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Femminicidio: non voglio lasciare questo Paese a mia figlia

12 luglio 2012

Il problema non è l’informazione. L’informazione c’è.
Sono mesi che sui quotidiani e in rete si parla di femminicidio. Sono mesi che si scrive “dall’inizio dell’anno le donne uccise da uomini sono tot”. Sono mesi che – soprattutto sul web – si racconta l’emergenza, in un continuo ripetersi di statistiche, di narrazioni, di volti, di luoghi, di appelli. Sono anni che in tv ci vengono riproposti i dettagli più morbosi degli omicidi che hanno fatto scalpore ultimamente. Guarda caso, tutti femminicidi: Sarah, Melania, Yara, per dirne alcuni.
E sono mesi che le statistiche non cambiano, e, anzi, purtroppo, a volte, quando trovi la notizia in prima pagina, quasi ti senti assuefatta, e ti viene da catalogarla come “un altro femminicidio, perbacco, è proprio un’emergenza, ok, vediamo cosa è successo d’altro in Italia”.

Ed è agghiacciante quello che ho appena scritto: io, donna e mamma, quasi mi sto abituando all’emergenza. Quasi mi sto abituando all’idea che ogni 3 giorni (OGNI 3 GIORNI) una donna venga ammazzata da un uomo.
Ho scritto “quasi”, perché poi ci sono momenti, come oggi, in cui mi fermo a riflettere sui numeri. E oggi ho pensato a quel “70”, quelle 70 donne che da gennaio se ne sono andate perché odiate, maltrattate, picchiate, abusate, e ho cercato di immaginarle tutte insieme: un pullman turistico e mezzo, o due classi elementari di quelle di una volta, quando ero piccola io.
E immaginare due aule delle scuole di tanto tempo fa, quelle grandi, con i soffitti alti e i banchi con il buco per l’inchiostro, tutte piene di donne uccise in modo violento, ti toglie il respiro.
Ma c’è di peggio. Perché subito dopo mi è venuto istintivo visualizzare altre 70 facce, ed è stato a quel punto che al dolore si è sostituita la paura: due classi piene di assassini. 70 assassini seduti nei banchi, uno vicino all’altro. 70 assassini che, fino a un secondo prima di uccidere, erano liberi, in giro, in casa, e spesso responsabili dell’educazione dei loro figli.
E non mi interessa entrare nel merito dei numeri, non voglio nemmeno sapere se i nostri dati sono in linea con quelli di altri paesi, non voglio sapere se davvero la prima causa di morte in Italia per le donne fra i 16 e i 44 anni è l’omicidio da parte di persone conosciute, perché semplicemente non mi interessano le statistiche o i confronti: mi basta immaginare le due classi di assassini. E le due classi di donne uccise.
E non mi interessa neanche (o mi interessa poco) capire il perché siamo in questa situazione. Ho le mie idee, e certo, in un paese in cui il delitto d’onore è stato cancellato solo 30 anni fa, e in cui la donna spesso è ancora considerata proprietà dell’uomo, non possiamo aspettarci molto di più, ma, ripeto, non mi interessano questi ragionamenti.
Mi interessa molto di più fare una domanda: noi cosa possiamo fare?
E in quel “noi” vorrei mettere tutti, e in effetti ci siamo tutti, uomini donne bambini, chiunque, ma in questa sede vorrei chiedere: noi genitori cosa possiamo fare?
Noi, che ci stiamo occupando dell’educazione dei nostri figli, e che ci preoccupiamo che dicano buongiorno, buonasera, grazie e per favore, che cosa possiamo fare perché da due classi piene di assassini si passi a due scarse, e poi magari ad una sola, e poi magari ancora meno?
Noi, che sappiamo tutto di come si cura la varicella e di come si mette a nanna un bambino, e sappiamo a memoria i passi del saggio di danza e le frasi della recita che i nostri figli faranno a fine anno, come possiamo farli crescere sani, rispettosi, non violenti e in grado di riconoscere e di denunciare gli abusi?
Noi, che forse non ce ne rendiamo nemmeno conto, ma dai nostri figli veniamo costantemente ascoltati, osservati e soprattutto imitati, sappiamo quali sono le frasi da non dire e i comportamenti da evitare? Sappiamo, fin dal primo momento, dove risiede il germe della discriminazione e della violenza? E, se non lo sappiamo, c’è qualcosa che possiamo fare per imparare, e per crescere anche noi con i nostri bambini?
Noi, che adoriamo ogni centimetro dei nostri figli, che ridiamo ad ogni loro battuta, e che ci butteremmo nel fuoco per difenderli, abbiamo il coraggio di capire che anche le nostre meravigliose creature potrebbero un giorno diventare uomini violenti o donne picchiate?

Pochi giorni fa la mia amica Silvia, che non a caso vive lontana dall’Italia da tanto tempo, mi ha scritto “Tutto comincia con l’esempio. Crescita in una famiglia a “violenza zero” vuole dire avere più possibilità di non accettare violenze di altri”. Sacrosanto. Quante volte, in questi miei 3 anni da mamma, ho sentito mamme della mia età dire “uno schiaffo ogni tanto ci vuole, per far capire le regole”,  e ogni volta mi sono venuti i brividi, ma mai – lo ammetto – ho pensato a questo aspetto, all’aspetto futuro del problema. Ho pensato all’inutilità di umiliare un bambino, alla violenza che è il modo migliore per non farsi ascoltare (banalmente, come fai ad ascoltare mentre piangi e provi dolore fisico?), e ho pensato alle regole, che si insegnano con l’autorevolezza e non con gli schiaffi, ma mai ho pensato al fatto che la non violenza di oggi si tradurrà in consapevolezza dei propri diritti domani.
E quindi la domanda è: noi genitori possiamo fare qualcosa?
Bene raccontare le storie, bene usare la parola “femminicidio” per sottolineare il problema, bene pubblicare i volti delle vittime e anche dei carnefici, ma ora, una volta capito che siamo in una situazione di emergenza, possiamo fare qualcosa perché fra 20 anni non ci ritroviamo a fare gli stessi elenchi, gli stessi dossier, le stesse denunce?
Possiamo aiutare i genitori di oggi a crescere figli felici, non violenti e consapevoli dei propri diritti? 
Possiamo passare dall’osservazione atterrita dell’oggi alla costruzione positiva del domani?

Il punto è che se chi ci governa si dimenticherà, e se noi ci dimenticheremo che quel domani lo stiamo costruendo noi in ogni nostro soggiorno, ogni sera, ogni mattina, ogni volta che parliamo con i nostri bambini, molto probabilmente, fra 20 anni staremo ancora a parlare di un femminicidio ogni tre giorni.
E io, semplicemente, non voglio lasciare a mia figlia un Paese in cui 70 assassini sono stati liberi di ammazzare 70 donne in soli 6 mesi.



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6 Commenti

  • Rispondi Silvia 12 luglio 2012 at 23:03

    Insisto,tutto o almeno il 90% nasce in famiglia:esempio,rispetto delle donne,non violenza,sicurezza affettiva.io ci credo molto,anche se poi purtroppo la
    sculacciata a volte scappa..
    Trattare bene le mogli,le figlie,insegnare ai figli maschi la parità attraverso l esempio, e che la
    loro forza fisica la devono usare per portare le borse della spesa…e poi (e ora mi piglio insulti)dedicarsi ai figli, per aiutarli a imparare il dialogo più che la violenza, ad accettare la separazione, l’abbandono,etc etc
    Ci sono fior fior di studi sull influenza dell ambiente familiare sulla personalità.
    Ma qualcuno ti direbbe:”macché!tutte pippe mentali!”.

    • Rispondi Vale 13 luglio 2012 at 8:30

      “La loro forza fisica la devono usare per portare le borse della spesa” è splendido! hai ragione. e poi, giustissimo, dedicarsi ai figli. non sperare che capiscano tutto da soli. anche perché – ed è anche questo il problema – ci sono infiniti luoghi in cui possono imparare concetti sbagliati.
      e poi dovremmo ripensare anche alle piccole frasi apparentemente innocue che diciamo ai nostri figli, soprattutto a quelle fortemente “genderizzate”, tipo il papà che dice alla figlia che non la farà uscire fino ai 30 anni, e però al figlio dice che lo porterà in giro a divertirsi prestissimo…niente di grave, ma sono piccole gocce che si piazzano nella testa dei nostri bambini e contribuiscono a discriminare.
      …Ovvio, sono tutte pippe mentali. 🙂

  • Rispondi mammacanta 13 luglio 2012 at 14:33

    secondo me, commette violenza chi a sua volta l’ha subita ma non credo che si tratti della sculacciata. purtroppo non possiamo impedire ad un genitore di infierire sul figlio in modo violento (penso alle difficoltà delle insegnanti che sospettano ma non possono accusare/denunciare senza prove concrete). possiamo insegnare ai bambini/ragazzi/donne a denunciare, a non avere paura, ad essere consapevoli che esiste una via di scampo.

    • Rispondi Vale 13 luglio 2012 at 17:10

      sì, hai proprio ragione, è questo il punto: infondere nei nostri figli il coraggio di avere coraggio. e non è banale, e nemmeno facile. anche perché spesso siamo noi per primi che dobbiamo superare le nostre paure…

  • Rispondi norma jane 13 luglio 2012 at 20:52

    Se una mamma permette che il marito la picchi o la maltratti in qualsiasi modo sta insegnando a suo figlio che é lecito, anzi giusto.
    questo x dire che le parole contano meno dei fatti e perciò se vogliamo insegnare il rispetto ai nostri figli maschi dobbiamo noi farci rispettare x prime.

    • Rispondi Vale 13 luglio 2012 at 21:00

      sì, questo è fondamentale. farci rispettare, anche con le parole. perché poi spesso non si tratta di violenza fisica, ma anche e soprattutto verbale.
      anche se in realtà spesso proprio per “amore della famiglia e dei figli” si accettano troppi compromessi. o forse succedeva di più una volta, oggi meno. spero. ciao Yummy Mommy!

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