ferie giorni mamme mammità nido

Lei, la musica di Jamiro e un giorno speciale.

12 aprile 2012
Quando hai un lavoro (che ami moltissimo) che ti occupa 9-10 ore al giorno e sei anche mamma, capita che tu ti perda qualcosa della vita tua e della tua famiglia.
Capita a volte, però, che tu abbia un giorno di ferie da passare a Torino perché invece di essere al mare, come programmato, sei tornata prima causa pioggia.
E capita che quel giorno tu faccia delle scoperte incredibili.
Dopo una giornata passata a fare tutte le commissioni rimandate negli ultimi 6 mesi, vai a prendere tua figlia al nido a piedi, mezz’oretta di strada, e ti commuovi quando lei, sorpresa al vedere te e non la baby sitter come al solito, ti guarda senza parole con quegli occhi felici (lei sorride con gli occhi, meravigliosa) e la bocca chiusa di chi non sa cosa dire perché troppo emozionata.
E poi ti scoppia il cuore quando ti abbraccia dicendoti “mamma, sei la mia mamma!”, e ti chiedi perché questi momenti li debba vivere una persona che non sei tu.
Poi esci e scopri (perché te lo dice una maestra) che tua figlia normalmente gioca nel cortile della chiesa davanti al nido, quindi la porti lì, e ti si blocca per un attimo il cervello quando la mamma della sua migliore amica ti dice “Che strano vedere Guia con la mamma: la vedo sempre con Anna”. Non sai se insultarla o insultare te stessa perché non cerchi, almeno a volte, di uscire prima dall’ufficio.
Ti rendi poi conto, una volta comprato il chupa chups all’aranza (ma tutti sappiamo che è alla fragola), che l’altro suo amichetto, anche lui lì a giocare, non sa nemmeno cosa sia, e che quindi hai reso un altro bimbo schiavo dello zucchero. Con buona pace della sua mamma, ovvero una delle tue migliori amiche, che ti vorrebbe uccidere.
Scopri che tua figlia tecnicamente sta limonando: lei e Tommaso, sulla musica di Jamiro sparata a palla dal bar davanti alla chiesa, stanno ballando e piroettando, e ogni tanto si scambiano il chupa chups: sembrano due adolescenti sul cubo che si scambiano il drink.
Quando è ora di tornare a casa capisci che la tua bimba, dopo una giornata di nido, non camminerà fino a casa, e quindi tu, che non prendi un bus dal ’95, chiedi alla mamma di Rebecca: “ehm…scusa, io so che Anna e Guia tornano sempre in pullman…sapresti dirmi quale prendono?”, e quindi ti ritrovi alla fermata del 15 con un biglietto in mano e ovviamente un altro chupa chups, perché il primo sembra una pecora per la quantità di polvere che ha raccolto stando in mano a un essere giocante e soprattutto rotolante.
Scopri anche che sì, Guia prende ogni giorno il tram, ma non è che proprio abbia capito come si sta in piedi: pensi che basti tenerti alla sbarra e tenerla per mano, fino a quando, alla prima frenata, la vedi partire verso la cabina del conducente, con le urla disperate della signora lucana (ma quanto è incomprensibile il dialetto lucano?) che già la immaginava spiaccicata contro il vetro, ma che si dimentica che i bambini sono di gomma (fino a prova contraria, e chissà poi fino a che età, chissà a che età si diventa di carne ed ossa). Fortunatamente poco dopo la signora scende e tu puoi farla sedere sul seggiolino giallo, mentre tutti i vecchietti attorno cercano di farla sorridere e di farle le domande di rito tipo “quanti anni hai? come ti chiami?”, ma lei, as usual, guarda tutti con aria diffidente e manco sotto tortura risponde. Nonostante il suo sangue misto nord-sud-centro, lei alla fine è piemontese, e con le persone che non conosce non ci parla. Eccheccaspita.
Poi scopri che durante la settimana, mentre tu e altre centinaia di persone state chiusi in un ufficio in collina, a Torino succedono un sacco di cose: i no tav ormai hanno occupato Piazza Castello e probabilmente ci dormono pure, sui pullman gira un tizio strano vestito da clown che si propone per le feste dei bambini (ma che a Guia fa una paura pazzesca), in via Garibaldi c’è un fiume di gente che ti fa pensare “ma questi cosa fanno nella vita?”, e persino la pioggia che imperversa in tutta Italia, qua passa e fa spuntare il sole.
Finalmente arrivi a casa, e hai una stanchezza addosso che ti farebbe solo venire voglia di lanciarti sul divano, e allo stesso tempo ti rendi conto che questa stanchezza, non mentale ma fisica, ha un sapore diverso da quella di tutti i giorni. Ha il sapore di quei giorni in cui in montagna con la tua famiglia arrivavi in cima dopo una camminata, o di quando facevi la barista tutta la notte e andavi a dormire esausta alle 7 del mattino, o di quando da piccola sciavi tutto il giorno e poi, a casa, in dolcevita e calzamaglia, facevi merenda con the e biscotti e dicevi ai tuoi genitori “sono stanca ma felice”.
Ci sono giorni in cui questa stanchezza, gli occhi sorridenti di tua figlia, il dialetto lucano della signora, lo sguardo folle del clown sfigato, il chupa chups pecorella, l’emozione senza parole dell’incontro all’uscita del nido, semplicemente ti riempiono il cuore. E non vorresti mai uscire da quei giorni.

Ti potrebbe interessare anche

4 Commenti

  • Rispondi Francesca 26 marzo 2013 at 0:33

    Cara vale, una curiosità , ma quando hai scritto questo post, in fondo al tuo cuore, la tua scelta l’avevi già fatta?!

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 26 marzo 2013 at 0:41

      …cara Francesca…bella domanda. Tecnicamente no: non avevo assolutamente deciso e, anzi, ad aprile (quando ho scritto questo post) ero ancora convinta che avrei lavorato tutta la vita in quel modo. Però forse in fondo al cuore qualcosa, magari a livello inconscio, aveva cominciato a muoversi…Forse avevo già capito che qualcosa non andava…In effetti rileggere i post di quel periodo mi fa un po’ impressione! 🙂

  • Rispondi Taikomama 7 giugno 2013 at 12:23

    Io leggendo questi post sto scoprendo un mondo…
    Perché per 40 anni, prima di diventare mother, ho sempre schifato il lavoro, soprattutto il lavoro d’ufficio, questa cosa violenta che mi strappava allo yoga, al pianoforte, alle scampagnate, alla gastronomia, allo studio del tedesco, alla siesta, alla creazione, alla lettura di libri belli per ore e ore, alla libertà di proteggere il pianeta… Mi faceva soffrire la luce potente accesa tutto il giorno nelle belle giornate di sole, e tutti gli sprechi tipici degli uffici. Mi facevano soffrire le pallosissime quanto inutili riunioni che mi tenevano lontana da un bel pomeriggio al parco ad ascoltare dei giovani musicisti emergenti o a seguire il volo delle anatre che poi planavano sull’acqua del laghetto.
    Ho sempre visto i miei colleghi (e tutti quelli che vanno al lavoro senza soffrire) come delle persone a cui le aziende (e la società) sono riuscite a fare il lavaggio del cervello, riuscite a far credere che sono importanti, che quello che fanno è importante, e che la loro vita, la loro giornata, è bello e giusto che venga dedicata quasi interamente a questo.
    Mi sono sempre licenziata dopo massimo un anno, non ce la facevo proprio.
    L’ultima volta, appena ho saputo di essere incinta. Subito.
    Non rimpiango niente, ho sempre passato tanto tempo con i miei bambini, giorno e notte, e certo mi fa un po’ disperare questa povertà, questa incertezza su come vivremo adesso che il mercato del lavoro mi respinge (il padre può passarci solo 300 euro al mese, e a volte neanche quelli), però leggere questi tuoi post mi fa capire che va bene così. Tutti i bei momenti che descrivi io me li sono bevuti con avidità e sono contenta di esserci stata in tutti i “passaggi chiave” (ho solo rosicato un po’ quando la mia secondogenita ha fatto i primissimi passi a casa della nanny, grrrr!).
    Sei molto coraggiosa, non certo per aver abbandonato il lavoro (per quello ci hai perso pure tempo, hehehehe! Un solo figlio e un compagno con stipendio suonano come un sogno per me!), ma per come tiri fuori pubblicamente queste cose e per come sei onesta con te stessa e davanti al mondo. Poche persone riescono ad ammettere errori, debolezze, momenti di confusione.
    Voglio cercare, come molte di noi, la mia via professionale che possa conciliare bisogni concreti con competenze ed esigenze di noi tre.
    E le tue parole sono una bella spinta. Grazie!

    • Rispondi Vale - Bellezza Rara 8 giugno 2013 at 9:08

      Grazie a te per il tuo racconto! A me stare lontana dall’ufficio sta insegnando moltissime cose…e sono d’accordo al 100% con tutto quello che scrivi (nelle aziende si creano certe alienazioni…). Ho perso già troppi momenti fondamentali (dagli 8 mesi ai tre anni di Guia)…non voglio perderne altri! Ciao! 🙂

    Lascia una Risposta