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Buongiorno Dottor Headhunter!

23 maggio 2012

“Pronto?”

“Pronto, buongiorno, dottoressa, sono il dottor Headhunter”
“Oh, buongiorno, dottor Headhunter, mi dica”
“Senta, ho il suo cv davanti, ma mi racconti un po’ di lei. Soprattutto, ho una domanda: perché è stata 4 anni nella holding e poi ha cambiato ruolo?”
“Vede, nella holding ero costantemente in giro per il mondo, e dato che sono diventata mamma ho sentito la necessità di avere una posizione che non mi facesse viaggiare così tanto”
“AAAAAAAAAAAAAAH (con il tono di chi ha capito dove sta l’inghippo, ndr), capisco, ora capisco. Quindi devo dedurre che per lei ora il lavoro ha un’importanza minore
“No. Semplicemente, come le ho detto, appena nata mia figlia mi sarebbe stato impossibile prendere 6 aerei a settimana”.
“Sì, certo, certo. Però forse adesso ha meno tempo da dedicare al lavoro. Senta, allora, io avrei una posizione aperta, ma a questo punto ci voglio pensare un attimo. Comunque vediamoci, eh. Magari non con urgenza. Mi scriva una mail con alcune opzioni di date, va bene? Grazie, arrivederci”.
Click.
Egregio dott. Headhunter,
dopo 24 ore di cui 8 passate a lavorare in ufficio e le restanti a lavorare a casa, ho deciso di non mandarLe nessuna opzione di data, perché, semplicemente, non sono interessata ad un incontro con Lei.
Ma mi lasci spiegare la mia scelta (magari Le potrà servire in futuro, quando chiamerà un’altra mamma):
Subito dopo la laurea in Economia, 10 anni fa, al grido di “Io seduta ad una scrivania mai” decisi di partire per un viaggio intorno al mondo, ma prima, per scrupolo, mandai il curriculum ad un’azienda che mi piaceva moltissimo. Nel giro di una settimana feci tre colloqui e, dopo due mesi di stage, venni assunta, e mi ritrovai, appunto, seduta ad una scrivania. Non partii mai per il famoso viaggio, ma in quel lontano giorno di aprile cominciò la mia avventura con le due aziende che hanno fatto profondamente e meravigliosamente parte della mia vita.

In questi anni ho ricevuto tanto ma ho anche dato tanto, mi sono appassionata al mio lavoro, ho imparato moltissimo, ho passato notti in ufficio ma anche notti a casa a pensare alla presentazione che avrei fatto il giorno dopo, ho viaggiato e rappresentato la mia azienda, e ho lottato, con tutte le forze che avevo, per farla crescere. E credo, fra l’altro, che la cosa mi sia sempre stata riconosciuta.

Quando il mio compagno ed io abbiamo deciso di diventare genitori ho lavorato fino a 2 mesi prima del parto, e poi sono stata con la mia  bambina per 8 bellissimi mesi. 

L’azienda a cui appartengo non solo mi ha fatto arrivare un meraviglioso regalo per la sua nascita, ma mi ha riaccolta a braccia aperte e ha continuato a farmi crescere. 

Tornare a lavorare è stato bello ma anche bizzarro: ero una nuova Valentina, sicuramente più colorata e più abituata ai sorrisi e meno alle tensioni negative, ma, La stupirò, molto più manager.
Perché 8 mesi accanto ad un figlio ti fanno crescere come nessun corso di formazione: per la prima volta sei responsabile di un essere umano che dipende in tutto e per tutto da te. 
Diventi l’amministratore delegato di una vita. Non so se sono stata chiara: UNA VITA. Non un business, non un ufficio, non un’azienda. UNA VITA.
E non ci sono se e non ci sono ma, non ci sono quei giorni in cui sei stanca e magari hai voglia di lavorare un po’ meno, non c’è mutua, non ci sono ferie, e ci sono problemi da risolvere immediatamente e non convocando una riunione, ci sono orari da incastrare in tempo più che reale, e c’è un ESSERE UMANO che ti dà un feedback costante, senza nemmeno che tu glielo chieda.
E c’è una capacità che, se non l’avevi già prima, ti si sviluppa nel cervello prepotentemente: il pensiero laterale. Il pensare out of the box, ha presente? Ecco, con un essere umano che non parla ma si esprime con gesti/versi/pianti/sguardi, e che ad uno stimolo non risponde quasi mai nello stesso modo, devi per forza pensare “diversamente”, oltre a sviluppare delle doti da creativo che nemmeno David Ogilvy.

Per concludere, caro il mio Dottor Headhunter, io credo di essere una manager molto più competente e preparata da quando è nata mia figlia. E credo anche che un manager si debba valutare sugli obiettivi raggiunti, e non sul tempo dedicato a stare seduto ad una scrivania (ecco, forse appena uscita dall’università intendevo inconsapevolmente questo con il mio proclama). E credo che, soprattutto nel largo consumo, in cui si parla quasi sempre alle mamme che vanno a fare la spesa, sperare di far aumentare i fatturati grazie a riunioni di soli uomini, sia tristemente anacronistico.
Quindi, carissimo, grazie mille, ma quella posizione in una prestigiosa azienda dell’fmcg se la può tenere e magari può proporla ad un favoloso e rampante manager 35enne che, fino a prova contraria, non partorirà mai un figlio.
Ah, last but not least: io amo follemente la mia azienda, perché è un’azienda vera e bella, e forse la amo ancora di più da quando sono diventata mamma, quindi grazie, davvero, ma dalle sue parti magari ci verrò solo per fare shopping.


Cordiali saluti.

Valentina.

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20 Commenti

  • Rispondi Anonymous 23 maggio 2012 at 13:35

    Allucinante come al giorno d’oggi possano esserci ancora preconcetti di questo genere…

    E’ capitato anche a me, in passato, di ricevere chiamate per colloqui e sentirsi fare domande non tanto sulle proprie competenze o esperienze maturate ma sulla situazione sentimentale e sulla volontà o meno di avere figli…

    E il più delle volte, le domande erano poste da una donna..

    Mah…cambieranno mai le cose?
    Sto per tornare in ufficio dopo la maternità e non so cosa aspettarmi…

    • Rispondi Vale 23 maggio 2012 at 14:45

      Pazzesco, davvero, che ancora succedano queste cose. Dopo, per un attimo, ho pensato “non avrei dovuto dire che sono mamma”, ma poi mi sono detta “ma scherziamo?”
      In bocca al lupo per il ritorno!!!

    • Rispondi Anonymous 24 maggio 2012 at 12:58

      Crepi!!!!
      Sono comunque convinta che questa mia nuova “condizione” mi darà la possibilità di migliorare ulteriormente le mie capacità lavorative..

      Vedremo…ti saprò dire! 😉

  • Rispondi Slela 23 maggio 2012 at 13:46

    Ma che bella lettera! Ti prego, mandagliela.
    Siamo realisti, non che creda veramente sia sufficiente per aprirgli gli occhi.
    Ma un pensierino, ino-ino, è sempre meglio di niente.

    • Rispondi Vale 23 maggio 2012 at 14:48

      Ancora non gliel’ho mandata. Ci sto pensando seriamente, anche se so che comunque mi direbbe “ma figuriamoci io non intendevo dire…”. Però hai ragione, almeno un messaggio gli arriva.

  • Rispondi Elisa 23 maggio 2012 at 14:04

    E’ veramente triste vedere che nel 2012 le donne debbano subire un trattamento del genere ai colloqui!!! Comunque la lettera e’ bellissima! Brava!!!

    • Rispondi Vale 23 maggio 2012 at 14:51

      Sì, infatti, nel 2012…allucinante! Ciao!

  • Rispondi Alice 23 maggio 2012 at 15:11

    Secondo me un po’ alla volta riusciremo a far capire agli uomini che abbiamo una marcia in più. Se poi le donne che hanno raggiunto alcune posizioni non facessero “gli uomini”, sarebbe un grande aiuto “dall’interno”. Riuscire a entrare in un sistema e non cercare di cambiarlo è diabolico.

    • Rispondi Vale 23 maggio 2012 at 15:31

      Ecco, infatti, il problema è anche quello, Alice, hai perfettamente ragione!

  • Rispondi Cappuccio e Cornetto 23 maggio 2012 at 15:24

    Ti prego tu DEVI mandargliela!! fallo per tutte noi!!! Io ho lavorato con una donna, mamma di tre figli, che mi ha insegnato più di tanti uomini e che lavora più di tanti uomini. Ora lei ha cambiato azienda, ma ogni tanto medito di seguirla e scappare da uffici in cui fare figli è una colpa, e stare in ufficio fino a tardi un merito a prescindere. A casa mia invece, fare figli è un merito, stare in ufficio a lavorare un diritto/dovere, e stare in ufficio a tirar tardi solo per dire che lavori come un matto quando in realtà fai il sudoku una colpa e un danno.
    Ecco.
    Hai toccato un tasto dolente!! 🙂

    • Rispondi Vale 23 maggio 2012 at 15:37

      :))) quanto hai ragione! il punto è che bisognerebbe far capire che è sano lavorare 8 ore al giorno, non 13, e che una mamma, con le sue 8 ore, è perfettamente in grado di produrre quanto un uomo…anzi, spesso è molto più concreta…

  • Rispondi Anonymous 23 maggio 2012 at 15:29

    L’UNICO COMMENTO CHE MI VEINE IN MENTE E’: MA CHE SFIGATO !

    • Rispondi Vale 23 maggio 2012 at 15:40

      :))) sì hai ragione…

  • Rispondi Federica 24 maggio 2012 at 10:34

    Ciao valentina, sono una vecchia amica di Silvia Vernaschi e tramite lei, il suo blog e la sua pagina fb sono approdata a Bellezza rara. che mi piace tantissimo e con cui condivido molto. Io di figli ne ho fatti due (3 anni e mezzo lui, un anno lei) e dopo il primo ho ripreso a lavorare 6 ore anzichè 8 e dopo la seocnda continuo così. e quelle sei ore rendono il doppio delle 8 – 10 che passavo prima in ufficio. non voglio discrimanre le non mamme, per carità, ma quando diventi “ad di altre vite” – mi piace -, sei costretto ad avere una marcia in più e questo lo si vede per forza anche nel lavoro. beati i “capi” che se ne accorgono e tutti quelli che prima o poi si renderanno conto che non è figo, nè cool stare in ufficio 12 ore al giorno o più. Ciao!

    • Rispondi Vale 24 maggio 2012 at 10:44

      Ciao Federica! Sì, infatti, hai perfettamente ragione: quando sei mamma non hai tempo da perdere.
      Sai quando se ne renderanno conto i capi? quando le loro mogli pretenderanno di essere aiutate nel fare il bagno ai figli, nel preparare la cena, ecc. In pratica, quando dovranno anche loro uscire alle 6 dall’ufficio.
      …Ma mi sa che questo succederà quando i nostri figli saranno grandi (e forse nemmeno allora)…
      Ciao!

  • Rispondi StefaniaO 25 maggio 2012 at 12:34

    Bella lettera, brava.

  • Rispondi Anonymous 5 luglio 2012 at 11:39

    Pensa che a me è capitato che un headhunter, già alla seconda domanda, dopo nome e cognome, mi chiedesse così…al brucio… “lei ha figli?” (non possono farlo!)
    se avessi avuto maggiore prontezza avrei voluto rispondere con sarcasmo “non si preoccupi, ho subito un’isterectomia e ho un certificato medico che lo prova da esibire a quelli con il cervello piccolo… (come il suo)”
    invece (e me ne rammarico) ho risposto più banalmente “si uno, ma non mi ha mai impedito di svolgere bene il mio lavoro, anzi!”
    ciao (e brava!)
    laura

  • Rispondi Anonymous 21 agosto 2012 at 11:26

    Grandioso questo post (e gli altri che hai scritto non sono da meno).
    Ho scoperto solo ora questa Valentina e mi piace molto di più di quella che ho conosciuto nella grande multinazionale…
    Mi ci rispecchio, mi fa riflettere ed emozionare… Grazie.
    A presto.
    Paola

    • Rispondi Vale 21 agosto 2012 at 17:36

      Grazie mille a te, Paola! In effetti negli uffici a volte non ci si conosce bene…E io a volte non ho dato il meglio di me, lo ammetto.
      Ora però mi incuriosisci…Paola e poi??? Tipo l’iniziale del cognome??? Sono curiosissima!!! 🙂

  • Rispondi Anonymous 12 settembre 2012 at 17:28

    dopo più di dieci anni di lavoro nella’area risorse umane di una multinazionale americana, a contatto con decine di aziende (ho lasciato il lavoro per restare a casa con mio figlio) questo tipo di personaggi mi dà un fastidio che sconfina nella nausea.
    Per me lasciare quel tipo di lavoro è stato come purificarmi la mente: quei discorsi li ho fatti anche io, dovevo trovare nei c.v. i requisiti richiesti dalle aziende e quasi sempre il fatto di avere figli era considerato un handicap.
    Per la maggior parte delle aziende se hai un bambino rappresenti un problema, non una risorsa.

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