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Quei giorni al Cairo

17 maggio 2012
Immagine presa dal sito di questo bravissimo fotografo: http://www.ramysalem.com/   
Il problema è che oggi non riesco a pensare ad altro. Non riesco a non pensare a quell’estate, nel 2000, quella in cui avevo deciso di restare a Torino per fare la barista nel mio locale preferito, la sera. Sono passati “solo” 12 anni, ma mi sembra una vita: prima della laurea, prima dell’11 Settembre, prima di E. e di Guia, prima del lavoro.

Avrei passato tutto agosto nella mia città meravigliosamente vuota, e avrei visto tutte le albe di quel mese dalle rive del Po, se la mia mamma non mi avesse invitata con lei e con mia cugina Paola al Cairo. Una settimana. 
Una settimana a camminare per i vicoli di Khan el-Khalili, a perderci fra i profumi e gli odori di una cultura immensa, sconfinata, e a ridere come tre ragazzine.
Fu di sicuro il viaggio più “viaggio” della mia vita. Più vero. Non eravamo turiste, ma forse nemmeno viaggiatrici: eravamo tre donne in giro per una città alla quale ci sembrava di appartenere da tempo.
Ad un certo punto, era forse il quinto giorno, fra quei vicoli del suq mi ritrovai da sola. Paola e la mia mamma erano davanti a me, e io mi ero fermata a guardare una bancarella. Alzai gli occhi e vidi solo gente sconosciuta. E non riuscii, io 24enne italiana cresciuta anche con le leggende metropolitane, a non pensare “bene, ora mi prendono, mi chiudono in un harem ed è finita qua”. Arrivò un signore del posto, e mi fece segno di seguirlo. Oggettivamente, persa lì dentro, mi sembrò l’opzione più razionale. Lo seguii, e, dopo cinque minuti, mi fece entrare in un negozio di tessuti. E loro, le mie due compagne di viaggio, erano lì. 
E poi il muezzin, quell’improvviso sentire una melodia cantata da tutta la città, ma tutta, proprio tutta, e l’impressione di essere in una dimensione lontana anni luce dalla mia, di città.
E quel pranzo improvvisato, nel negozio dell’argentiere, con due clienti turchi gentili (e affascinanti): portate su portate che arrivavano e venivano appoggiate sul bancone, sopra il vetro che proteggeva i gioielli, e arrivavano da chissà dove ma erano buonissime, meravigliose. E l’assistente dell’argentiere, che ci faceva lavare le mani così accuratamente, fuori dal negozio, con una bottiglia d’acqua, donando ad ognuna la privacy che meritava quel rito: “One by one!”, ci diceva, quasi ordinando di aspettare il nostro turno.
E quel brutto scherzo che inavvertitamente feci alla mia mamma, quando, alle piramidi, decisi di andare a fare un giro a cavallo con la guida, lontano, lontanissimo, così lontano da tornare un po’ troppo tardi: non dimenticherò mai il suo viso paonazzo, di mamma preoccupatissima, che temeva che sua figlia fosse stata rapita e rinchiusa – tanto per cambiare – in un harem. No, mamma. Oggi te lo confesso: non fu nulla di preoccupante, nessuno mi importunò. Anzi. Io, europea in viaggio, osai pure chiedere alla guida egiziana di offrirmi una sigaretta, me la ricordo ancora, una Cleopatra. E fu, ti giuro, una delle sigarette più belle della mia vita (caspita, me la sono dimenticata qua), nel silenzio del deserto, con un orizzonte fatto solo di cielo azzurro quasi bruciato dal caldo, tre piramidi e una sfinge. 
Solo che, mamma, ancora non mi avevi visto fumare, quindi mi fu proprio impossibile spiegarti il motivo del mio ritardo. Però forse avresti potuto intuire qualcosa dal mio insistere per dare una lauta mancia alla guida…
E poi i dervisci, quella sera sempre a Khan el-Khalili, e il loro mistero, la loro musica, incredibile e magica.
Il traffico del Cairo, i semafori messi lì come motivo ornamentale, la paura di attraversare la strada all’inizio, e la sicurezza con la quale, dopo due giorni, ti fai strada fra le macchine in coda, sapendo che lì il pedone ha tutti i diritti di passare, anche senza strisce.
Ma anche la città dei morti, l’avvicinarsi alla povertà più impressionante che avessi mai visto, e la parte non turistica del suq, quella che può anche spaventare, quella nella quale non riesci ad addentrarti troppo, perché non puoi, e forse non vuoi andare fino a lì.
E, sempre, il sapore del tè alla menta, dolcissimo, e l’odore di tabacco e di spezie, e il capire che, se vuoi, non è poi così difficile capire una cultura diversa dalla tua: basta smettere di guardarti l’ombelico e uscire da te stesso, ogni tanto.
E noi tre, e le nostre chiacchiere, le nostre cene con quel pane fatto sul momento, e il succo di mango che forse, avevate ragione, non avrei dovuto bere. Noi tre, che eravamo così diverse, ma così unite. E così belle.
Ciao Paola. Continua a viaggiare, dove sei ora.

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