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Le più belle colazioni – 2

10 novembre 2011
Ovviamente a New York.
Tranne una volta, io a NY sono sempre andata per lavoro, quindi questo voleva dire grandi alberghi, alcuni molto belli, altri grandi e basta. Ma ogni volta voleva dire super colazioni.
Se penso alle due parole “colazione” e “NY”, me ne torna una in mente in particolare. Eravamo all’Hudson, ed era giugno. Come al solito noi tre: colleghi, ma soprattutto amici. La sera prima eravamo stati in qualche rooftop imprecisato a midtown, alla festa di Ghostbusters. Avevamo ballato, con i nostri drink in mano, in piedi sulle panche, al ritmo della canzone del film (quella originale, quella degli anni ’80), con il cantante vero, di cui non mi ricorderò mai il nome, forse più brillo di noi. C’erano tutti quelli della fiera, tutti simpatici e tutti convinti di non voler parlare di lavoro. Ancora prima avevamo preso un aperitivo in hotel, a quel quindicesimo piano al quale la sera prima avevo visto un tizio dare l’anello alla fidanzata. Buffa la vita: avevo il timore di avere un top troppo scollato e avevo paura che il nuovo collega arrivato potesse scandalizzarsi. Cinque mesi dopo ho capito che quel collega era (ed è) l’uomo della mia vita, e otto mesi dopo abbiamo concepito Guia.
Avevamo preso un aperitivo, dicevo, sperando invano – come sempre – che il moijto americano fosse uguale a quello italiano. E sperando (altrettanto invano) di mangiare qualcosa alla festa degli acchiappafantasmi. In realtà bevemmo e basta.
Quella notte c’era la nebbia, quella nebbia che solo il caldo di NY riesce a creare quando cala il sole. E c’era la musica, c’era la leggerezza di chi ama viaggiare, la consapevolezza di essere fortunati, e la forza e il senso di accoglienza e di unione che ti regala il far parte di un dream team.
Il sapore del succo d’arancia di quella mattina. La raucedine di chi ha fumato un pacchetto di sigarette e cantato a squarciagola. I grattacieli di NY che spuntano sopra le nostre teste, che potrebbero anche darti un senso di soffocamento, se non fossi innamorata di questa città.
Quell’aria fresca di NY che alle otto del mattino ti sta regalando un po’ di quiete prima del caldo afoso di giugno.
Il rumore dei clacson e delle macchine, quel rumore di macchine con il cambio automatico, così tipico di quelle strade.
La stanchezza della serata e la consapevolezza di voler e dover (e poter) dare il meglio in quella giornata di negoziazioni all’ultimo sangue. La serenità di chi ama il proprio lavoro e si diverte nel farlo, e quando farlo vuol dire farlo a NY, beh, cosa c’è di meglio?
Il vago senso di stordimento del fuso orario che se magari non andassi a bere moijto e a balllare alle feste, magari non ce l’avresti.
E i bagel con cream cheese, quando vuoi stare leggera, e le eggs benedict quando vuoi fare sul serio.
E alla fine di tutto, il caffè americano, quello che ti piace veramente, non perché non c’è alternativa, ma proprio ti piace, fa telefilm, fa boccione d’acqua al commissariato, fa USA.
E il gusto del caffè con ancora il ricordo dell’arancia. E poi una sigaretta. E poi via, a prendere il taxi. Felice.

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