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Ciao, Non-Luogo giallo e blu

8 giugno 2012
La schermata del sito di Blockbuster l’altro giorno
C’erano sere in cui non avevo voglia di vedere nessuno (e ce ne sono ancora, fra l’altro).
Sere in cui il mio unico desiderio era di rilassarmi. Di non truccarmi. Di restare in tuta. Di tenere gli occhiali da supermiope. Di stare zitta. E di ascoltare il mio silenzio.
E magari era venerdì o sabato, e tutti uscivano, tutti si riversavano in strada vestiti/pettinati/contenti, e i ristoranti e le discoteche si riempivano, e io non vedevo l’ora di stare a casa mia. Da sola.
Amavo i miei amici. Ma amavo follemente quelle ore di solitudine e silenzio. Quella sensazione di nido vuoto che a volte mi gettava nello sconforto e a volte mi faceva sentire la donna più fortunata della terra.
E spesso, in tuta, mi spingevo fino in corso Telesio, al mio Blockbuster preferito. Parcheggiavo in seconda fila, perché tanto al limite mi avvertivano i cassieri con il microfono “c’è da spostare una Punto verde”. 
Io me la ricordo ancora la sensazione di camminare sulla moquette blu (era blu?) con le scarpe da ginnastica, e il girare fra le corsie alla ricerca di un titolo che il più delle volte era esaurito, e il fermarsi davanti ai congelatori per scegliere l’Hagen Dasz più buono (macadamia nut brittle, ovviamente).
Mi sembra di ricordare persino l’odore dei punti vendita: quell’odore che spesso era di chiuso, ma anche di plastica, e di finto, come tutti i non-luoghi, del resto. 
Giravo, mi dondolavo davanti ai muri pieni di dvd, pensavo un po’, ripassavo davanti a quelli che mi ero segnata nella testa, poi finivo il giro, quindi tornavo, ci facevo ancora un pensiero, e poi via, alla cassa e poi di corsa nel mio nido, sul mio divano. Con le gambe appiccicate al petto, il mento sulle ginocchia, la birra accanto e la pace e i muri rossi della mia vita.
C’erano sere in cui cercavo un film che mi facesse ridere, o sognare, o innamorare. Ma le sere che mi ricordo meglio, e che potrei descrivere nei minimi dettagli, sono quelle in cui da Blockbuster andavo con il preciso intento di trovare un “attivatore di pianto”. Un film che aprisse quelle valvole bloccate, e che mi facesse sfogare, mi svuotasse di tutto quello che non riuscivo a tirare fuori.
Come quando M. mi aveva lasciato, e io, intelligentona, scelsi “La mia vita senza me”. Ecco. Come film, bello. Ma per favore, se mai sarete tristi, non sceglietelo. Per favore. Credetemi.
Poi c’erano le serate Blockbuster come punto di partenza. 
Come quella volta con D., quando, dopo una cena a guardarci negli occhi con l’incanto di esserci ritrovati, andammo da Blockbuster, il mio, anzi il nostro Blockbuster, e scegliemmo un dvd. Il titolo era “The Cube” (era ancora il periodo in cui il mio cervello mi permetteva di vedere film terrorizzanti. Probabilmente se lo guardassi ora non dormirei per una settimana).
E c’eravamo noi due, quella sera, in corso Telesio, e io fra quelle corsie volavo. Leggera come quando ti scopri innamorata, brillante come quando nei tuoi occhi si vedono solo stelle, e felice come quando sai che sta per succedere qualcosa di meraviglioso.
Con le mani che non osano ancora prendersi, le braccia che non sanno ancora se stringere, e le labbra che si guardano da ore, e non vedono l’ora di incontrarsi. E quella sensazione di essere due calamite, che ti fa capire il significato preciso della parola “attrazione”.
Andammo a casa mia, e dopo tutto quel film angosciante, finalmente ci fu il nostro bacio. Un bacio emozionante, bellissimo, denso di mille significati.
Lui mi guardò, e mi disse, con lo sguardo più intenso che avessi mai visto, “Finalmente ci siamo ritrovati. Finalmente possiamo costruire la nostra storia. Non guardarmi negli occhi, perché se mi guardi leggi la voglia che ho di fare una famiglia con te”.
Passò una settimana d’incanto, di vero incanto, di frasi elettrizzanti e di promesse di amore, viaggi, e figli.
E il sabato sera successivo, 7 giorni dopo quella serata Blockbuster, mi disse al telefono “Ciao tesoro, ti chiamo dopo il concerto, non vedo l’ora di vederti”.
…E non lo sentii né lo vidi più. Non rispose più al telefono. E si fece negare per mesi.
Fino a quando poi, un anno dopo, lo incontrai per caso. E mi abbracciò, come se nulla fosse.
…Evidentemente, il suo concetto di “dopo” era più elastico del mio.
E poi c’erano le serate Blockbuster con la mia amica-sorella-vicinadicasa Paola detta Ringhio. 
Serate che nascevano in due minuti, quando capivamo che non c’era nulla di interessante da fare o che a Torino faceva troppo freddo per andare in giro per locali.
O quando, dopo una giornata di studio e sigarette, sigarette e studio, non avevamo più voglia di sentir parlare di microeconomia o di storia dell’architettura (ma di Marlboro lights sì).
E così, in un attimo eravamo in macchina, sulla sua ypsilon. Non ci mettevamo molto a scegliere, bastava che non fosse un film impegnato, e che possibilmente non richiedesse uno sforzo di neuroni per seguirlo. Perché il bello delle nostre serate Blockbuster non stava tanto in ciò che guardavamo, quanto nel rito: nella felpa grigia e nelle nike argentate di Paola, nel mio posacenere fatto a forma di pesce, nella Moretti grande che finiva sempre troppo presto, e nelle chiacchiere che non ci facevano mai arrivare alla fine del dvd.
Una sera la obbligai ad affittare “Le parole che non ti ho detto”, perché quel famoso D., quello con la concezione del tempo un po’ bizzarra, durante uno di quei 7 giorni meravigliosi mi aveva detto “è il film più romantico del mondo”.
Ecco. Per favore, qualcuno lo guardi e poi mi dica. 
Credo che sia uno dei film più brutti della storia del cinema. E credo che avrei dovuto considerare quello un importante indizio per valutare D. come padre dei miei figli.
Io a Blockbuster volevo bene. Forse lui a me molto meno, dal momento che probabilmente non ho mai pagato i debiti che ho accumulato per i ritardi nelle consegne dei dvd.
Ma la nostra è stata una bellissima storia. Ci siamo fatti tantissima compagnia. Ed era una sicurezza, in fondo. Lui c’era sempre, e c’è stato nei 18 anni più importanti della mia vita. I 18 anni della mia età adulta, dai 17 ai 35. E c’era anche ultimamente, anche se si intuiva che ormai aveva deciso di mollare, e di lasciarsi andare. Si capiva persino da fuori, passandoci davanti, al vedere quell’insegna anni ’90, e quell’azzurro sbiadito, e quelle vetrine che non si rinnovavano mai.

Quindi, insomma, ciao, Non-Luogo giallo e blu. Un pezzo dei miei anni più belli se ne va con te.

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6 Commenti

  • Rispondi francesca r. 8 giugno 2012 at 10:26

    sai che non sono mai entrata in un blockbuster?? mai???
    però i miei momenti di solitudine e puro godimento me li passavo alla feltrinelli, dopo un esame, passavo tra gli scaffali e mi sceglievo dieci libri a caso, in base a come mi ispirava il titolo, l’autore o la copertina, leggevo un capitolo d’ognuno e scemavo e scremavo fino a rimanere con uno, il migliore, che mi compravo e leggevo a casa.
    Adesso tra me e la feltrinelli c’è lo schermo del mio computer… ordino sul sito, arriva il corriere incavolato perchè non trova mai l’indirizzo e la storia d’amore finisce lì, senza quel corteggiamento preliminare… consumiamo a basta! 🙂

    • Rispondi Vale 8 giugno 2012 at 10:42

      Che bello, allora eri tu una di quelle persone che stavano nelle librerie a leggere?…quando anche io le frequentavo di più mi affascinavano sempre quelli che magari si sedevano in un angolo e leggevano, incuranti di tutto quello che capitava attorno a loro.
      Io, da torinese un po’ timida, non ne ho mai avuto il coraggio. Ma mi sarebbe piaciuto tanto!
      ps: lo ammetto, io ho avuto un periodo in cui dopo un esame avevo l’appuntamento fisso con…McDonald’s…:-)

  • Rispondi Anonymous 1 ottobre 2012 at 13:27

    io da Blockbuester ci lavoravo, ci ho lavorato per 15 anni…
    un non luogo, dici tu
    per me era un micro-mondo a sè…
    tante vite, tante storie….un luogo senza tempo.
    che nostalgia
    Lunatica

    • Rispondi Vale 1 ottobre 2012 at 14:22

      ciao! ma lavoravi proprio in corso Telesio? un luogo senza tempo, hai proprio ragione. io l’ho chiamato non-luogo perché erano tutti più o meno uguali, e ogni volta era, come dici tu, un micro-mondo, con tutti i punti fermi, i riferimenti, i colori, ecc.
      anche a me manca.
      ciao e grazie!

  • Rispondi Anonymous 1 ottobre 2012 at 17:29

    NO, NON LAVORAVO IN CORSO TELESIO….MA SIAMO, ANZI ERAVAMO, UNA GRANDE FAMIGLIA.

    • Rispondi Vale 1 ottobre 2012 at 23:06

      Immagino. Le persone che ho incontrato io nei Blockbuster sono sempre state super gentili, e tanto pazienti. Si sentiva un’atmosfera “di famiglia”.

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