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Conciliazione: l’opinione di un papà

17 settembre 2012

Il mio carissimo amico S., tri-papà (padre dei tre bimbi che vedete sopra, nati in 4 anni: massimo rispetto a sua moglie e a lui), manager di una grande azienda multinazionale, ha letto il mio post sulla conciliazione e gli uomini  e ha deciso di dirmi cosa ne pensa. Da uomo, ma soprattutto da papà che spesso fa i salti mortali per essere presente nella vita dei suoi bambini.

Mi piace il fatto che finalmente una voce maschile parli di conciliazione, di famiglia e di lavoro, proprio perché credo profondamente che si tratti di un problema di qualità della vita della persona, e non solo un problema di donne/mamme.
Io non posso che essere d’accordo con lui. E voi che ne pensate?
cara Valentina,
vorrei offrirti il mio pensiero sull’argomento. parlando da manager e da padre. un pensiero che ti espongo in tre punti:
  1. dubito che tutti i padri “preferiscano” riunioni e carriera alla meraviglia di una cena con i propri figli e alla magia di una storia raccontata nella penombra di una cameretta. così come ci sono madri che decidono coscientemente di “erogare” l’accudimento e l’educazione dei figli a dada/nonni/scuole a tempo iperpieno, ci sono sicuramente padri che desiderano il successo e la carriera e di conseguenza il tempo (fisico e mentale) dedicato a quest’ultima vince su tutto. ma ci sono anche tanti padri che fanno funamboliche acrobazie per essere a casa per cena. per raccontare le favole. per fare uno straccio di spesa magari nella pausa pranzo. e magari soffrono in silenzio per il tempo che non possono dedicare a chi amano. sapendo inoltre che non c’è nessuno che combatta per loro perchè è assodato che l’uomo lavora e lavora pure tanto.
  2. collegandomi al punto sopra mi sembra quindi presuntuoso pensare che la donna illuminata abbia il compito di “educare” il padre carrierista agli impegni che si è preso decidendo di mettere al mondo una creatura. innegabile il ruolo pratico ed emotivo delle madri nel dirigere sapientemente la regia dell’azienda-casa. ma non penso che questo possa automaticamente significare (quanto meno non sempre) un menefreghismo da parte del padre e un conseguente bisogno di riportare il poveretto sulla retta via. altrimenti, scusa, dov’è lo spirito di squadra che dovrebbe essere alla base di una famiglia?
  3. vengo ora a quello che per me è il nodo: che suona banale, certamente una frase letta e sentita milioni di volte. ma – nella sua ovvietà – drammaticamente vera e tuttora irrisolta. non viene dato nessun tipo di valore, almeno in Italia e – penso io – nella maggior parte dei posti di lavoro, alla famiglia, famiglia intesa come unione di due grandi con dei piccoli a seguito. valore agli impegni che questa comporta, si, ma soprattutto al significato emotivo ed educativo che questa si porta dietro. il mondo, pensiero abbastanza diffuso, è un capitale che passiamo di mano fra generazioni. le generazioni giovani vanno educate ed istruite ed amate affinchè il valore di quel capitale siano in grado di comprenderlo – prima – e accrescerlo poi. ma senza il tempo e le energie da dedicare a quell’educazione, cosa sapranno fare i nostri figli del mondo che gli lasceremo? non c’è quindi contrapposizione fra padre e madre. fra uomo e donna. il grandissimo limite è che noi stiamo ancora qui a perdere tempo da anni nel risolvere la conciliazione donna-lavoro-famiglia, perdendo di vista proprio quest’ultima. ma dico io, finito l’allattamento e pur nel rispetto dei ruoli “naturali” che uomo e donna hanno nei confronti dei figli, non è logico e semplice pensare che io padre abbia lo stesso diritto e la stessa voglia e lo stesso conseguente carico di doveri per passare del tempo di qualità ma anche di quantità con i miei figli? la conciliazione perchè non deve esistere anche per me? se è brutto per una donna che lavora e che ha dei figli mettere una riunione alle 18, perchè per un padre questo non dovrebbe causare scandalo? il problema è che all’impatto emotivo della famglia in generale (si, ok, le generalizzazioni fanno male ma l’ignoranza sulle casistiche a volte la impone) viene dato spazio zero. poi sì, ok, alle donne che ancestralmente si prendono cura del focolare diamo voce e il diritto di rivendicare i loro spazi. ma agli uomini, beh, assolutamente no! machismo? no, per me ignoranza. ma dove sta scritto, mi chiedo ancora io, che se esco alle 18 per andare a casa dai miei figli (o se non ne ho, semplicemente per andare a farmi i fatti miei) vuol dire che del lavoro me ne frego, che faccio il minimo e che di ambizioni non ne ho? perchè il bilancio lavoro-vita-sonno deve vedere inesorabilmente calare il fattore che sta in mezzo? io a queste domande non ho ahimè risposte. o meglio, ho esempi reali di persone che conosco e che lavorano in grandi aziende all’estero e in posizioni elevate le quali, se trovate alle 17 ancora in ufficio, vengono caldamente invitate ad andare a casa dai figli. o in palestra magari. insomma, vengono invitate a fare altro. forse perchè il valore del mondo “fuori” lì è fondamentale. forse perchè così non ci sarà più un mondo “fuori” e un mondo “dentro”. ma sarà solo la nostra VITA, all’interno della quale lavoriamo con soddisfazione e con ambizione e alterniamo il lavoro con altre attività.
se questi sono i miei tre punti, concludo dicendo che finchè non si diffonderà una vera e propria “cultura del futuro”, una cultura che si basa sui sentimenti (che non sta scritto da nessuna parte che non siano compatibili con il profitto), ahimè finiremo per restare come siamo: un paese per vecchi, un paese in cui non si innova, non si cresce, in cui alle macchinette del caffè ogni mattina sentirai gente lamentarsi, in cui le donne faranno i salti mortali, gli uomini non ci proveranno neanche perchè tanto è impossibile e i figli cresceranno a metà.
that’s it.
un caro saluto.

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29 Commenti

  • Rispondi La solita 17 settembre 2012 at 12:39

    Un ragionamento che non fa una piega, nemmeno una! Ma allora perché è così difficile sfondare una porta aperta? Continuo a chiedermelo anch’io. Da dove bisogna ri-partire per far passare queste ovvietà? Come modificare le abitudini, le “segregazioni mentali”, le alzate di spalla?
    Sono convinta che dobbiamo trovare una strategia comune, insieme, uomini e donne, giovani e vintage, “prolifici” o meno, con pochi proclami ma tanta banale concretezza…

    • Rispondi Vale 17 settembre 2012 at 22:24

      Cara, purtroppo non so da dove si debba ripartire. Il punto è che cambiare mentalità, o meglio, come scrivi tu, modificare le “segregazioni mentali” (definizione azzeccatissima!) è difficilissimo! E poi credo una cosa: credo che tanti papà non abbiano nemmeno voglia (o coraggio) di dire “no, io fino alle 8 di sera non voglio restare”. Perché andare controcorrente non è facile. Non in questo paese…

  • Rispondi lollamamma 17 settembre 2012 at 14:31

    “ma ci sono anche tanti padri che fanno funamboliche acrobazie per essere a casa per cena.” questa frase descrive mio marito… un uomo e un padre fenomenale. Grazie al tuo amico che ha scritto questo post. Ed è vero che se alle 18 ti casca la penna di mano sei considerata/o come quello a cui il lavoro non importa e che da quando hai figli ormai preferisci loro a te stessa/o. Ebbene sì. Se devo scegliere, scelgo loro e alla riunione alle 18 dico di no. Ci sono stati momenti in cui mi sono sentita in colpa perché dovevo assentarmi per una loro visita, mi sono sentita in colpa perché non sono potuta andare a cene di lavoro perché avevo i bimbi malati. Basta, quei tempi non voglio che tornino, più.

    • Rispondi Vale 17 settembre 2012 at 22:26

      No, non torneranno più, ne sono sicura. Ad un certo punto cambia proprio la mentalità, cambiamo noi. Diventiamo più umane, forse…

  • Rispondi Alice 17 settembre 2012 at 15:02

    Bene, Vale, ne abbiamo trovato un altro. Di papà che si preoccupa della qualità della vita e di quanto sia prezioso il tempo passato con i figli, intendo. Sì, perché abbiamo capito anche noi che se vogliamo arrivare da qualche parte, dobbiamo fare fronte comune, uomini e donne. Il tuo amico si domanda: “la conciliazione, perché non deve esistere anche per me?” Bella domanda. Quanti uomini se la pongono, però? Poi, mi è capitato anche di parlarne con un collega che era dispiaciuto di perdere la recita della figlia e gli ho detto: “Vai alla recita, è un peccato perdersi questi momenti” e una mia collega, figlia di un dirigente, mi ha guardato come se avessi detto un’eresia. Questo per dire che uomini o donne dobbiamo cambiare mentalità, dobbiamo ripensare la nostra vita, “forse perchè così non ci sarà più un mondo “fuori” e un mondo “dentro”. ma sarà solo la nostra VITA, all’interno della quale lavoriamo con soddisfazione e con ambizione e alterniamo il lavoro con altre attività.”
    La frase finale è la mia preferita: “cultura del futuro”, una cultura che si basa sui sentimenti (che non sta scritto da nessuna parte che non siano compatibili con il profitto)”.
    Già perché i sentimenti sono propri delle persone ed è alle persone che bisogna ritornare a pensare, perché il lavoro serve a mantenere le persone (sia pur arricchendole, motivandole, gratificandole), mentre il rapporto lavoro-persona è stato snaturato e si è perso di vista cosa conta davvero.
    Cosa fare allora? Diffondere questa cultura del futuro, partendo ognuno dal suo piccolo (chi ne ha la possibilità) e provando ad applicarla nella propria azienda, sperando che l’effetto sia contagioso.
    Scusa il papiro, ma sai che questi temi mi stanno tanto a cuore.

    • Rispondi Vale 17 settembre 2012 at 22:28

      Ciao cara Alice, so che questo tema ti sta a cuore, e dovrebbe essere così per tutti. Non solo per i genitori: per tutti quelli che hanno voglia di avere altro oltre al lavoro!
      “Cultura del futuro”: ci si potrebbe lavorare…come slogan è bello!
      Un abbraccio!

  • Rispondi francesca r. 17 settembre 2012 at 15:04

    concordo su tutto. per fortuna “il babbo di casa” ha un lavoro che gli lascia abbastanza tempo libero e quindi può dedicarlo – come ama fare – alla sua casa e a suo figlio (tra l’altro permettendo a me di lavorare). ma che molto spesso il problema della conciliazione per i padri non si ponga proprio è vero… 🙁

    • Rispondi Vale 17 settembre 2012 at 22:30

      Sì, poi magari avere tempo da dedicare alla casa e ai bimbi non vuol dire lavorare meno, anzi! io in questo periodo magari vado al parco al pomeriggio con Guia poi lavoro fino alle 2 del mattino!
      Ciao Francesca!

  • Rispondi Anonymous 18 settembre 2012 at 11:08

    Pensiero azzeccato e che pone il tema della conciliazione della “famiglia” e non solo della “mamma”.
    C’è poco da aggiungere alla risposta che è già stata data ovvero che è l’Italia ad aver bisogno di un cambiamento di mentalità. Suppongo ci vorrà tempo anche se sembra un paradosso in un paese che “ama” i bambini.

    Sono fortunato di essere uno degli “esempi reali di persone […] che lavorano in grandi aziende all’estero e in posizioni elevate le quali, se trovate alle 17 ancora in ufficio, vengono caldamente invitate ad andare a casa dai figli.” (Svizzera nel mio caso)

    • Rispondi Vale 19 settembre 2012 at 8:56

      Pazzesco, se penso che alle 17 in Italia negli uffici sono tutti nel pieno dell’attività…

  • Rispondi Carlotta G. 18 settembre 2012 at 13:09

    Esporrei la lettera di questo papà in tutte le bacheche aziendali del mondo (magari potrebbe essere sufficiente partire anche solo dall’Italia), e obbligare tutti a recitarla come preghierina del mattino.

    • Rispondi Vale 19 settembre 2012 at 8:57

      :))) sarebbe meraviglioso!!! Ciao Carlotta!

  • Rispondi Anonymous 18 settembre 2012 at 13:39

    Per favore Valentina e amico S.: diffondente, fate pubblicare questa lettera sulle testate almeno nazionali, scrivete a Ilsole24ore, al Corriere, La Stampa…. e loro blog. Fatelo, è importate.

    Cristina

    • Rispondi Vale 19 settembre 2012 at 9:00

      Ciao Cristina! Grazie mille, in effetti è una bellissima idea…ora glielo propongo!

  • Rispondi BeepBeepMommy 18 settembre 2012 at 16:08

    Condivido. ne parlavo proprio un paio di giorni fa con un’amica. il tema era la FLESSIBIITA’ sul lavoro (mi consigliava il libro ‘La Flessibilità paga’ di cui anche io avevo letto delle recensioni) e ci dicevamo che adottare la flessibilità x TUTTI, uomini e donne, ove possibile, chiaro, sarebbe stato una soluzione utile a molti, lavoratori e aziende, come dalla ricerca presentata nel libro. Perchè certo alle mamme può essere utile, ma anche ai papà. Ma ancor più condivido il pensiero del tuo ospite quando parla genericamente di esigenze al di fuori dell’ufficio, che sia la famiglia o altro, “perchè la vita è anche fuori”. Io credo che da noi ci sia uno stupido retaggio culturale per cui sei produttivo solo se inchiodato al tuo ufficio. Non parliamo delle mode workaholic per cui una riunione deve essere fissata alle 18 di sera minimo! Insomma, rivedere certi usi e costumi negli uffici e nelle aziende potrebbe essere più salutare per tutti: mamme, papà, ma anche chi alle 19 vuole semplicemente andare a farsi un’aperitivo con gli amici!

    • Rispondi Vale 19 settembre 2012 at 9:02

      Giustissimo: non è solo una questione di famiglie! Fra l’altro io mi chiedo anche: ma se lavori, per esempio, nel marketing, e stai tutto il giorno davanti a powerpoint e excel, e esci alle 8-9 di sera…da dove tiri fuori l’ispirazione, la creatività, le idee?

  • Rispondi Mamma Cì - mammastudia.blogspot.com 21 settembre 2012 at 15:46

    un applauso a questo papà!
    Mio marito lavora sempre come un matto..torna se va bene alle 8, anche più tardi.. quando fanno le riunioni sono alle 7.30 la sera con cena obbligata e torna alle 11 passate..e tutte le sere dopo cena deve accendere il computer per finire qualche lavoro.. ma è vita questa?

    • Rispondi Vale 21 settembre 2012 at 16:14

      no, non è vita! anche il mio compagno, uguale, stessi orari. io trovo allucinanti le riunioni alle 7.30 di sera…ma sono molto diffuse, purtroppo.

  • Rispondi ilmiosuperpapa 25 settembre 2012 at 10:10

    La mia famiglia gira un po’ al contrario. Sono io quello ad avere un lavoro meno pressante, mentre mia moglie per certi versi e con tutti i distinguo del caso è più simile nelle dinamiche lavorative al papà intervistato. Ormai quasi non me la prendo più quando mi chiama alle 18.30 e mi dice “sto entrando in riunione… non so a che ora torno”. Che posso fare? Che può fare lei? Da tre anni ormai, al mio posto di lavoro sono molto diretto: se il mio capo vuole fissare riunioni dopo le 17.00 io dico: “ok, ma lle 18.00 io me ne vado, per cui calcola bene i tempi”. Inizialmente mi sono beccato un sacco di occhiatacce, dopo però ci si è abituati a gestire questi momenti in altri orari… e i problemi si sono attenuati.
    Sono d’accordissimo con il papà che pone le questioni di fondo della cultura del lavoro, sull’impossibilità della canciliazione del lavoro con la famiglia, ma sono anche convinto che le consuetudini lavorative e organizzative si generano col implicito o esplicito consenso di chi lavora, di chi è dentro. Se si desidera far cambiare il trend si deve lottare un po’, rischiare anche un po’: cercare alleati e dimostrare che uscire alle 18.00 non significa trascurare il lavoro, ma viverlo per quello che è: una parte della vita, non La vita. E dimostrare che si lavora con efficienza e bene senza trascurare il resto. Oggi a guidare certe logiche del lavoro sono sia impostazioni manageriali vecchie di generazioni che hanno comunque dentro di sè le dinamiche di una concezione della famiglia diversa, sia le logiche del profitto immediato (il bonus al primo posto) che impone ritmi follitutti incentrati sull’oggi e con pochissima visione prospettica.
    Il discorso poi si può allargare introducendo il tema della flessibilità (dove in Italia siamo all’età della Pietra), sul tema del benessere della famiglia in generale che permette poi ai genitori che lavorano di dare il meglio di sè perchè meno pressati da problematiche di tempo ecc.
    Ad maiora.

    • Rispondi Vale 25 settembre 2012 at 16:31

      Ma che bello, un papà! E un papà che scrive dell’essere papà! E un papà che aspetta la moglie a casa e prepara la cena! Scusa l’entusiasmo, sai, ma è bellissimo vedere che ci sono anche esempi di papà che dedicano ore alla famiglia e alla casa.
      Sono d’accordo, molto, con quello che scrivi: uno dei miei ex capi diceva “l’azienda siamo noi, è inutile prendersela con l’azienda”. A parte casi estremi, è vero: bisogna cambiare per primi, rischiare, andare via prima, mollare le riunioni. E’ rischioso, sì, ma bisogna cominciare.
      E hai super ragione sulla logica del profitto immediato, che non fa bene né alle persone né (tantomeno) alle aziende stesse.
      Ciao, superpapà! 🙂

  • Rispondi ilmiosuperpapa 25 settembre 2012 at 17:49

    Ciao. Contento d’averti incontrata… alla prox.

  • Rispondi dani 27 settembre 2012 at 11:35

    Finché pensiamo alla conciliazione come modalità di “riduzione” dei salti mortali per amore dei figli, non ne usciamo più. Condivido la necessità di ridimensionare il tempo lavorativo, a partire dalla concezione che ciascuno di noi ha di questo (io rientro nella lista di quelli che si trovano a lavorare fino alle 2 di notte: va bene, sono andata al parco con il bambino, ma per questo non ho il diritto di passare la serata in tranquillità?).
    Inoltre la tesi del lavorare fino alle 20 è insostenibile sulla base dei dati: tutti sappiamo che la produttività italiana è tra le più basse d’Europa… sarà che non avere una vita al di fuori del lavoro non aiuta? per cui al via la battaglia per uscire tutti (uomini e donne, mamme e papà) tra le 17 e le 18… da qui la vita privata e la famiglia, comunque intesa e composta, ricomincia a respirare

    • Rispondi Vale 27 settembre 2012 at 15:32

      sì, ecco, poi la cosa assurda è proprio che in Italia la produttività è bassissima…ma è una notizia che passa sempre totalmente inosservata…

  • Rispondi Stefania Oliviero 27 settembre 2012 at 14:08

    Sottoscrivo in pieno. Per fortuna lavoro in piccola-media azienda dove i 4 soci oltre ad essere dei miei cari amici che conosco da prima che si mettessero in proprio sono anche dei bravi papà che ci tengono ai loro figli e al tempo da dedicare a loro e non solo a quello, al loro tempo libero in generale e sono i primi ad dare il buon esempio. E grazie anche a mio marito che fa la sua parte e non per dovere, ma per il piacere di stare con sua figlia.
    Certo le emergenze capitano, ma finchè sono l’eccezione non la regola si possono gestire.
    Dobbiamo cambiare mentalità, sia uomini che donne indipendentemente dal fatto che si abbiano figli o meno, il tempo libero è sacro e io ho constatato su me stessa ed i miei collaboratori che si rende di più quando si è rilassati.

    • Rispondi Vale 27 settembre 2012 at 15:30

      Infatti: si rende di più quando fuori va tutto bene, e si ha tempo per la propria vita…ma bisogna cambiare mentalità, come hai scritto tu. E non è facile…

  • Rispondi lascienzapercicogna 3 ottobre 2012 at 15:37

    Lavorare meno lavorare tutti! E’ qui che dobbiamo arrivare, forse. non è una questione di uomini o di donne. non è solo per mamme o babbi.
    Credo che non ci arriveremo mai semplicemente perchè basti uno Stakanov nella scrivania accanto che ci si aspetta che lo stesso da tutti i dipendenti.
    Non si guarda alla qualità del lavoro svolto ma alla quantità di sudarella sulla sedia! E l’incredibile è che non basterà mai. Al mio ultimo colloquio le premesse erano: “straordinari dalla seconda metà del mese, tutti i mesi, sabato mattina… e se serve anche domenica. Il contratto è a tempo indeterminato con tutte le tutele e lo stipendio medio-alto.” Ma perchè se il lavoro è costante tutti i mesi (e lo è effettivamente) non assumere più persone? Ho rifiutato anche se da neolaureata un contratto così non lo troverò mai più. Chi lo spiegava a mio figlio: “sai amore la mamma c’è per due settimane al mese, nei seguenti 15 gg ci pensa il babbo e la nonna! Però puoi avere tutti i giochi che ti pare!!!”
    No. grazie. non la mia visione del mondo

    • Rispondi Vale 3 ottobre 2012 at 16:22

      Il punto è che a volte sembra quasi un vanto il fare una marea di ore in ufficio. E te lo dicono anche, come è successo a te…in effetti dovrebbero tutti fare come hai fatto tu, rifiutare. forse qualcosa cambierebbe…

  • Rispondi claudia 13 ottobre 2012 at 15:37

    Anch’io penso tu debba diffondere questa lettera, ma non solo, anche molte delle cose che scrivi parlando di conciliazione. Io ho “scelto” di non lavorare… e mi viene da ridere perchè nella parola “scelto” non c’è niente di mio. Ho fatto due conti e semplicemente economicamente per me è meglio stare a casa. Mio marito, anche lui un padre splendido, non può fare i salti mortali per essere a casa perchè semplicemente lavorando in un negozio ha degli orari fissi, indiscutibili. E lavorando in Sicilia lavora ben più di 40 ore settimanali. Ma lo vedo come soffre quando io posso fare qualcosa con i nostri figli e lui semplicemente… no. Io dal mio canto, faccio in modo che pranzo e cena siano a orari in cui lui può esserci, per cui i miei bimbi (o meglio, la bimba, perchè il piccolo lo sto ancora allattando) pranzano alle due e cenano alle nove. Tutto per far sì che lui possa un po’ goderseli, perchè obiettivamente a quell’ora sarebbero a nanna.
    Io non lavoro e soffro nel rendermi conto che “non mi conviene”. Poi potrei aprire un immenso capitolo sulla donna in Sicilia (e io non sono siciliana, ma milanese) ma non è questa la sede. In Italia è tutto sbagliato.
    Dove sono i sentimenti? Perchè lavorare significa sacrificare la famiglia? Sia per noi donne che per gli uomini. Perchè se vado a un colloquio di lavoro mi dicono “Peccato che tu sia donna” (sottinteso: in età fertile)? Perchè io devo scegliere se fare un figlio o cercare prima una stabilità lavorativa?
    Perchè devo stare a casa, fare la casalinga e venire considerata spesse volte “da meno” proprio perchè ho fatto due conti e… non mi conviene andare a lavorare, viste le legge, visti gli stipendi, visti i costi delle strutture pubbliche e private per i bimbi?
    E quando mi chiedo queste cose, molti mi dicono “Claudia, tanto le cose non cambieranno mai”… e io no, non ci sto. Ma cosa posso fare? Cosa posso fare se per me la scelta famiglia/lavoro non si… concilia?

    Grazie a te per parlarne, e grazie al papà che ti ha scritto questa meravigliosa lettera.
    Claudia

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 13 ottobre 2012 at 16:18

      Claudia, grazie mille del tuo commento, che fra l’altro risponde anche ad un po’ di polemiche che ho letto in giro per il web riguardo alle donne che scelgono di stare a casa. Perché spesso si pensa che decidere di stare a casa voglia dire essere milionarie, pigre e fortunatissime. Mentre a volte, come nel tuo caso, è semplicemente una scelta fatta sulla base di calcoli molto razionali. E perché questo paese è davvero fermo all’età della pietra nel sostegno alla genitorialità. A livello di istituzioni ma anche di mentalità. Perché se ci fossero più nidi e più materne e se ai colloqui non ti dicessero “peccato che tu sia donna”, magari lavoreresti anche tu.
      Dove sono i sentimenti? Giustissima domanda.
      Riguardo al cosa si può fare, proprio non lo so. Sicuramente smettere di dire “le cose non cambieranno mai”, e poi probabilmente unire le forze, e urlare forte le nostre esigenze. Spero in qualche modo, prima o poi, di riuscire a contribuire.
      Ti ringrazio davvero di cuore.
      Vale.

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