quello che pensi, e soprattutto hai scritto cose super condivisibili. Purtroppo la situazione è difficilissima. Ma è per questo che dico che bisognerebbe almeno armarsi di ottimismo. Almeno bisognerebbe pensare che qualcosa, qualcosina, si possa ancora fare. E farla, nel nostro piccolo. Anche se si tratta semplicemente di chiedere uno scontrino o una ricevuta, o di cedere il posto sull’autobus (per dire le cose più banali che mi sono venute in mente…). E soprattutto bisognerebbe smettere di votare le solite persone, questo è sicuro!
      Ciao!

  • Rispondi Mamma Avvocato 6 luglio 2013 at 18:23

    Il commento e’ pieno di errori perché sto scrivendo dal tablet e non ho ancora capito come funzionano accenti, punteggiatura e correzioni automatiche.Scusate!

  • Rispondi Carlotta G. 6 luglio 2013 at 22:10

    Ciao Vale, credo che il tema sia molto difficile, oggi più che mai. Il fatto che io “me ne sia andata” potrebbe portare a pensare che io non sia affatto d’accordo su quanto scrivi. Invece lo sono, sono D’accordissimo nel dire che le emozioni negative siano contagiose più dell’influenza, pochi minuti e si scatena un’epidemia incontrollabile. Sul resto, però, ho qualche perplessità in più. Non perché non creda nel potenziale dell’Italia e di molti dei suoi cittadini, la maggioranza probabilmente. Il problema enorme e al momento secondo me non risolvibile, è dovuto alla scarsissima consapevolezza della più grave malattia del Paese: la totale mancanza di senso civico che ha portato per decenni (e tutt’ora porta!!!!) alle peggiori disgrazie: la corruzione, l’evasione fiscale, e, in generale, il perpetuo tentativo di fregare il prossimo a tutti i livelli. Date queste premesse sono convinta che l’unica via di salvezza sarebbe quella di un vero nuovo “Risorgimento” che non potrebbe che partire dalla coscienza del singolo individuo e dalla capacità di capire – finalmente – che quello che danneggia la collettività danneggia il singolo e viceversa. Che nessuno è un universo a parte. Senza questo passo continueremo ad essere convinti che “alla fine non si sta così male” , ” che c’è anche chi sta peggio”, che “tutto sommato l’Italia se la cava sempre”, trovando scuse sempre migliori per lasciare le cose così come stanno. E l’immobilismo ad oltranza sappiamo tutti dove può portare. Da persona che vive all’estero so benissimo, e sono la prima a dirlo, che non esistono mondi perfetti, ma continuare a dire che “meno male che c’è l’Italia con il suo sistema sanitario” senza mettere mano alle sue piaghe significa rassegnarsi al fatto che questi servizi fantastici tra poco tempo potrebbero non esserci più. E allora, davvero, sarebbe quasi inevitabile ESSERE COSTRETTI ad andarsene altrove

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 7 luglio 2013 at 8:14

      Ciao Carlotta! Hai parlato di Risorgimento, e sono d’accordissimo con te: bisogna ripartire dalle coscienze, e bisogna insegnare ai nostri figli che facciamo parte di una collettività, e non siamo isole. Però se non lo si fa partendo anche dalla consapevolezza di essere in un Paese in cui, comunque, qualcosa, nonostante tutto, funziona, non andremo da nessuna parte. Perché non trasmetteremo ai nostri figli un motivo vero per il quale lottare, e restare qua (o magari andare e poi tornare). Perché è difficile far nascere la speranza dal nulla. E allora menomale che si parla di un sistema sanitario che davvero in altri Paesi si sognano: perché sta lì a dimostrare che qualcosa si può fare.
      Sono d’accordo con te, bisogna smettere di pensare che l’Italia alla fine sia sempre in grado di cavarsela, perché così ci si lascia andare, ma…hai presente il famoso applauso di incoraggiamento? Ecco, quello ogni tanto bisognerebbe farlo! 🙂
      Il punto è che io ogni tanto penso all’Italia del dopoguerra, e mi dico: ma se ce l’abbiamo fatta all’epoca, dopo anni di bombardamenti (e non parlo di vacanze annullate, parlo di BOMBARDAMENTI e deportazioni), perché non possiamo farlo oggi? Io credo che in quegli anni ci fosse, nonostante tutto, molta più speranza e molta più voglia di costruire. E una classe politica (DOPO la guerra) ovviamente molto diversa da quella – tremenda, a parte alcune eccezioni – di oggi.
      Ciao!!!

  • Rispondi Pellegrina 8 luglio 2013 at 16:12

    Cara Vale, ebbene no: io sono di quelle che continuerà a dire a chi può di lasciare l’Italia. Non solo perché sto tentando di farlo anche io, pur se con scarse speranze in questo momento, e mi parrebbe ben poco dignitoso e coerente fare una cosa e razzolarne un’altra, ma perché, rispetto alla inflazionatissima frase che tu citi, ho fin troppo ben visto che di quel che so e posso fare io, con tutti i miei “massimi gradi negli studi”, questo paese, familista e dalla mobilità sociale inesistente, se ne infischia. Basta vedere l’indice di Gini. E come me, (che isolata sarei un caso di ben poco peso), si trovano migliaia e forse milioni, sul lungo periodo, di persone. A questi problemi endemici italiani (cui aggiungerei evasione fiscale e mafie) si aggiunga un momento ben poco felice che sta distruggendo mezza Europa.
    Perché l’ottimismo ha un senso se si basa su qualcosa di concreto, non su una convizione astratta di dover essere, e la possibilità di fare ce l’ha chi ha una reale e non donchisciottesca capacità di manovra. Cosa che ai ceti medio bassi, da cui io provengo, è sempre più tolta e ristretta. Così come avviene nella dignità di vita, con salari sempre più compressi (e siamo ancora all’inizio, il modello futuro c’è da aspettarsi, son i contratti part time a 350 al mese in Grecia per il 90%, e il lusso per gli altri; il modello è lo scandalo Amazon in Germania), e servizi pubblici sempre meno estesi ed efficienti.
    In queste condizioni, per il singolo individuo, c’è ben poco da fare.
    Quanto alla guerra, in una guerra è chiaro chi ti spara addosso e perché, e la guerra è una situazione eccezionale (si spera, cis ono conflitti che durano secoli), ma qui ci sono situazioni che sono norma e finché non vai all’estero non riesci nemmeno a capire quale ne sia la follia.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 9 luglio 2013 at 0:07

      Ciao cara, ci sono giorni strani nei quali mi viene da essere totalmente pessimista riguardo al genere umano, e oggi è uno di questi, quindi ti direi che in effetti forse non ha tanto senso sperare ancora. Però poi mi dico anche che questo è il mio Paese, e sì, come ho fatto fino ad oggi, ho voglia di andare, imparare, fare esperienze, però voglio che Lui cresca. Voglio fare qualcosa perché Lui, il mio Paese, migliori. Probabilmente sono un’illusa, ma spero davvero, in qualche modo, di riuscirci. Hai ragione, è difficilissimo, e capisco benissimo quello che scrivi. Ma penso anche che si possa partire dalle piccole cose, dai gesti minuscoli, per migliorare uno Stato e un popolo. E poi, francamente, non saprei davvero dove andare per stare davvero meglio 🙂
      Un abbraccio!

  • Rispondi SF 9 luglio 2013 at 19:45

    Ciao Valentina,
    ho letto il post, ho letto tutti i commenti e le repliche, ho cercato di arginare il mare di reazioni che ogni volta scaturivano e adesso commento perché è uno degli argomenti che mi sta più a cuore, ma cercherò di essere stringato perché il rischio opposto incombe!
    Sono romano di Roma, ho 37 anni appena compiuti, sono espatriato senza biglietto di ritorno dall’inizio dell’anno a Bruxelles, con moglie e figlio allora di 8 mesi.
    Ho trascorso un anno in Ohio quattro anni fa, prima ho avuto la fortuna di viaggiare molto e fare vacanze studio in UK da quando avevo 11 anni.
    Ho cercato con tutte le forze di andarmene.
    E non per le tasse, non per il lavoro o la mancanza di esso, non per i prezzi delle case, non per l’impossibilità di avere un mutuo, non per i politici, non per il nepotismo, non per la corruzione… sono una persona ultra fortunata che non ha dovuto affrontare questi problemi.
    Ho cercato con tutte le forze di andarmene perché ho sempre cercato di cambiare in meglio il mio Paese, nel mio piccolo, cercando di dare il buon esempio.
    Fare le file in maniera ordinata, attraversare sulle strisce al verde, fermarmi prima delle strisce quando alla guida, richiedere le fatture, pagare tutte le tasse compreso il canone RAI, cedere il passo e il posto quando possibile e/o richiesto, gettare anche il minimo foglietto nei cestini anziché per terra… e tutti gli esempi di vivere civile che mi siano mai venuti in mente.
    Il risultato, però, è sempre stato quello di essere preso per scemo, o come metro con cui misurare la propria maggiore furbizia. Possibile che bisogna avere paura ogni volta che si attraversa la strada, perché l’istinto è quello di accelerare per passare prima, anziché lasciare passare il pedone? Possibile che non si possa neanche lontanamente ipotizzare di vivere Roma in bicicletta, a causa del traffico e di chi ha rubato tutte le biciclette che il Comune aveva messo a disposizione come trasporto combinato insieme a bus e metro? Eppure a Londra, Bruxelles, Parigi, Barcellona e in tanti altri posti questo sistema funziona e migliora la vita (e le biciclette non se le rubano). E potrei veramente continuare per ore.
    Il risultato è che tornavo ogni sera a casa con la bile (me ne è salita un po’ anche ora), saturo della imperante mancanza di rispetto anche nelle più banali manifestazioni sociali.
    Non so se il problema dell’Italia sia questo, non so se questo esempio sia generalizzabile, ciò che mi fa star male è che io ho provato a fare come dici tu! Ho letto tutto il post e i commenti in agognante attesa di trovare una soluzione al problema, un barlume che mi mostrasse che avrei potuto fare qualcosa che non ho fatto, ma non l’ho trovato.
    E quindi io sono tra quelli che consiglia a chiunque di andarsene se ne ha la possibilità, e non parlo di scappare, perché non mi sento uno che è scappato.
    E comunque, su larga scala, c’è un altro enorme problema: oggi in Italia è economicamente proibitivo mettere al mondo figli, e ne è riprova la media di figli per famiglia rispetto ad altri paesi europei dove c’è una politica statale adeguata. Sai quante mamme amiche sento che abbandonano un lavoro precario, perché altrimenti se ne andrebbero più soldi per una baby sitter? Sai quanti genitori vedo che fagocitati da ritmi assurdi di lavoro imposti non riescono a godersi la famiglia (e di conseguenza a costruire un percorso sano di crescita per essa)?

    Ecco, lo sapevo, ho straripato!
    Scusa lo sfogo,
    Simone

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 9 luglio 2013 at 22:20

      Ciao Simone, figurati, è uno sfogo legittimo e pieno di spunti interessanti. Anzi, ti devo confessare che i commenti a questo post sono “il vero post”. Hai ragione, purtroppo. Hai ragione in ogni tuo punto. Forse – e dico forse – io vedo una realtà, a Torino, un po’ diversa perché è probabilmente una città più vivibile (da noi le bici stanno andando alla grande e non le rubano…per ora!), ma tantissime cose sono uguali. Io però non sto dicendo che in Italia va tutto bene e che bisogna restarci a tutti i costi. Sto criticando il pensare che questo sia un Paese “morto”. Perché se la si pensa così allora si smette di lottare. Poi si può lottare per l’Italia anche da fuori, e lavorare in un’altra nazione non vuol dire scappare.
      Non so, guarda, condivido la tua frustrazione nel non trovare una soluzione. Credo che l’unica vera via sia ri-educare le nuove generazioni, i bimbi di oggi. Educarli alla tenerezza, alla mitezza, all’intelligenza emotiva. E’ un durissimo lavoro, ma bisogna farlo, sia in Italia che fuori.
      Riguardo al problema delle mamme, ne parlo da tantissimo e ho raccolto tante testimonianze da quando ho lasciato il mio lavoro, e so che qua la situazione è assurda: uno stato che si aspetta che la mamma stia a casa (basta vedere i posti negli asili nido o nelle materne, ma anche gli orari delle scuole), e le aziende che non concepiscono l’arricchimento che arriva dalla maternità.
      E’ un problema grande, e non credo che nell’immediato cambierà qualcosa.
      Due miei amici, con i loro tre figli, stanno per trasferirsi a Bruxelles…spero (ma credo proprio che sia così) che si stia bene!
      Grazie ancora del tuo commento, mi ha fatta molto pensare.
      Ciao!
      Valentina.

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