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Sguardi

14 aprile 2012
2 margarita al tramonto sul Malecon all’Hotel Riviera.
Era il 18 o 19 agosto del 2008. Io ero tornata da qualche giorno da un viaggio bellissimo a Cuba con la mia amica Francesca. Ero abbronzata come forse non ero mai stata (e non sarò mai più, credo). Ci eravamo divertite, ma soprattutto eravamo state bene. 20 giorni di relax totale, di chiacchiere, di moijto e margarita sulla spiaggia (c’è qualcosa di più buono di un moijto a Cuba?), di ipod, di case particular e di hotel nostalgicamente anni ’50, di una città maestosa e meravigliosa come non t’aspetteresti mai (Havana) e di spiagge di cui potresti anche fare a meno (Varadero). 20 giorni di ristoranti a casa delle persone, di racconti di persone felici ma anche rassegnate. 20 giorni di caldo folle e di piogge all’ora dell’aperitivo. 20 giorni anche per dimenticare gli ultimi tempi a Torino, burrascosi sia per me sia per lei. 20 giorni di amore folle per il Che, che a Cuba trovi ritratto in ogni posto, con quel suo sguardo così intenso, quel rolex che stona ma alla fine lo rende umano, e quell’aria di chi ci crede davvero. 20 giorni di slogan scritti ovunque, che all’inizio ti risvegliano la passione per la rivoluzione e ti spingono a fare il tifo per questo paese così fiero. Ma anche 20 giorni di chiacchiere con il popolo, quello vero, per capire che la realtà è molto diversa dagli slogan. 20 giorni di scambi ma anche di lunghi silenzi, con quell’immediato intendere le esigenze dell’altra che non è facile trovare con gli amici.
20 giorni che mi sembrava preludessero a qualcosa di grande, a una rivoluzione nella mia vita, ma che in quel momento mi sembrava difficile da capire.

Il lunedì dopo il ritorno ero tornata in ufficio. Non c’era ancora nessuno. Il mercoledì, o forse il giovedì, il 18 o 19 agosto, lui doveva rientrare dal Brasile. Ci eravamo scritti qualche messaggio, da normali colleghi che si chiedono come stanno andando le rispettive vacanze.
Eppure io quell’incontro lo aspettavo con un’impazienza particolare. 
Poco dopo le 9.30 scesi al suo piano. Lo vidi attraverso il vetro che separava il suo ufficio dal corridoio. Era abbronzatissimo (la Puglia nelle vene), e ovviamente aveva la camicia bianca. Mi sentii diventare di tutti i colori, e sperai che la mia abbronzatura nordica, che a confronto della sua sapeva di sanatorio di montagna, riuscisse a nascondere il mio viso fucsia.
E fu in quel momento che capii tutto. Ci scambiammo i soliti saluti e le frasi di rito, in un modo persino banale, ma gli occhi furono tutto fuorché banali. I nostri occhi, semplicemente, si agganciarono. 
Parlavamo del più e del meno e i nostri sguardi si appiccicavano per qualche secondo in più del normale, per poi ridividersi, per poi ricercarsi di nuovo e stare ancora uniti.
Mi sembrava quando al mare due gabbiani volano lontani, poi per un attimo si incontrano e volano vicinissimi, fanno un pezzo di strada insieme, per poi allontanarsi, fare qualche evoluzione e riavvicinarsi poco dopo.
Erano occhi agganciati che volevano dire cose meno banali di quelle che stavamo dicendo noi due. Era uno sguardo che a tratti diventava unico, indivisibile, che sapeva di futuro, immediato ma anche lontano e lontanissimo, di altre Cube e altri Brasili da vedere insieme, di cuori da aprire e di amore da inventare.
Oggi, dopo quasi 4 anni insieme, una casa, tanti progetti, tanti sogni e una bambina che ha il suo stesso viso, ho rivissuto quello sguardo. Con lei. Giocavamo tutti e tre insieme, e ad un certo punto ci siamo guardate. Ferme. I suoi occhi, quegli occhi così belli e così uguali a quelli del suo papà, si sono fermati dentro ai miei, e per un attimo abbiamo volato insieme.
E quello sguardo unico parlava di futuro, di giochi da inventare, di parole da dire, e di mille Cube e mille Brasili da vedere insieme.
La più bella – secondo me – delle foto del Che
p.s.: questo post partecipa al contest “Raccontatemi la vostra favola” di Sono una mamma non sono una santa (per fortuna) . Un blog bellissimo (con un titolo favoloso), di una vera Yummy Mummy!

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9 Commenti

  • Rispondi Cappuccio e Cornetto 16 aprile 2012 at 17:21

    Che meraviglia! Quante emozioni… anche per me/noi Cuba ha un posto importante nel cuore.. Ma che bello leggere la vostra storia!!

  • Rispondi Vale 17 aprile 2012 at 7:58

    Cuba ti entra nel cuore, vero? E non ne esce più.
    ps: a forza di raccontare la nostra storia, prima o poi il mio riservatissimo compagno mi lascerà :)))

  • Rispondi Anonymous 3 maggio 2012 at 11:29

    Quell’aperitivo io e te ad Havana, un futuro da costruire… un momento nel tempo indimenticabile….

    • Rispondi Vale 3 maggio 2012 at 12:56

      Vero? Che bello. Meraviglioso. Ma ci torneremo!!! 🙂

  • Rispondi norma jane 5 giugno 2012 at 16:52

    bellissimo sai!?
    anche nella nostra storia il brasile ha un posto particolare, infatti abbiamo dato a nostro figlio un nome brasiliano!
    bellissimo racconto, grazie!

    • Rispondi Vale 5 giugno 2012 at 18:02

      Prego e grazie a te per l’iniziativa molto bella!
      ps: mi sa che ci vediamo sabato a mammacheblog, no?

    • Rispondi norma jane 6 giugno 2012 at 19:19

      si ci sei anche tu?! che bello!!

  • Rispondi Anonymous 9 maggio 2013 at 10:59

    wow che bel post! l’ho riletto ora che ho prenotato le vacanze a Cuba, non vedo l’ora di partire…

    a presto Vale, sei bravissima e ti leggo sempre!
    Marco Rappazzo

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 9 maggio 2013 at 11:26

      Grazie Marco!!! Bella Cuba!!!! Vedrai l’Havana: è un posto meraviglioso!
      Un abbraccio!

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