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Ho fatto una figlia con Jovanotti e non lo sapevo

29 giugno 2012
Piccola Pollock
Sono stati giorni strani. Ho lavorato, ho tifato per l’Italia ma soprattutto per la mamma di Balotelli, sono andata a prendere Guia al nido (causa ferie della baby sitter) ben 3 volte in una settimana, ho frequentato il parchetto in cui di solito va subito dopo, dimenticando ogni volta o le salviette o l’acqua o i fazzoletti e facendo così capire a tutte le altre mamme che ero una new entry (ovvero mamma senza cuore che non sta mai con la figlia), ma soprattutto ho praticato del gran surf in quell’oceano che è diventata la mia testa.
Ho cercato di cogliere in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento segnali che mi dicessero che la scelta che ho in mente è giusta, e in effetti i miei occhi hanno solo visto in giro frasi tipo “cosa faresti se non avessi paura?” e simili. 
Ho invitato a cena la mia amica di sempre, che si chiama Vale come me ma poi finisce con ria e non con ntina, e che ogni volta mi entusiasma con la sua voglia di bellezza, con il suo essere ARTISTA con tutte le lettere maiuscole e con il suo essersi sempre, comunque, buttata, da qualsiasi piano.
Ho passato con lei una serata sul divano ognuna con il suo mac sulle gambe, a curiosare, pensare, inventare, capire, proprio come quando passavamo i pomeriggi con i libri di greco e latino e italiano e le arance e le merendine, ed è impressionate quanto l’amicizia vera si possa trasformare, possa crescere, maturare, migliorare, rimanendo sempre meravigliosamente uguale. 
Ho affrontato in ufficio riunioni chilometriche, quelle non mancano mai, ma le ho affrontate sapendo che fra un mese sarò in vacanza e che – soprattutto – fuori da quelle sale mi avrebbe travolta il caldo torrido, e quindi ogni volta mi sono accomodata sulla sedia blu e ho cercato di renderle ancora più chilometriche con interventi logorroici e domande completamente fuori tema.
Sono entrata in ufficio ogni giorno ovviamente in ritardo o quasiinritardo, ho perso due badge (parlavamo di segnali?), ho osservato ogni particolare in modalità “fotografa”, immagazzinando tutto come quando vai in vacanza in un posto irripetibile e cerchi di metterti in tasca ogni immagine che ti si offre davanti agli occhi.
Sono stata aggredita dalle famose formiche piemontesi, dotate di testolina rossa, che hanno deciso, causa mio incauto abbandono di coca cola aperta sulla scrivania, di venire a lavorare nel mio stesso ufficio, piazzarsi accanto a me e non mollarmi più per almeno altri sei mesi.
Ho fatto scherzi diabolici ai miei colleghi che ancora si ostinano ad andare a prendere il caffè senza bloccare il pc, e con quello che ho fatto oggi credo proprio di aver firmato la mia condanna allo scherzo definitivo, che mi rovinerà o la reputazione o la carriera o entrambe.
Ho scoperto che Guia adora dipingere e che con pennello e tempere potrebbe passare pomeriggi interi, e dato che è sempre stata anche una mia passione, ho pensato che sarebbe bello poter passare più tempo con lei a fare le Wannabe-JacksonPollock (oltre al fatto di essere un’attività che si esercita in casa seduti, che quando fuori ci sono 600 gradi non è niente male).
Ho ricevuto un biglietto meraviglioso dalla mia amica Manu che mi ha fatta piangere e pensare che avrò bisogno di un caffè alla settimana con lei, per forza, per sempre.
Ho pensato, pensato e pensato. Ho cercato di razionalizzare senza trovare la risposta giusta, ho cercato di ascoltare la mia follia senza però riuscire a zittire la brava ragazza che convive con me nella mia testa da quasi 36 anni.
Ho fatto sogni così autoesplicativi che sembrava quasi fossero messaggi, svegliandomi al mattino con la sensazione di aver capito tutto. Per poi rendermi conto dopo due ore che non è che se sogni di soffrire di vertigini e di non voler scendere da una scala, vuole proprio dire che hai paura di buttarti. Forse.
E non ho potuto fare a meno di canticchiare, in loop, per ore, “la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare”, di Jovanotti, che poi in realtà è E., perché ogni volta che Guia lo sente cantare è convinta che sia il suo papà. Sì. Certo. Magari.

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6 Commenti

  • Rispondi GAB 30 giugno 2012 at 0:43

    ahaha! marta, vedendo lenny kravitz sul giornale una volta ha gridato “papà!”:-)
    mamma mia…questo post mi piace…………….

    • Rispondi Vale 30 giugno 2012 at 10:46

      :-))) ecco, mica male lenny!

  • Rispondi AstareQui AstareQui 30 giugno 2012 at 9:31

    non va poi tanto male 🙂 tante fantasie, tanti avvenimenti, e le ferie che si avvicinano

    • Rispondi Vale 30 giugno 2012 at 10:45

      sì, soprattutto le ferie che si avvicinano 🙂

  • Rispondi Anonymous 2 luglio 2012 at 18:24

    Di nuovo soddisfatto.

    Ho pensato di intromettermi di nuovo (mi appassiona la tua avventura) per condividere con te 3 cose che ho imparato nella vita.
    La prima. A volte la verità è troppo semplice per sembrare vera.
    La seconda. (Da un insegnante di scrittura creativa) “se vuoi scrivere, smetti di voler scrivere e comincia solo a scrivere. Comincia a parlare delle penna che hai in mano, della tazza fumante sul tavolo, – di un’amica seduta sul divano 😉 (MERAVIGLIOSA!) – etc etc…. e loro ti parleranno della vita”
    La terza. Le cose crescono da sole: spesso non serve fare niente di più di quello che si sta già facendo.

    Un lettore

    Ps. Spero di non essere inopportuno…

    • Rispondi Vale 2 luglio 2012 at 18:43

      No, non sei inopportuno, per niente, anzi!
      Sai, in effetti sta succedendo tutto in modo molto naturale. Le parole per raccontare cosa sta cambiando nella mia vita mi stanno uscendo senza sforzi, in modo, appunto naturale. Forse con qualche lacrima per l’emozione, ma anche quelle forse sono normali, e, di nuovo, naturali.
      E poi ho cominciato a scrivere “qualcosa”, non su questo blog, ma in un foglio di word. Non so esattamente cosa ne verrà fuori, ma sono partita da un “qualcosa” di veramente semplice.
      Ti terrò aggiornato.
      Nel frattempo, GRAZIE. Leggere quelle due parole, “un lettore”, mi riempie di felicità.

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