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L’amor che move il sole e le altre stelle

5 marzo 2013

L'amor che move il sole e le altre stelleL’avevo aspettato per tre mesi.
Tre mesi che erano stati tutto un «Forse prenoto il volo per fine gennaio – forse non vengo – forse c’è un’offerta per febbraio». E io lì, appesa al telefono, a 2.500 km di distanza, a far finta che non me ne importasse nulla.
E invece contavo i giorni che mi separavano da quella data immaginaria, mai fissata. Passavo le sere a raccontare ai tutti di quel ragazzo che avevo conosciuto a Torino durante le vacanze di Natale, e che avrei tanto voluto lì con me a Lisbona.
Passavo le ore attorno al tavolo in marmo e legno della cucina, su uno di quegli sgabelli altissimi e scricchiolanti, a bere tè, o vinho tinto, e a parlare di lui. Di quant’era bello, simpatico e intelligente.
E per non fare la figura dell’illusa dicevo «Ma no, tanto non viene a trovarmi, tranquilli, lo so».
«No no no, ne sono sicura, non verrà, troverà una scusa».

E intanto speravo. E coltivavo una certa sicurezza, la sicurezza delle storie particolari, quelle che nascono e diventano meraviglia in una serata, quelle che sai che non continueranno ma proprio per questo sai che saranno perfette, e avranno l’incanto e la sfrontatezza di ciò che non vuole e non può investire nel futuro.
L’incanto del vivere tutto subito. Come è normale, a 22 anni.
Lui chiamava ogni tanto. Ero stata così brava a fare quella che non ci teneva, che mi raccontava anche delle sue conquiste a Roma. Niente di serio, mi diceva.
E ogni volta era un piccolo pugnale che mi si andava a ficcare fra le costole, ma non era mortale: no, io restavo sempre in piedi. La mia speranza era molto più in forma del mio cuore.
E poi c’era lei, c’era Lisbona, c’era il mio appartamento fatto di legno e azulejos, c’erano i miei 13 compagni di casa, c’era il nostro linguaggio, un miscuglio fra portoghese, italiano e spagnolo.
Avevo il cuore leggero dell’essere nomade, del vivere un anno sospesa in un’esperienza che sarebbe stata sempre e solo una bolla: leggera e resistente come una bolla.

In quei dieci giorni di dicembre l’avevo probabilmente amato. Era stato tutto incantevole, impeccabile e colorato, a partire da quel primo bacio mangiando arance e kiwi durante una festa in maschera.
In ogni donna che cerca l’uomo giusto per costruire una famiglia sorridente c’è una piccola ragazzina che vorrebbe avere il coraggio di tuffarsi da una roccia altissima nell’oceano, per uscirne subito dopo, elettrizzata dall’acqua gelata. E quella ero stata io in quei giorni: troppo giovani e lontani per fidanzarci e sposarci, perfettamente vicini per vivere una passione fatta di sguardi rubati in mezzo agli amici, notti a raccontarci la vita e baci che avrebbero potuto sempre essere gli ultimi.

Venne a trovarmi davvero. A marzo. Quando ormai anche le mie cellule più sicure stavano lasciando spazio a quelle che non ci avevano mai creduto. Mi chiamò due settimane prima e mi disse «Arrivo venerdì e riparto lunedì, ci vediamo all’aeroporto», lasciandomi 14 giorni di puro delirio, che si sparse come un contagio fra tutti i miei compagni di casa: cosa indosso di giorno, cosa di notte, dove lo porto a cena, e chissà se andremo a Santa Caterina o al Lux a bere una Imperial. Amiche che mi regalavano t-shirt e pigiami, amici che la sera prima mi portavano latte e cacao per tranquillizzarmi, e la follia, la pura follia magica di quando vivi insieme e vivi insieme tutti i sentimenti.

Arrivò che era giorno e lui aveva una camicia bianca, un paio di jeans e un sorriso che sembrava il sole e io ero la persona più felice del mondo. Girammo tutta la Lisbona che amavo, in un fiume di parole e di baci e di attimi vissuti puntualmente, senza una sbavatura. Vietato usare verbi al futuro, vietato fargli pensare di avere programmi in testa.

E poi, a un tratto, la magia.

Eravamo seduti al Miradouro di Santa Luzia, uno di fronte all’altra.
Lui parlava. Quanto parlava. Era un artista, innamorato della sua arte e di se stesso.
Io ascoltavo, incantata dal suo accento che mi coccolava e da quegli occhi nocciola, quasi verdi.
All’improvviso me ne resi conto: non me ne importava più nulla.
E avevo altro a cui pensare. Avevo un Erasmus da fare. Avevo persone da conoscere, birre da bere, chiacchiere da fare e una vita nuova ogni giorno da vivere.
Sì, lui era affascinante bello e simpatico, ma io avevo altro da fare.
Non lo amavo. Semplice: Non. Lo. Amavo. Semplice come guardarlo per la prima volta bene, con il suono della sua voce nelle orecchie, e pensare “ok, quando riparti?”

Era l’ultima sera, e io non vedevo l’ora che arrivasse la mattina dopo. Lo portai a cena fuori, e poi a bere qualcosa, sempre sorridendo, perché non è che solo perché capisci di non volere più una persona devi rovinare qualcosa che hai sognato per mesi. Sorrisi, chiacchiere, parole, e anche qualche «Poi vengo a trovarti quando torno in Italia, eh».
Arrivammo a casa e crollammo subito, stanchi dal tanto camminare su e giù per i sette colli di Lisbona.
O meglio, crollò. Perché io no. Io dopo un po’ riaprii gli occhi, lo osservai con attenzione, cercando di fissare in mente quei particolari del suo viso che avevo tanto aspettato, rimuginai con un pochino di nostalgia su tutto l’amore, tutti i pensieri e i sogni che gli avevo dedicato, e poi sentii un rumore che già conoscevo perfettamente: le voci dei miei amici che nella sala accanto alla mia stanza si stavano sistemando su poltrone e divani per vedere qualcosa di imperdibile alla tv.
Scivolai via dal letto silenziosa, e come un fantasma mi presentai a loro, sorridente e sollevata, nel mio splendido pigiama bianco informe che per qualche motivo avevamo tutti pensato potesse essere super sexy.

Io quella notte desideravo solo loro. Le risate, la birra, gli indici puntati verso lo schermo e quei mira, olha, guarda sparati a caso, tanto si capiva lo stesso.

E poi era una notte speciale. C’erano gli Oscar, e Casa Castilho aveva preparato tutto: pop corn, coperte, bibite, sigarette. Avremmo visto tutto, fino alla fine, fino alla mattina.
Ed era il 1999, e non era una cerimonia degli Oscar qualsiasi: era la serata di Roberto Benigni e della sua camminata sulle poltrone rosse e del suo accento italiano, di Sofia Loren e delle sue lacrime, del I would like to thank my parents, they gave me the biggest gift: poverty, and I want to thank them for the rest of my life, e del “It’s always a question of love…Love, that moves the sun and the other stars”.

Era la sera in cui essere italiana è stato emozionante e meraviglioso, ed è stato ancora più bello esserlo lì, sprofondata in un divano rattoppato mille volte, in quella mia vita che ogni giorno mi stupiva e mi abbracciava raccontandomi novità del mondo e di me, e in quella mia famiglia fatta di pezzi di Spagna, Italia e Portogallo, fatta di facce e di affetto, e di quella cosa indefinibile che è l’amicizia e la vita insieme.
Quel calore che, come l’amore, move il sole e le altre stelle.

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33 Commenti

  • Rispondi mammapiky 5 marzo 2013 at 17:26

    Questo post fa sognare….posso consigliati di dare un’occhiata al Sito dell’Inglesina? C’è’ un concorso sulle storie d’amore e la tua mia sembra perfetta per vincere!!!

  • Rispondi Francesca 5 marzo 2013 at 18:09

    Eccoti qui, pronta a far sognare ancora una volta. Eccoti qui a raccontare mentre sistemi diligentemente i tuoi capelli dietro alle orecchie, fra un tasto digitato e l’altro.
    Io a Lisbona non ci sono mai stata veramente ma con la mente mi ci hai portata tante volte. Oggi, grazie a queste righe così vere e crude e forti che ancora una volta (accidenti!) dicono molto di me, è arrivato là anche il mio cuore. Su quel divano mille volte rattoppato di Casa Castilho, a guardare la notte degli Oscar.

  • Rispondi Francesca 5 marzo 2013 at 19:00

    mi hai riportato indietro di quasi 20 anni, a quella vita un po’ randagia e molto scombinata, alla mio vecchio appartamento arredato con mobili presi dalla strada e sempre piena di amici, alle nottate in giro per i locali della città, a questi amori vissuti intensamente e della durata di un attimo, a quei viaggi indimenticabili in giro per l’Europa a caccia di nuove avventure, a tutta la vita da vivere intensamente, a tutti quei sogni da realizzare….grazie cara Vale per avermi riportato alla mente quelle sensazioni in fondo mai sopite. il bello o il brutto è che per molti aspetti io mi sento ancora quella ragazza di 20 anni! dici che sarà grave??!!;-)) sarà che è un periodo duro ma sento davvero il bisogno di un po’ di leggerezza e di tornare a sognare e i tuoi post sono per me come una medicina;-))

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 6 marzo 2013 at 0:37

      grazie a te, Francesca, per questo commento: “quella vita un po’ randagia e molto scombinata” mi manca un po’! 🙂

  • Rispondi ioimparo conlafelicità 6 marzo 2013 at 1:03

    che bel pezzo che hai scritto! ti ho letto senza staccare gli occhi dal monitor, hai descritto molto bene quella sensazione dell’ “essere giovane”, quella ingenuità che ti fa abbracciare le cose con tutta te stessa, che sia per pochi attimi o per moltissimi.
    un abbraccio e a presto, serena

  • Rispondi MammaInSE 6 marzo 2013 at 12:52

    Sono bellissimi tutti questi ricordi della Valentina adolescente. Anche a me fanno sempre compagnia ed a volte basta poco per rivivere emozioni lontane ma mai dimenticate, e quello che scrivi mi aiuta sempre un po’ a ricordarmi anche di me! Grazie per condividere i tuoi ricordi piu’ belli!

  • Rispondi verdeacqua 6 marzo 2013 at 13:23

    bello, come ogni tuo post dedicato a lisbona…

  • Rispondi marelibera 6 marzo 2013 at 18:43

    Il tuo modo di scrivere davvero mi trascina via!!! Mi sembra addirittura di riuscire a vedere quel che vedi tu.. ed è un viaggio bellissimo! 🙂 Un abbraccio pieno di colori

  • Rispondi Anonymous 6 marzo 2013 at 19:14

    Uffa, sono in ufficio, stavo per chiamare un serissimo e anziano avvocato, e mi sono distratta un attimo a leggere il tuo blog e ora mi ritrovo con gli occhi lucidi! Grazie per condividere qui i tuoi pensieri. Mentre leggevo pensavo, e mi hai fatto provare un po’ di saudade per la me ventiduenne e mi hai strappato un sorriso in questa terribile giornata di vento e pioggia. Sappi che se un giorno andro’a Lisbona, sara’ anche per merito tuo..
    Ora mi fumo una sigaretta e poi chiamo il collega.. Buona serata.
    Effe

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 6 marzo 2013 at 23:36

      1) non fumo più, quindi invidio la tua sigaretta
      2) se un giorno andrai a Lisbona fammi sapere! ti mando un po’ di consigli
      3) grazie a te di queste parole!
      Buonanotte, cara Effe!

  • Rispondi thesunmother 6 marzo 2013 at 23:03

    Leggendo il tuo bellissimo racconto si potrebbe pensare che siano avvenimenti successi ieri, tanta è l’intensità dei sentimenti che trasmetti.
    Dovresti aprire una sezione “Casa Castilho” (oppure con lo stesso nome del tumblr…jejejeje) e raccontarci ancora tante cose per farci sognare un po’!

    Bacio
    (ah..a Lisbona posso venire anche io? 🙂 )

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 6 marzo 2013 at 23:38

      Ahahahah no con il nome del tumblr no!!!
      comunque sto pensando di raccontare ancora un po’ di cose su Lisbona…
      baci!
      ps: ecccerto che vieni anche tu!

  • Rispondi Mamma Avvocato 7 marzo 2013 at 10:15

    Bello, bellissimo, mi hai trascinato nella storia…io in una bolla così ho vissuto poco, ma la magia ancora la ricordo e tu l’hai descritta in modo così….vivo. Ecco.

  • Rispondi francesca rossi 7 marzo 2013 at 11:08

    bellissimo racconto, come al solito.
    è successo anche a me, aspettare tanto una persona, idealizzarla, pensando anche a come fargli rimpiangere quello che potevate fare e invece non era successo e poi, molto semplicemente, capire che invece, almeno per te, è finito tutto. per me è stata una vera liberazione, un respiro finalmente profondo e a polmoni sgombri. 🙂
    e che oscar è stato, quello del ’99!! 🙂

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 7 marzo 2013 at 23:06

      Anche per me è stata proprio una liberazione capire di non volerlo più…e quel momento in cui sono andata in sala dai miei amici lo ricordo proprio come…una liberazione, appunto. Ciao Francesca!

  • Rispondi mammapiky 7 marzo 2013 at 17:28

    Ho un premio per te, ti conosco da poco ma te lo meriti tutto!!! Passa per il ritiro!!! :-)))

  • Rispondi il mio grandecaos 8 marzo 2013 at 9:38

    Ohhh finalmente poesia. Alle volte sognamo un lui e poi, quando è lì, ci chiediamo come fosse possibile e torniamo alla spensieratezza.
    Ti sei salvata in corner 😉

  • Rispondi Themoon 8 marzo 2013 at 14:08

    Che dire? Ti ho immaginata lì, attimo per attimo, i tuoi sorrisi, le tue speranze, i tuoi ricordi sono i miei. Grazie per le mille emozioni che sai trasmettere.

  • Rispondi Anonymous 9 ottobre 2013 at 9:56

    Ognuno ha la sua Lisbona
    Una volta ero bravino a comporre canzoni, a trovare quell’accordo che “non centra nulla ma che ci sta bene”. Quell’accordo che scoprii, tempo dopo, essere un semplice “sol” suonato in quarta posizione di “re”, che per chi non bazzica di chitarra vuol dire che è la stessa cosa, stesse note ma in diversa disposizione, un po’ come fare il re maggiore al settimo tasto.
    E quella volta, era il ‘95 ne sono sicuro, era un giorno compreso tra il 5 ed il 18 agosto ‘95, più verso il 18 che non verso il 5, perché mi ricordo che ero a fine vacanza, faccio finta che sia il 13 che a me, come numero, ha sempre portato bene. Solite cose vacanziere, soliti giorni felici: mare, spiaggia, la tenda alcuni amici conosciuti in loco ed altri di riporto venuti a trovare questo “fantastico posto” tanto decantato nei nebbiosi mesi che, per me, vanno da settembre a fine giugno (sì, l’estate dura due mesi scarsi, tutto il resto è nebbia).
    Quel giorno faceva caldo, martellati dallo scirocco e dalle fresche birre per lenire il calore, la chitarra era scordata come solo lei sa essere proprio quando dovrebbe suonare ben accordata, le birre fresche erano molto lenitive, gli ultimi neuroni non provati dal vento caldo, …e dalla birra, se ne stavano buoni, ben accesi ed allertati.
    Costume rosa. Rosa pastello, non rosa fluorescente.
    Il mio periodo buono, in tema musicale, era quello dei Floyd e dei Quicksilver Messenger Service, degli Steppenwolf e degli Zeppelin: io nato negli anni 70 ero indietro di vent’anni con la musica, ora lo sono di 40…infondo tutto cambia, ma nulla cambia veramente. Titoli infiniti con note lunghissime tipo “Several species of small furry animals gathered together in a cave and grooving with a pic”, molta musica, non una parola…e con le parole non ero affatto bravo.
    Mi mancava il paroliere, mi mancava il mio personale Mogol. Ognuno che suoni la chitarra in spiaggia dovrebbe avere il suo personale Mogol: avrebbe aiutato.
    A me interessava la melodia…mi interessa ancora oggi quasi solo la melodia. Per scherzo, per attirare l’attenzione tra il vento caldo, gli amici e le freschissime birre, ed il mare li davanti, ma soprattutto con “l’ispirazione” a tre metri dal telo da mare, non poteva non nascere una melodia. E non si poteva far altro che canticchiare ad alta voce, su quegli accordi strani (per poi scoprire essere, sol, la e pure un si minore, nda) in inglese propriamente storpiato “Look at the bautiful girl with the pink costum on the beach”. Le ho trovate quelle parole scritte su un blocco a quadri che ha compiuto la maggiore età. Le ho trovate ed ai margini era appuntato: “Roma?”. No, non era di Roma quella ragazza. Ho riso, e mi sono ricordato di tutto, come se fosse ieri. Mi sono ricordato di quell’estate in cui mi sono divertito come un matto, in cui gli amici erano amici veri, anche quelli di passaggio… in cui è stato bello essere in quel posto, giovane.
    Ognuno ha la sua Lisbona

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 9 ottobre 2013 at 10:57

      Ma che meraviglia. GRAZIE. Un commento che è un racconto bellissimo. Grazie. Che bellezza. In questa giornata torinese, piena di nebbia, mi sono ritrovata lì, accanto a voi, con il vento caldo sulla pelle e la musica davanti agli occhi. Bellissimo. Ognuno ha la sua Lisbona.

  • Rispondi Alicia 9 ottobre 2013 at 11:46

    Eccomi! Mi aggiungo alla lista delle persone che hai fatto viaggiare e sognare….

  • Rispondi Gabriella Carofiglio 10 ottobre 2013 at 0:08

    ecco, questo me l’ero perso…io un giorno andrò a lisbona, ho deciso! così come ritornerò a torino, perchè come le racconti tu le città, non le racconta nessuno, eheh!
    Imparo ad apprezzarle tanto, con i tuoi occhi e il tuo cuore. Ciao vale!

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