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Fate la storia senza di me

18 aprile 2012
Albertino non te lo scordi facilmente. Lo senti parlare attraverso la bellissima voce di Fabrizio Gifuni, vedi le sue foto in bianco e nero, guardi i suoi occhi da ragazzino impertinente e ti rendi conto che non te lo scorderai mai.
Ascolti le parole della sua mamma, una donna incredibile che, pur avendo già figli, contro il volere del marito, tanti anni fa decise di adottare un 13enne che stava in un istituto psichiatrico infantile. La guardi mentre fuma una sigaretta e ti racconta con serenità una storia che è stata molto più tragica che serena.
Vedi, anche se non parla mai nel film, l’immagine del papà, che nonostante tutto si staglia importante durante tutti i 50 minuti, perché evidentemente, dopo la diffidenza iniziale, lo amò come e forse più di un figlio.
Vedi le immagini di una Torino bellissima e al tempo stesso pericolosa, di piombo.
Inizi sapendo già tutto, la voce narrante parla del funerale, e quindi sai perfettamente che a 33 anni Albertino morirà. Ma non c’è un momento in cui tu non desideri che questo non sia un documentario, sia un film, e magicamente il finale cambi. Anche quando si parla di processi, di droga, di furti. 
Forse è la fortuna di chi ha una faccia da schiaffi come aveva lui. Forse quell’aria da sbruffone piena di tenerezza ti arruola subito, ti fa fare immediatamente il tifo per lui. 
Il fatto è che gli vuoi bene dall’inizio. Perché non puoi accettare che ci sia stato un tempo in cui i bambini ritenuti psicotici venivano legati ai termosifoni e lasciati lì per ore. Non puoi accettare che ci sia un posto, Villa Azzurra, a Grugliasco, a due passi da Torino, dove ai bambini si faceva sistematicamente l’elettroshock. E, pur nella loro perfezione, quelle riprese che inquadrano i disegni di Gianduja e Giacometta sui muri scrostati di quello che rimane di quel manicomio sono faticose. Faticose, ma allo stesso tempo ti fanno venire voglia di sapere di più, di capirne il perché, di capire quale scienza potesse giustificare ghetti del genere.

E non riesci a non amare Albertino anche quando la sorella racconta con grande lucidità tutti i suoi casini, tutto il suo scappare, costantemente, così come era scappato dall’orfanatrofio, a piedi nudi nella neve, nella prima delle sue tante fughe.
E vedi la storia di quegli anni così difficili sfilare davanti alla telecamera, vedi le facce delle persone che ci credevano, senti racconti tremendi come quello dell’Angelo Azzurro, ascolti le sue parole dal carcere, a volte tristi, a volte preoccupate, ma sempre, costantemente ironiche. E lo immagini bambino scatenato, poi ragazzo ribelle, fino a sentire quella frase “fate la storia senza di me”, che probabilmente per lui voleva essere una svolta, e che invece, forse, ha segnato la fine.
In ognuno dei volti intervistati, anche nei più seri, non trovi mai aria di rimprovero. Tutti ne parlano come potrebbero parlare di un figlio. O di un fratello. Il primo datore di lavoro, l’amico del circolo Barabba, la quasi-fidanzata che gli scriveva le lettere in carcere.

E la mamma, questa mamma così bella, così torinese, così segnata, così mamma.
Grazie a Mirko Capozzoli, regista giovane e bravissimo, che ha avuto la voglia e la passione di studiare tutta la storia. E grazie a Ines Vasiljevic, Paolo Trombetti e Simone Morandi per averci creduto. E per avermi fatto conoscere Albertino in una bellissima notte di Venezia.

ps: il libro+dvd di Fate la storia senza di me si trova in libreria e anche qua.

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2 Commenti

  • Rispondi Andrea Raimondi 20 dicembre 2012 at 17:34

    Ho visto libro e dvd in una libreria di Torino, la scorsa settimana, per caso, e ha attirato la mia attenzione. Non li ho comprati, ma ora me ne pento!
    Questo post mi ha convinto dell’errore: appena posso rimedio e acquisto libro e dvd!

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