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Sofia si veste sempre di nero

20 ottobre 2012
Finire di leggere un libro ed essere attraversati da un brivido di emozione e non riuscire a trattenere un sorriso. Capita quando chiudi Sofia si veste sempre di nero. Sorridi per salutare Paolo Cognetti, che è l’autore, e non capisci quanto sia autore di questa storia finché non arrivi all’ultima pagina, e non puoi non salutarlo, non puoi non sperare di risentirlo in qualche modo, perché con lo scorrere delle parole è stato non solo un narratore, ma un tuo amico, un tuo compagno di viaggio, di racconto.
Sofia è la protagonista ma non è solo questo: è un piccolo pirata che ti fa salire sulla sua nave e ti porta a conoscere il mondo e tutti i mari, a volte mettendosi in prima fila sul ponte, altre restando in una botte a osservare gli altri da un buco nel legno. 
C’è Sofia, e attraverso lei l’universo femminile, che va dal suo cuore fragile di cristallo alla passione rivoluzionaria della zia, per finire con l’anima della mamma, che sembra riaffiorare, insieme ad una marea di ricordi, proprio quando un’intera cantina, e forse un’intera casa sembrano perdute.
C’è Sofia, e c’è la storia della sua infanzia, che poi diventa adolescenza ma quando si tratta di anime di cristallo non c’è interruzione, c’è sempre quel filo sottile della sofferenza, quell’osservarsi e cercare di capirsi, rendendosi conto che alla fine è molto più facile capire gli altri. Gli altri che sono una famiglia, un padre e una madre fallibili e pieni d’anima. Una provincia che ad un tratto, improvvisamente, si trasforma in New York, ed è una New York che vivi, respiri e annusi in ogni parola che leggi, ed è un posto che capisci non essere lì per caso. E’ la New York di Cognetti, che non solo la ama ma l’ha raccontata in modo sublime in un libro che qualche anno fa hai comprato e amato, e allora ti dici che forse a volte anche con gli scrittori è semplicemente questione di chimica.
Cognetti scrive come pochissimi sanno fare. Non ti spinge ad identificarti con il protagonista, non ti porta a desiderare di essere uno dei personaggi, e nemmeno ti lascia  incantato da una prosa immaginifica. Cognetti ti racconta una storia. Cognetti fa quello che una mamma cerca di fare la sera, nella penombra della cameretta, con il suo bambino: ti apre una porticina e ti fa spazio in un angolo del bosco di Cappuccetto Rosso. Un angolo privilegiato, dal quale puoi sentire ogni parola, osservare ogni espressione, annusare ogni profumo. Puoi persino essere distratto dai particolari: dalla luce dell’insegna del deli di Columbia Street, o dal messicano che cerca di spostare il cane dalla piscina gonfiabile. E puoi decidere sempre, in ogni momento, se alzarti e correre a combattere contro il lupo oppure continuare ad ascoltare, e a guardare, come uno spettatore seduto in un cinema.
Ho letto i ringraziamenti alla fine con la malinconia e l’avidità di chi vuole trattenere ancora qualcosa della bellezza che ha visto. Un po’ come facevo al JFK, negli ultimi minuti prima di salire sull’aereo che mi avrebbe riportata in Italia: mi ritrovavo seduta sulla poltroncina dell’aeroporto con le gambe sul trolley nero, ferma, a fotografare con gli occhi e con il cuore le ultime immagini di quel mondo, i titoli delle riviste, il suono dell’accento americano, e l’atmosfera, quell’atmosfera che è l’unica cosa che davvero non riuscirò mai a spiegare di New York. 
Perché poi, in fondo, alcuni libri ti fanno l’effetto di un viaggio meraviglioso: quando finiscono sei felice di esserci andato, ma triste perché sai che quei posti ti mancheranno. Sofia si veste sempre di nero per me è stato questo. Un bellissimo viaggio che mi mancherà da domani. 
Sul suo blog Paolo Cognetti spiega la sua “storia” con Sofia, e solo quel post vale un intero racconto.

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4 Commenti

  • Rispondi Francesca 21 ottobre 2012 at 20:15

    Wow. Lo leggero’ sicuramente!!!

  • Rispondi Francesca 21 ottobre 2012 at 20:16

    Ps.traspare spesso malinconia per NY, nei tuoi post. Uh, ma quanto ti capisco. Ti entra nelle vene e nel cuore, quella città.

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 21 ottobre 2012 at 22:27

      Sì, è proprio così…E poi per me rappresenta quella Valentina che non sono più (pensa che tranne una volta io ci sono sempre stata solo per lavoro), quella che lavorava come una pazza, liberissima, ed era sempre in viaggio, e che ovviamente un po’ mi manca…Ma ora stiamo organizzando un bel viaggio di nozze (con nana al seguito) proprio da quelle parti! 🙂

  • Rispondi Francesca 22 ottobre 2012 at 11:48

    Siiiii! Non vedo l’ora di pensarti di nuovo la’ 🙂

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