mamma New York passato single

Né più né meno di una lettera d’amore

30 maggio 2012
La vista dal mio primo hotel a NY

Se la fortuna ci assisterà (e credimi, in questi giorni, a leggere i giornali, essere ottimisti è faticoso), sappi che ti porterò a New York.
Partiremo da Times Square e andremo giù, giù, fino al Village e poi fino a Battery Park, camminando. Piano, senza correre. Guardandoci attorno, mangiando ovviamente un hamburger da Shake Shack, pieno di salse, bevendo coca cola (per me light, per te fai tu), sentendoci pesantissime subito dopo (io probabilmente dirò “stasera non mangio”, sapendo di mentire). Passeremo davanti a Dean&De Luca, a Victoria’s Secret, a quel multisala di cui non mi ricordo il nome, e ti annoierai a morte al sentire i miei racconti di mille anni prima, le mie serate di ragazza del 2006, e forse mi dirai pure “Mamma, hai rotto le palle con i tuoi racconti”.

Poi andremo a cena da qualche parte nel Meatpacking, o forse nell’East Village, forse ti porterò da Panna II, se esisterà ancora, e faremo a gara a chi mangia il piatto più piccante. Poi ti romperò le scatole per andare a bere un Cosmopolitan da qualche parte, e tu mi guarderai come una stramba signora di mezza età ma probabilmente mi accontenterai, e magari mi racconterai qualcosa di te e della tua vita, dopo quel drink.
Non ci basterà una settimana, credo. Perché dovremo andare anche a Brooklyn e a Coney Island, dovremo fare un giro su qualche ottovolante e mangiare un hotdog strapieno di senape.
E non potremo non andare al MOMA, e magari pure al Whitney, se no che cosa racconterai agli amici intellettuali che ti aspettano a Torino, che sei andata a Manhattan per mangiare e fare shopping?
E poi probabilmente ti porterò a fare un saluto a Matilda, la gatta dell’Algonquin Hotel, e forse ci si stringerà il cuore, dato che – se la matematica non mi inganna – i nostri Sciuti e Magari nel frattempo ci avranno già lasciati.
E sarò logorroica come sempre quando porto chi amo nei miei luoghi del cuore, e ti racconterò di quanto adoro quella città non so poi nemmeno bene perché, ti dirò che quando per la prima volta ci ho messo piede mi è sembrato che tutto DAVVERO stesse accadendo lì, in quel momento, e mi è sembrato sul serio che quella fosse la città che non dorme mai.
E ti racconterò di quella sera, la mia seconda sera a NY, quando, in piena trance agonistica da “Voglio solo essere Carrie Bradshow”, indossai un abito azzurro, corto, svolazzante, e andai alla prima del Diavolo veste Prada, ufficialmente per ragioni di lavoro, e mi ritrovai a salutare Meryl Streep, a baciarla e stringerle la mano, e, di base, a non credere ai miei occhi e alle mie guance.
Ti racconterò di quando fumavo, e di quando mi accendevo una sigaretta davanti all’entrata dell’hotel e osservavo il vapore uscire dai tombini della metropolitana, e tu, come chiunque leggerà questo post, dirai “Sì, mamma. Ok. Me l’hai già raccontato. Ma se ti piaceva così tanto fumare, facci un favore: ricomincia”. E avrai pure ragione. Che ti credi, ci ho provato l’estate scorsa, ma non mi piace più. E’ rimasto un bellissimo ricordo. Meglio così. Per me, ma anche un po’ per te.
Di sicuro ti racconterò di quel meraviglioso viaggio con la mia mamma e mia zia, e probabilmente ti farà sorridere immaginare tua madre e tua nonna in giro per Manhattan, ma quando ti parlerò di quei giorni ti stupirò, credimi. Verrai anche a sapere del nostro giro fuori Manhattan, delle tre signore torinesi nel covo dei Ching-a-Ling nel Bronx, di quel tizio evidentemente fatto di qualsiasi cosa che le abbracciava, e di tua madre che per rassicurare tua nonna diceva “ma sì, è solo un tipo un po’ bizzarro”.
Ti porterò al Blue Ribbon, al Corner Bistrot, al Socialista, al Gansevoort e ovunque risieda un briciolo polverizzato della Valentina 30enne, e ti enuncerò la mia teoria secondo la quale ogni luogo conserva anche solo un atomo di tutte le persone che ci sono passate, e tu molto probabilmente mi prenderai per pazza.
Berremo una birra insieme nella parte ovest della città, qualsiasi, basta che si veda il tramonto, quel tramonto incredibile, indescrivibile, che è dorato ma anche rosa, ed è fatto a strisce, perché si infila fra i grattacieli e gratta l’asfalto, e ti arriva negli occhi e te li riempie di luce.
Ovviamente morirò di paura in aereo, però penserò stupidamente “vabbè, se capita qualcosa, almeno siamo insieme”, ma forse prima ancora di farmi venire l’ansia metterò su un thriller, di quelli che posso vedere solo in mezzo ad un sacco di gente, mi addormenterò alla terza scena, per poi risvegliarmi, come un criceto, sentendo il rumore delle ruote del carrello che porta la cena.
No, non porteremo tuo padre. Tuo padre lo lasceremo a casa a lavorare e a nutrire il gatto ciccione che avrà preso il posto di Sciuti e Magari. Non per cattiveria. Avremo già visto tanti posti con lui, saremo – spero – andati al mare, in montagna, a Londra e a Parigi, e magari anche a Miami (lui è un tipo da Miami, sappilo).
Ma a New York vorrei andare da sola con te e i tuoi riccioli. Perché è da quando ho messo piede per la prima volta al JFK che penso “io qui ci verrò con mia figlia”. E la prima volta che ho messo piede al JFK era il 2006, e non avevo ancora conosciuto tuo padre, e anzi, ero fermamente convinta che il mio principe azzurro fosse caduto da quel benedetto cavallo bianco e fosse morto molto giovane, ed ero lontana anni luce dal pensare che sarei diventata mamma davvero, realmente, e non solo in qualche rara proiezione di me che ogni tanto mi spuntava in testa (e che subito ricacciavo in un angolino silenzioso, fra l’altro).
E se blogspot non avrà fatto la fine di splinder, magari rileggeremo questo post e tu mi prenderai pure un po’ in giro per questa che sembra una lettera d’amore, una tipica lettera d’intenti della tizia che racconta al suo amato tutti i posti in cui lo vorrebbe portare.Probabilmente mi toccherà aspettare ancora qualche anno, forse dovrai diventare mamma anche tu per capire che sì, questa è una lettera d’amore. Né più né meno di una lettera d’amore.

P.S. Nel frattempo, ogni tanto, guarda questo video.

Ti potrebbe interessare anche

12 Commenti

  • Rispondi Anonymous 30 maggio 2012 at 12:23

    PANNA II esiste ed esisterà ancora.
    e sarà sempre surreale come non mai.
    Ho ancora negli occhi le mille lampadine a forma di peperoncini…

    Okkio alle salsine e buon viaggio.
    Alberto

    • Rispondi Vale 30 maggio 2012 at 12:34

      Menomale!!! Hai proprio ragione, è un posto totalmente surreale. Bellissimo.

  • Rispondi Cappuccio e Cornetto 30 maggio 2012 at 15:59

    BELLO BELLO BELLO! non vado a NY da 16 anni e non vedo l’ora di tornarci, possibilmente con Gnoma e Marito…
    Bellissima lettera. Capirà e apprezzerà!

    • Rispondi Vale 30 maggio 2012 at 16:17

      🙂 Sì, in effetti se fa il bravo, magari posso portare anche io il mio compagno…forse…

  • Rispondi Faith 30 maggio 2012 at 16:10

    Bellissimo post. Amo NY e tu l’hai descritta perfettamente!

    • Rispondi Vale 30 maggio 2012 at 16:28

      Grazie mille, Faith!

  • Rispondi Marinella 30 maggio 2012 at 19:31

    mi sono commossa alle ultime righe…

    • Rispondi Vale 30 maggio 2012 at 20:02

      🙂
      ps: ma che belle le tue ricette! ne proverò presto una!

  • Rispondi Biancume 8 novembre 2012 at 22:16

    A me è venuto naturale immagInarvi sottobraccio sorridenti di corsa sotto una pioggia improvvisa

  • Rispondi franci mammacanta 8 novembre 2012 at 23:26

    anch’io ci sono stata, lo zio d’America mi ha portata a mangiare delle ostriche grandi come bistecche, “Qui, tutto big” diceva e intanto mangiava…prima o poi ci tornero`con le mie birbe

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 9 novembre 2012 at 8:59

      Sì, sì, “tutto big”, hai ragione: la prima volta che ci sono stata una guida diceva “in questo bar fanno i panini più grandi del mondo!”…

    Lascia una Risposta