conciliazione famiglia lavoro

Non metterti nelle sue mani

22 aprile 2013
Il cielo su Parigi
Ci sono donne che lavorano fuori casa dalla mattina alla sera. Donne, mamme, che corrono sempre: in ufficio, per fare tutto in otto ore, al supermercato, e poi in famiglia.
Ci sono donne che decidono di farsi aiutare, e allora hanno una collaboratrice domestica, una baby sitter che porta i bimbi a judo, in piscina e a danza. E magari hanno qualcuno che cucina molto meglio di loro. Ma anche queste donne corrono, credo: nella testa corrono per coordinare tutto, per fare la regia di ogni singola mossa. Perché tutto funzioni perfettamente. 
Ci sono donne che decidono di restare a casa. Perché vogliono vedere i loro figli crescere, perché possono permetterselo, o perché magari, a conti fatti, decidono di non girare quasi tutto il loro stipendio ad un’altra donna, per fare ciò che vorrebbero fare loro, in prima persona. 
Ci sono donne che vorrebbero avere un impiego e non possono perché hanno mariti che preferiscono averle a casa.
Ci sono donne che vorrebbero fare le mamme e non possono perché uno stipendio non basterebbe, o perché hanno lottato tanto per la carriera e non osano abbandonarla.
Ci sono uomini che aiutano moltissimo. Raramente sono “soci” in famiglia. Spesso sono assistenti. Magari totalmente innamorati del loro essere padri e uomini in casa, ma pur sempre assistenti. Perché sono stati educati così, principalmente. E perché il mondo del lavoro è ancora tanto maschio, e allora è quasi normale che sia la mamma ad accompagnare i bambini a scuola, ad andarli a prendere, a preparare la cena.
Ci saranno uomini, fra un po’ di anni, educati dalle donne di oggi, e saranno uomini finalmente soci al 50% dell’impegno in famiglia. Lo so, e ci credo, perché conosco le mamme e i papà dei maschi di oggi, e so che stanno lavorando anche per le nuore di domani.
E poi ci sono donne che, magari al culmine della carriera, capiscono di desiderare altro e decidono di fermarsi. Decidono di darsi ai cupcake, a un blog, alla scrittura, o a qualche progetto che sognavano da tempo. Progetto che magari non le porta a guadagnare lo stesso stipendio di prima.
Ne ha parlato la 27esima ora la scorsa settimana.
C’è chi dice che è sbagliato, chi che quello non è vero lavoro, chi (come me) che alla fine è importante essere liberi di scegliere.
Discutendo dell’argomento sotto il cielo azzurro di Parigi, la mia amica Barbara mi ha detto “Valentina, rinunciare all’indipendenza economica e stare a casa a fare cupcake vuol dire mettersi nelle mani di un uomo”.
E poi è arrivata la Bastiglia, il Marais, e le chiacchiere e i buonanotte, ma io ho continuato a pensarci. Perché è vero: passare da uno stipendio fisso alla vita in casa, e a progetti che non assicurano lo stesso trattamento economico vuol dire, di fatto, affidarsi all’altro. Vuol dire credere in lui, profondamente. Vuol dire, al limite, non avere la possibilità di fuggire, un giorno. 
E sì, in un certo senso vuol dire essere nelle sue mani. Ma se stiamo parlando di amore, di famiglia, di progetti, di figli, non stiamo parlando proprio di questo? Creare una famiglia non vuol dire proprio creare un microcosmo nel quale esistono sì individui, ma individui pronti ad assistersi e ad esserci, in ogni momento?
Certo, lo so, non sempre è così, e nei momenti di crisi persone (uomini e donne) meravigliose possono diventare spregevoli, ma, in teoria non dovrebbe essere così? O due persone che decidono di creare una famiglia devono già pensare, ancora prima di dire sì, ad un piano B, all’uscita di sicurezza, alla via di fuga?
Forse è vero, forse una donna che sceglie di non essere indipendente economicamente decide di mettersi nelle mani di un uomo. Il fatto, però, è che una donna, con tutti i suoi sogni, in due mani non ci sta. E allora preferisco pensare alle braccia di quest’uomo. Braccia che stringono, e accolgono, e sostengono. Senza essere proprietarie.

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60 Commenti

  • Rispondi Mamma Che Paura! 22 aprile 2013 at 15:41

    Io ho lasciato e sono stata lasciata per inseguire un sogno, con il sostegno del mio uomo. è una sfida, un atto di fede, ma in qualcosa bisogna pur credere. Ecco io credo nella mia famiglia. Come sempre un post in sintonia con me…

  • Rispondi Biancume 22 aprile 2013 at 15:44

    io questo dilemma lo sto vivendo sulla mia pelle in questo periodo, da una parte un lavoro, poco amato perché si concilia poco con due bimbe piccole ma a cui dovrei tornare affinchè mi restituisca la mia indipendenza economica, la libertà di essere sempre nelle proprie mani. Dall’altra la voglia di provare a lavorare facendo qualcosa che mi piaccia davvero e che non mi tenga in un ufficio 10 ore al giorno ma che mi priverebbe della suddetta dipendenza. Ecco io non riesco davvero a decidere.

    • Rispondi Biancume 22 aprile 2013 at 15:45

      *suddetta indipendenza

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 22 aprile 2013 at 16:04

      Bianca ma voi tornerete in Italia? Siete proprio sicuri???
      A parte tutte le tragedie della politica italiana, purtroppo il mondo del lavoro per ora qua ostacola in ogni modo la conciliazione…

    • Rispondi Biancume 22 aprile 2013 at 16:13

      è quello che mi assilla. Il gioco vale la candela?

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 22 aprile 2013 at 17:34

      Ecco, guarda, non so proprio risponderti…:(

  • Rispondi acasadiclara 22 aprile 2013 at 15:59

    forse è proprio per questo che mi tengo il mio noiosissimo lavoro full time. e mi faccio aiutare da nonne, marito e ogni tanto chiedo aiuto ad altre mamme. proprio non ce la faccio a pensarmi “economicamente dipendente” quando ho fatto tanta fatica per essere indipendente. lavorare e guadagnare soldi “miei” mi ha reso libera. libera di decidere per la mia vita. libera di sposarmi con quell’uomo da cui non vorrei (e non posso, anche) dipendere economicamente. certo tutto cambiererebbe se il suo stipendio fosse ottimo. ma invece è normale. come è normale il mio. e grazie al cielo c’è. anzi ci sono questi due stipendi normali. perchè vorrei aggiungere che non sappiamo come andrà avanti questa crisi italiana e mondiale. quindi valuterei anche un altro discorso: certo mi piacerebbe stare a casa a fare cupcake, ma se domani l’unico stipendio rimasto traballasse? che ci inventiamo? come li cresco i miei figli? preferisco essere in ufficio finchè sarà possibile…finora i miei figli sono cresciuti bene! in questo momento non scambierei le mie mani con quelle di nessun altro.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 22 aprile 2013 at 16:09

      Clara, di sicuro i tuoi figli sono cresciuti bene! Io ho tante idee confuse sull’argomento, ma sono sicura che i figli crescano molto bene anche con la mamma in ufficio!
      Hai ragione, purtroppo: la crisi peggiora la libertà di scelta, ed è assurdo non pensarci. Ciao! 🙂

    • Rispondi Laura Riva 22 aprile 2013 at 17:13

      Ciao Clara, i figli crescono bene con i nonni o con le persone a cui decidiamo di affidarli: crescono benissimo perchè noi abbiamo scelto con cura quelle persone, mica a caso. Io credo che sia più un problema di noi mamme, di come stiamo e di come ci sentiamo. E credo anche che col tempo la nostra percezione può cambiare. A me è successo. Io non sto più bene a lavorare tanto fuori casa. Ma i bambini finora sono cresciuti bene…questa è più una cosa mia.

  • Rispondi Francesca Patatofriendly 22 aprile 2013 at 16:14

    Penso che amare significhi affidarsi e credo che non ci sia legame piu’ profondo della famiglia, quella che decidi di formare con l’uomo che ami e che ti ama e se gia’ all’inizio si pensa ai “piani B” beh c’e’ qualcosa di strano…
    Poi ogni donna scegliera’ cosa e’ meglio per lei: lavorare fuori casa, lavorare in casa, lavorare per i propri sogni o solo per lo stipendio o per entrambi.
    Ma la scelta non puo’ essere per me basata sul timore di mettersi nella mani dell’altro perche’ per me le mani di una coppia si uniscono a formare nuove mani, quelle della famiglia!

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 22 aprile 2013 at 17:51

      Infatti, Francesca, lo penso anche io: amare significa affidarsi. E’ solo che poi fa anche un po’ paura! 🙂

  • Rispondi Elena Jane 22 aprile 2013 at 16:25

    Ciao Vale, come già sai io sono con un piede in due staffe proprio perchè temo “l’essere nelle sue mani”.
    Lavoro come libera professionista, anche se da quando sono diventata mamma ho molto ridimensionato le mie ambizioni e anche il lavoro, ora mi piace stare con mio figlio e me lo posso permettere.
    Ma non riesco a fare quel passo e non credo lo farò, in cui mi metto totalmente nelle sue mani.
    Bel post come sempre!

    Baci

  • Rispondi Carlotta G. 22 aprile 2013 at 16:48

    È come sempre bellissimo il tuo post, Vale.
    Credo siano i dilemmi mi molte, se non di tutte. Sicuramente sono anche i miei, almeno di questi ultimi tempi di scelte radicali e difficili. L’importante è essere libere e scegliere col cuore. Che, anche secondo me, in due mani sole sta troppo stretto.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 22 aprile 2013 at 17:53

      L’importante è essere libere e avere un uomo che, pur sostenendoci, rispetti la nostra libertà! Ciao Carlotta!

  • Rispondi Anonymous 22 aprile 2013 at 17:08

    ho lasciato il lavoro perchè a causa della nostra organizzazione familiare e lavorativa era praticamente impossibile continuare a farlo senza ridurre nostro figlio a un pacco postale.
    E’ vero che mi sono messa ‘quasi’ completamente nelle mani di mio marito (di mio ho una piccola rendita con cui contribuisco in parte alle spese correnti), ma è anche vero che contribuisco alla crescita di nostro figlio occupandomene per buona parte della giornata e a volte anche della notte, visto che i nonni non sono in grado di aiutarci in modo concreto. E’ stata una scelta forzata ma nel nostro caso non c’erano grosse alternative, visto che mio marito è anche fuori casa per lavoro (spesso all’estero) quasi 5 gg. su 7. Non me ne sono pentita, ho però dimenticato credo per sempre la parola shopping e amenità del genere.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 22 aprile 2013 at 17:54

      Sai che una delle tante frasi che mi hanno colpita quando ancora stavo decidendo se lasciare il lavoro o meno è stata quella di una tata, in una trasmissione, che ad una mamma che lavorava tantissimo disse “tua figlia vuole te, non una maglietta in più”…Ciao!

  • Rispondi Laura Riva 22 aprile 2013 at 17:08

    Cara Valentina, questo post è molto bello e pone tanti punti fermi, ma anche tante domande.
    Io sono una di quelle che sta pensando di lasciare il lavoro. Per tanti motivi. Mi ha colpito quel “mettersi tra le mani dell’altro”….ma non è sempre così? Voglio dire, al di là di vivere con uno stipendio solo, nel momento in cui si conosce un uomo, e tanto più quando si decide di vivere insieme e di avere figli, be’, allora è vero, siamo nelle sue mani. E lui è nelle nostre. Ma è molto più bello, come dici tu, pensare di essere nelle sue braccia. Ma è una bella sensazione. Non fa paura.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 22 aprile 2013 at 17:55

      Infatti, Laura, è proprio questo il punto. Affidarsi, anche nei momenti difficili, dovrebbe essere alla base di una famiglia. Però mi rendo conto che non sia facile farlo, né pensare di farlo. Ciao!

  • Rispondi Themoon 22 aprile 2013 at 17:42

    Quant’è vero Valentina….
    Una donna, una vera, non sta nemmeno in quelle braccia. Ed allora, lasciamoci un piano B, che non si sa mai…

  • Rispondi towritedown 22 aprile 2013 at 17:49

    Sai Vale, io ti ripeterei le stesse parole di Barbara. Con convinzione.

    Ho vissuto sulla mia pelle diverse esperienze sentimentali: mai sarei sopravvissuta alle stesse senza l’indipendenza economica che sono riuscita, con ostinazione, con ferocia talvolta, a crearmi.

    Rinunciarci? Ci ho pensato, soprattutto cinque, sei anni fa, subito dopo il mio (secondo) matrimonio, presa dall’ardore per il mio uomo e per la vita che stavamo (e stiamo ancora, fortunatemente) costruendo insieme.

    Ma poi, in angoli neppure tanto reconditi della mia mente, trovo la certezza che non potrei mai alzare bandiera bianca, mettermi totalmente nelle sue mani e rinunciare alla mia indipendenza.

    Lo trovi poco romantico? Forse. Ma forse è solo questione di spazi, mentali e fisici: sapere che le mei possibilità sono in me, con me stessa, sempre, indipendentemente dal fatto che lui mi ami e sia disposto a proteggermi, mi rende più forte, più sicura, più disposta a rischiare.

    Chissà se si è capito cosa voglio dire…

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 22 aprile 2013 at 18:01

      Ciao cara Grazia, sì, si è capito. Il fatto è che la mia non è una riflessione poi così romantica: è solo una riflessione sul concetto di famiglia. Mi farebbe strano – per dire – sposarmi sapendo che non vorrò mai rinunciare alla mia indipendenza economica, perché se così fosse, vorrebbe dire che non mi sto fidando di lui. E almeno PRIMA di creare una famiglia mi sembrerebbe molto bizzarro.
      Sai, io so che E. sarà sempre disposto a proteggermi, ma questo non vuol dire che io non sappia farlo da sola. Anzi: l’ho fatto per tantissimi anni nella mia vita, e non disimparerò solo perché non ho il mio lavoro…

  • Rispondi PaolaFrancy 22 aprile 2013 at 18:29

    Io sostengo questa scelta, lo sai (Te l’ ho detto a Parigi :D).
    L’ indipendenza economica è importante, ma la serenità lo è molto, molto, molto di più.
    Bacio, Paola

  • Rispondi Francesca 22 aprile 2013 at 18:42

    Cara Vale, è un bel post sulla tua vacanzetta parigina?? che voglia di passare qualche giorno in quella città meravigliosa….
    Io ho perso il lavoro dopo la nascita di mio figlio, quindi non ho scelto liberamente di restare a casa. Ho passato brutti periodi: da una parte la consapevolezza e la felicità di potermi godere mio figlio, dall’altra l’angoscia e la tristezza di non avere più un lavoro e non essere più indipendente. Ho la fortuna di avere accanto un uomo meraviglioso che non mi ha mai fatto pesare la situazione e mi ha spinto a cercare ciò che mi appassionava. ora, a distanza di tre anni, la situazione è migliorata, sono felice del tempo passato con mio figlio e sto cercando con immensa fatica di ritrovare una mia strada lavorativa. Anche per me amore vuol dire affidarsi completamente all’altro ma c’è un parte di me che ha davvero bisogno di sentirsi indipendente. Credo che la cosa più importante è cercare di fare ciò che ci rende felici perchè la vita è così breve che davvero non ne va sprecato nemmeno un attimo e tutti gli attimi passati con amore valgono come l’eternità.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 22 aprile 2013 at 23:10

      Infatti Francesca, il punto è che la felicità può arrivare da varie fonti: dal lavorare 12 ore al giorno, dal dedicarsi ai cupcake o da mille altre cose. Bisogna inseguire quella, e poi tutto viene di conseguenza.
      Il post su Parigi arriva presto!!! 🙂

  • Rispondi Laura 22 aprile 2013 at 21:57

    A me piacerebbe poter scegliere non solo perché vorrei poter crescere i miei figli come meglio preferisco ma anche x me stessa perché credo che non sia giusto non essere felici a causa del proprio lavoro e questo e quello che sta succedendo a me , soffro ogni mattina quando suona la sveglia perché so che quello che sto andando a fare non mi piace più, non mi appartiene ed è come se mi violentassi ogni giorno. Per fortuna adesso ho un po’ di tempo per pensare e, speriamo, per trovare qualcosa che sia più a mia immagine e somiglianza, speriamo!

  • Rispondi Pellegrina 22 aprile 2013 at 23:06

    Cara Vale, vado OT: mi dispiace, avrei voluto riuscire a salutarti sabato. Come ti sono corsa dietro fuori da COS eri già volatilizzata…
    Auguri di trovare sempre quelle braccia altrettanto calde.
    In realtà è una scelta che va molto contestualizzata. Dipende sempre dalla propria rete di sicurezza, credo. Ci sono persone per le quali, o per mestiere, o per condizione, fermarsi qualche anno non rappresenta un passo senza ritorno. Potranno sempre rimettersi in piedi, per voglia o per necessità. Ce ne sono altre (la maggioranza, purtroppo) per cui non è così, che di fatto non hanno scelta, che non possono fidarsi a occhi chiusi, perché un incidente, un inconveniente, un imprevisto, potrebbero rivelarsi catastrofici. Per loro, continuare a serbare la propria indipendenza, per quanto minima e faticosa, è effettivamente garanzia di libertà e dignità.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 22 aprile 2013 at 23:13

      Ma ciao!!! Mi dispiace, pensavo di rivederti dopo! Magari ci vediamo la prossima volta!
      Hai ragione, ed è anche vero che purtroppo in Italia non è molto accettato il fatto che una persona si prenda una pausa, che sia per i figli o per viaggiare o per studiare.
      E’ un argomento molto complesso, sono in gioco tantissimi fattori, ed è molto bello avere i vostri commenti, che fanno riflettere e guardare tutto da prospettive differenti.
      Grazie mille di essere passata di qua!
      Ciao!
      Vale.

  • Rispondi Mamma Cattiva 22 aprile 2013 at 23:36

    Non voglio rispondere perché lo farei da persona ferita e non sarei in grado di fare considerazioni coerenti. Perché le cose dovrebbero andare come dici tu ma alla fine ha ragione Barbara.

  • Rispondi towritedown 23 aprile 2013 at 10:07

    Sono tornata a rileggere un po’ di commenti e mi sono ritrovata questa idea nella testa: ma il piano B lo abbiamo solo noi o anche loro?

    Perché continuiamo a dare per scontato che siamo noi ad affidarci a loro, e non loro a noi?

    Intendo dire: ma perchè non rinunciano mai loro alla loro indipendenza economica per occuparsi della famiglia?

    Vabbé, giornata difficile, si è capito….
    A te un bacio grande
    Grazia

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 23 aprile 2013 at 10:23

      Secondo me per come è fatta la mentalità italiana (per ora), e come è fatto il mondo del lavoro: è abbastanza normale – sempre per ora – che sia l’uomo a puntare tutto sul lavoro e non la donna. Io credo che sia meraviglioso anche quando un uomo rinuncia al lavoro per stare a casa con i figli e magari inseguire un suo sogno. Proprio qualche giorno fa un mio amico mi ha raccontato la sua intenzione di farlo.
      In realtà, Grazia, quando parlo di affidarsi, io parlo di affidarsi l’uno all’altra. E’ uno scambio continuo (almeno nel mio caso), e non si risolve nel lavoro. Ci sono altri mille fronti. Ed è sempre, più o meno, un salto nel buio. Quello che mi fa paura è semplicemente il partire già con un piano B, sia che si parli di uomini sia che si parli di donne.
      Un bacio grande a te!
      Vale.

    • Rispondi Laura Riva 24 aprile 2013 at 10:58

      In effetti anche gli uomini si affidano a noi donne, e anche a noi come mamme. Mio marito mi dice sempre che senza di me (che sto ridimensionando il mio lavoro), lui non potrebbe fare il suo lavoro, non potrebbe fare le trasferte che fa ogni settimana, perchè i figli non sono solo i miei e lui non potrebbe occuparsene se non ci fossi io a casa. Quindi anche lui si affida a me….e chissà se lui ce l’ha un piano B! Quesito interessante, non ci ho mai pensato, ma non ho pensato nemmmeno al mio piano B.

  • Rispondi Mamma Avvocato 23 aprile 2013 at 11:01

    Cara Vale, il tuo post mi tocca profondamente, perchè in questo periodo ci sto pensando anche io, non a lasciare il mio lavoro, che non mi da anocra uan vera idnipendenza economica ma quelche cosa sì e a cui non saprei rinunciare perchè mi piace e basta, ma all’acquisto della casa..
    perchè vi confluirebbero tutti i nostri risparmi, miei e suoi, ma creati anche grazie a me.
    E io non sono convinta che quella sia la casa che voglio e lui sì e mi sento costretta ad un compromesso per non minare alle basi il nostro rapporto perchè per lui quella è più della scleta di quattro muri in cui stare e per me anche e rifletto sul fatto che sposandoci, comunque, facendo un figlio, ci mettianmo nelle mani dell’altro..mani che possono lasciarci nel vuoto all’imporvviso e allora tutte le sclete fatte potrebbero avere conseguenze gravi…l’amore a volte non basta, la fiducia non basta, perchè si cambia e si potrebbe cambiare in due modi diversi nonostante l’amore…lo vedo tutti i giorni nel mio lavoro e mi fa paura.
    Ognuna di noi, però, ogni famiglia, è una storia a sè e solo ciascuna di noi può decidere per sè. E capisco tutte le scelte, ora che sono madre.
    Grazie per il tuo post

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 23 aprile 2013 at 14:22

      Grazie a te per il tuo commento, cara! Hai ragione, le persone e le situazioni cambiano, e bisogna pensarci per tempo. Un abbraccio!

  • Rispondi verdeacqua 23 aprile 2013 at 13:26

    cara vale, io nel quello che è mio è tuo e quello che è tuo è mio un pò ci credo. In un senso romantico. Nel senso di squadra. L’importante è che tutti i giocatori ci mettano del proprio. In un modo o nell’altro. E a volte si dà tanto, non per forza in senso economico, tu lo sai bene. Ci si affida ad un progetto comune con la fiducia, prima ancora che la speranza, che sia sempre parte di noi. Io contribuisco un pò alle economie della mia famiglia, ma il grosso lo fa lui. Io rimango comunque una persona indipendente, ne sono assolutamente convinta.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 23 aprile 2013 at 14:24

      Sono più o meno nella tua stessa situazione, e sì, sono sicura di essere rimasta indipendente come quando mi mantenevo da sola. “L’importante è che tutti i giocatori ci mettano del proprio”. Verissimo. Ciao!

  • Rispondi squa 24 aprile 2013 at 9:26

    mi parla in profondo questo post. Ed io stoin toto con towritedown
    Ritornero’, per ora ci tenevo a dire questo.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 24 aprile 2013 at 11:19

      Ciao! Torna quando vuoi, mi interessano molto i commenti perché sono tutti ragionamenti su un argomento molto delicato e importante. Ciao! 🙂

  • Rispondi thesunmother 24 aprile 2013 at 23:55

    Non sono una romantica, o forse sì ma non riesco ad ammetterlo. Comunque, questo post ha toccato un argomento che in questo periodo della mia vita muove molti dei miei pensieri.
    Decidere di condividere la propria vita con qualcuno che si ama vuol dire già di per se esserne dipendente.
    Amare ci rende dipendenti, perché dell’amore ricevuto e dato dipende la nostra felicità, la nostra esistenza (se si ama davvero).
    Il Piano B io penso di averlo, a modo mio. Dentro il mio cuore so che se perdessi il sostegno del mio compagno soffrirei terribilmente, ma rinascerei, non so so come, non so dopo quanto tempo, ma rinascerei.
    Il mio piano B sono io.
    Per questo non penso che avere un piano B sia una cattiva cosa, io personalmente vivrei male e di certo non serenamente pensando di non farcela da sola, dopo aver puntato tutte le mie fiches sullo stesso numero della roulotte. Questo non vuol dire che non ci si possa gettare anima e corpo in un sentimento, tra la braccia di una persona.
    Il Piano B, la mia autostima e la mia forza interiore, resteranno discretamente latenti, pronti a sostenermi se malauguratamente non fossi più sostenuta.

    Ho volutamente iniziato questo discorso dall’aspetto sentimentale, per spiegare cosa penso dell’indipendenza economica.
    Amare, per come lo vivo io, non si limita a dividere lo stesso letto e la stessa casa, magari anche gli stessi interessi. Significa condividere le stesse paure, difficoltà e imprevisti. Non esiste ciò che è mio e ciò che è tuo. E’ tutto nostro, ancor più se di mezzo ci sono dei figli. Vuol dire, anche secondo me, mettersi nelle mani dell’altro, che sia l’uomo o la donna, che sia dal punto di vista meramente economico o pratico (come spesso accade con la gestione, la cura e l’accudimento di casa e figli).
    Ovviamente, è un rischio.
    Ognuno di noi percepisce il rischio in base alle proprie esperienze pregresse e alla propria indole.
    Comunque razionalmente tutti noi sappiamo che esiste il rischio.
    L’intensità del sentimento, le esperienze pregresse, la propria indole e anche un buon livello di autostima aiuta ad accollarsi il rischio. E dove c’è rischio, ancor di più se a rischio possono essere i figli, dovrebbe esserci, razionalmente, un Piano B.
    Ma non sempre vince la ragione.
    Io personalmente ho investito tutti i miei risparmi in una casa che non è intestata a me, di cui pago metà del mutuo ma senza essere cointestataria dello stesso, bensì garante. Si chiama fiducia nel compagno che hai scelto per la vita, si chiama amore. E quindi si ritorna di nuovo al padre di tutti i Piani B: sè stessi e il bene che ci vogliamo.
    Aldilà delle scelte lavorative ed economiche, meglio non dimenticarsi di ascoltare noi stessi e di volerci bene.
    A questo Piano B non rinuncio.
    Grazie Vale per questo bellissimo post, che come tutti i tuoi post mi permette di fermarmi a riflettere.
    Un abbraccio
    Cate

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 26 aprile 2013 at 14:15

      Ciao Cate, grazie a te per questo commento: te l’ho già scritto, ma davvero potresti scriverci un post. Hai già il titolo: “Il mio piano B sono io” 🙂
      Condivido tutto quello che scrivi e grazie, perché mi hai fatto notare che avere un piano B non è un male, dato che implica autostima, sapere di potercela fare, ecc.
      E hai ragione, decidere di convivere con qualcuno rende già dipendenti. Come ha scritto Paola, in una famiglia è importante la serenità, e ognuno la trova a modo suo, e a volte per trovarla uno dei due ha bisogno di rallentare un po’, appoggiandosi all’altro.
      Come dici tu: “Aldilà delle scelte lavorative ed economiche, meglio non dimenticarsi di ascoltare noi stessi e di volerci bene”
      Grazie di cuore, Cate.

  • Rispondi Squabus 26 aprile 2013 at 7:58

    Eccomi di ritorno, forse non più lucida della prima volta (cercherò almeno di essere schematica) e provo a lasciare un segno anche io sull’argomento. Che in me tocca molte sfere diverse. Una tra tutte la difficoltà a mischiare economia e amore. Ho avuto un padre che durante molti anni, quelli per me critici, era così chiuso in se stesso e il lavoro, da essere totalemente assente. L’unica cosa che passava erano soldi. Tanto che ad un certo punto mi è venuto il disgusto e non ne ho più accettati. Chiaro che questo non ha niente a che fare col mio uomo ed il nostro rapporto. Però ancora oggi faccio fatica a pensare di acquistare qualcosa per me con soldi che non ho personalemente guadagnato.
    Ma perchè sto parlando di questo che era l’ultima delle cose che vorrei dire? Forse perchè per me, per il mio caso personale, qualsiasi discussione al riguardo “lavorare o fare la mamma a tempo pieno”, passa per questa *disfunzione*. Che chiaramente non ho superato. Figurati se riesco a pensare di affidare la mia indipendenza economica e preservarmi da un piano B. Non mi piace non riuscire a farlo, ma tant’è.

    Poi. Poi c’è una cosa, che dirò in breve, ma poi mi dovrò un po’ di tempo per chiarirla ben bene, perchè quello che ora butterò giù potrà sembrare brutale verso me stessa. Poi c’è che io non mi fido di me come mamma al 100% e quindi no, per il bene del mio cucciolo devo lavorare.

    Poi c’è che io al mammacentrismo ci credo fino ad un certo punto (forse non posso crederci a causa di quanto appena sopra). E io voglio un socio in azione al 50% per compagno. Non ammetto percentuali diverse e schemi gerarchici diversi fino al parossismo di quanto racconto qui: http://squabus.blogspot.fr/2013/03/genitori-quattro-mani.html
    Perchè è come dici tu, i nostri uomini nel 2013: ” Magari totalmente innamorati del loro essere padri e uomini in casa, ma pur sempre assistenti. “
    Ma sono convinta che il nostro *ruolo* come madri del 2013 sia anche mettersi da parte ogni tanto. E lasciare gli spazi che portino il ruolo assistenziale a diventare paritario. Se ci accaniamo sul ruolo principale ed esclusivo questo non avverrà per forza di cose.

    Il mio ideale? Sarebbe lavorare meno, molto meno del 100%, cosa alla quale purtroppo al momento sono non dico costretta, però ho fatto fatica a dire di no per una serie di motivi (ennesimo espatrio in primis: mi tocca ricominciare tutto daccapo. Che fatica.)
    E lavorare entrambi meno. In Olanda (almeno nell’ambiente universitario dove io e il mio socio lavoravamo) è tipico per i primi 4 anni dei figli lavorare entrambi i genitori all’80%. Significa che i piccoli vanno al nido per 3 giorni a settimana. Cambia tutto. Una famiglia in quel modo lì cresce diversamente. Potrei andare avanti a lungo e non voglio abusare dei tuoi spazi. Ne ho parlato nella maniera sconclusionata e logorroica che mi caratterizza qui http://squabus.blogspot.fr/2013/03/mamadag.html

    Ti ringrazio moltissimo per questo tuo bel post, che mi ricorda che che mi devo chiarire un paio di cose parecchio importanti. Tanto che copierò questo mio commento da me, perchè ci voglio lavorare e ci tengo ad averlo come promemoria.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 26 aprile 2013 at 14:07

      Ciao Squabus, e grazie mille del tuo commento. Come quello di Caterina (thesunmother) potrebbe essere un post! Mi colpisce tantissimo il punto in cui dici che “non ti fidi di te come mamma al 100%”. Perché ci vuole una grandissima consapevolezza per pensarlo e per scriverlo: davvero, complimenti. Perché è molto più facile pensare di essere mamme perfette sempre e comunque, anche – come giustamente scrivi tu – a scapito di quella divisione dei compiti al 50%. Molto più difficile ammettere di avere dei limiti.
      Ti devo dire che anche io non mi immagino solo mamma: ho rinunciato al mio stipendio fisso per avere più flessibilità e sì per poter stare di più con mia figlia, ma anche per inseguire le mie vere passioni e i miei sogni. Oggi lavoro da casa, faccio la freelance, e sogno di scrivere qualcosa di più strutturato. Con il mio post volevo dire che in fondo essere in coppia vuol dire anche potersi appoggiare all’altro, e non rinunciare magari ai propri sogni e a trovare la propria vera strada “solo” per non rischiare di essere dipendenti, magari temporaneamente, dall’altro (o dall’altra). Poi capisco perfettamente che sia difficile accettarlo: ricordo benissimo quando, anni fa, prima di diventare mamma, una mia conoscente mi ha detto che avrebbe rinunciato al lavoro per fare la mamma e io, inorridita, ho pensato “si è consegnata al marito”.
      Condivido il tuo ideale: avere ritmi più adatti alla famiglia sia per gli uomini che per le donne sarebbe perfetto, e in Italia siamo purtroppo ancora lontanissimi.
      Mi hai incuriosita, voglio leggere tutti i tuoi post! Grazie ancora!
      Vale.

    • Rispondi Squabus 26 aprile 2013 at 23:00

      (Tecnicamente ne ho fatto un post. Forse anche venendo meno alla netiquette, non so… ma c’avevo davvero bisogno di tenermelo un po’ anche ocn me il mio commento…)
      Già. La mia storia mi ha insegnato che devo averli presente bene i miei limiti. E che una famiglia malconcia può essere un peso insopportabile da portarsi appresso.
      Poi no, non è facile “dirlo ad alta voce”, ma qui mi sono sentita in qualche modo al sicuro.
      Comunque -qui forse rispondo più a Valentina VK in realtà- ci si può “mettere nelle mani dell’altro” in altri modi che quello meramente economico. Io l’ho fatto mollando tutto quanto avevo costruito per ben 4 volte: Italia-> Francia, Francia->USA, USA->Olanda, Olanda->(ri)Francia, ma un po’ più in là. Ogni volta ho rimesso tutto in discussione per assecondare i suoi sogni. L’ultima volta è stata la più dura. Sacrifici fatti col cuore, uno per uno. Senza rimpianti. Avrei forse potuto giusto “lasciarmi trasportare”, ma ogni volta in terra nuova ho piantato il mio piccolo orticello che mi desse i miei frutti personali. Non perchè il mio uomo non meriti fiducia o che io mi affidi a lui, ma perchè io ho da risolvere certi conflitti di cui lui ha nessuna responsabilità o parte in causa. La vita lascia cicatrici a volte.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 27 aprile 2013 at 0:00

      La vita lascia cicatrici, a volte, davvero. Bello che tu sia passata di qua, e non so nulla di netiquette: mi ha fatto davvero piacere tutto questo scambio. Grazie! 🙂

  • Rispondi Valentina VK 26 aprile 2013 at 16:34

    anche io per motivi diversi, ho scelto di mettermi nelle mani di un uomo. non avevo una gran carriera: semplicemente mio marito e’ polacco, se fosse venuto a stare in italia avremmo lavorato entrmabi, io come schiava legale e lui come schiavo in una qualche consulting a milano perche’ lui non parlava italiano, andando all’estero io del mio essere avvocato non me ne faccio molto (detesto commerciale e assicurativo, facevo l’avvocato dei poveri) mentre lui puo’ fare un mestiere che ci da’ pace finanziaria per tutti e lo interessa e contemporaneamente senza di me non potrebbe farlo, perche’ viaggia 15-20 giorni al mese, se non ci fossi io a lavorare ogni giorno presente 24 ore su 24 con e per le bimbe.
    Ma io non ho mai ragionato nei termini: se espatrio con lui non lavoro e rinuncio all’indipendenza economica, mettendomi nelle sue mani, perche’ la scelta l’ho fatta all’inizio. Non mi sarei messa con uno del quale non mi sarei sentita di mettermi nelle sue mani, che per scelta o per necessita’ nella vita puo’ sempre capitare, se la si condivide con qualcuno. E men che meno ci avrei fatto figli.

    • Rispondi Valentina VK 26 aprile 2013 at 16:36

      per “lavorare ogni giorno presente 24 ore su 24 con e per le bimbe” intendo appunto il mio lavoro di mamma, moglie e vicepapa’ full time.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 27 aprile 2013 at 0:04

      Ciao Valentina! Hai ragione: tutto sta alla base, nel momento della scelta di passare la vita con una persona. E come dice Squabus, ci si può affidare in tanti modi, non solo dal punto di vista economico.
      “vicepapà” è bellissima come parola! mi sa che anche io spesso sono un vicepapà, dato che il mio compagno è spessissimo in giro! Ciao! 🙂

  • Rispondi Why 26 aprile 2013 at 18:14

    Arrivo qui da squabus e nonostante la musata del tema per me più faticoso al mondo sono felice di conoscerti.
    Personalmente sono seduta col teschio in mano su questo argomento da pure troppo tempo. Ci furono ambizioni, ci fu un espatrio, ci fu la prima figlia. Poi cambiarono tante cose, ci furono ottimismi un po’ ingenui, che londra è competitiva come non potevo immaginare; ci furono progetti naufragati e infinite inquietudini.. Ora c’è il secondo figlio, cercato prima di aver risolto il fronte lavorativo che se no diventavo vecchia…! E c’è molta più serenità, più fiducia nella possibilità di reinventarmi..che per fortuna in the UK non è visto come un fallimento. Non mi sarei mai immaginata a casa, ma x ora così è. se non altro i miei bimbi ripagano molto. È quel per ora ad agghiacciarmi…!

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 27 aprile 2013 at 0:06

      Sono felice che tu sia passata di qua, anche se so che è un argomento spinoso e con mille sfumature…Ti auguro di trovare il modo per reinventarti: siamo donne, ce la facciamo di sicuro! 🙂

  • Rispondi Cinzia Dolcezza 27 aprile 2013 at 18:31

    Ciao Vale, arrivo da “Parola di Laura”…ho trovato molto interessante questo post.
    L’argomento mi tocca da vicino, considerato che, da quasi un anno sto a casa con il mio piccolino.
    Premetto che, non avevo uno stipendio tale che mi permettesse una baby-sitter (non avevo altre scelte a disposizione), per cui è stato naturale lasciare il lavoro per dedicarmi completamente alla famiglia, diversamente, non saprei cosa avrei fatto, comunque l’idea di non godermi il mio bambino non mi piaceva affatto.
    Come non mi piace dipendere economicamente ma la vita è fatta di scelte e credo che non ci sia scelta migliore per il bene di mio figlio.
    Il piano B non è un’alternativa, anch’esso è una scelta di vita, in quel caso rifletterei sul piano A!!!
    Dipendere economicamente alle volte diventa un dovere, un dovere per chi ha non ha scelto di nascere ma è stato voluto e desiderato.

    Un caro saluto, Cinzia.

  • Rispondi elisabetta 10 marzo 2016 at 14:12

    ciao valentina,
    voglio fare la mamma a tempo pieno. non pagare più una baysitter che “mi sostituisca”… voglio fare un salto. alla faccia di chi dice “dove lo trovi poi un lavoro a tempo indeterminato di questi tempi”. non ho detto non voglio più lavorare.
    ho detto, visto che non ho nonni che possano darci una “mano”, voglio essere mamma e lavoratrice. voglio crescere con mia figlia. abbiamo creato una famiglia e ce la faremo noi tre, troveremo una soluzione. tutta cambia, tutto si trasforma. la mia giornata non può essere solo piena di lavoro, voglio che sia “piena” di “vita”….come lo è la notte, con la piccola gaia amelie che cerca coccole e che si addormenta dolcemente tra le braccia della sua mamma e del suo papà.

    • Rispondi Valentina Stella 13 marzo 2016 at 15:25

      Credo di poterti capire profondamente, Elisabetta…”Voglio crescere mia figlia” è stata la frase che mi è rimbombata a lungo nella testa prima che io facessi la mia scelta…

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