giovedì 29 gennaio 2015

Un animale strano


Ci siamo svegliate nello stesso letto.
Mi ha guardata nel buio, le ho detto «Oggi non devi andare a scuola, puoi dormire ancora un po'».
«Ma io veramente mamma non ne ho voglia».
Ci siamo arrampicate sugli sgabelli, abbiamo fatto colazione senza guardare l'ora ogni due minuti, e poi, con calma, siamo andate a fare il «bacino».
«Vaccino, Guia. Si dice vaccino».
«Ah sì, baccino»
È entrata nella stanza insieme alla sua timidezza, e con lei ha fatto lo sguardo forte, anche quando il medico le ha detto «Questo forse ti farà un po' male».
Non ha più detto nulla, se non «Arrivederci», sussurrato, portandosi via il suo diploma di coraggio di Rapunzel.
Siamo andate in uno dei miei bar preferiti, si chiama Bicerin, abbiamo fatto un'altra colazione, una delle proprietarie le ha regalato due gianduiotti e poi, uscendo, abbiamo sentito le campane della Consolata.
«Andiamo a salutare Gesù?»
Abbiamo acceso una candela e poi di nuovo fuori, sotto il cielo quasi azzurro di Torino.
Abbiamo ascoltato lo streaming dello scrutinio per il Quirinale.
«Ma chi è Bianca?» mi ha chiesto alla fine.
Abbiamo giocato sedute per terra un metro l'una dall'altra: lei con il suo puzzle, io con le mie mail.
Ci siamo arrampicate di nuovo sugli sgabelli poco fa, per cena.
«Mamma, puoi chiedere alle cuoche della scuola la ricetta per fare la minestrina?»
«In che senso, scusa? La ricetta del brodo?»
«Sì. Il loro è più buono. Ma mangio anche questo, eh»

La felicità è un animale strano che si nasconde nelle giornate semplici.

mercoledì 14 gennaio 2015

Perché viaggiare


Siamo tornate a casa. Lasciare Parigi non è mai facile, e questa volta è stato quasi doloroso. Sul treno ho detto a una splendida ottantacinquenne parigina che mi piacerebbe essere anche francese.
Mi ha risposto «Lo siete stati tutti, in questi giorni. Grazie».
Abbiamo cambiato due tgv, ci sono stati problemi tecnici, e il viaggio è durato un'eternità. Guia guardava i suoi film e io le nuvole fuori dal finestrino. E pensavo che poter viaggiare è una grandissima fortuna. È un'ovvietà, lo so. Ma poi a un certo punto bisogna rendersi conto delle fortune che si hanno, e ringraziare chi te le regala (pure se stessi, a volte).

Ho cominciato a viaggiare da piccola. I miei genitori ci caricavano sulla macchina e partivamo. Francia, Germania, Svizzera. Senza prenotare nulla, solo con una cartina e un percorso evidenziato. A volte arrivavamo a sera e ancora non avevamo trovato un albergo. E magari eravamo in tre, quattro famiglie. Ricordo il genitore di turno uscire dall'hotel e fare un cenno come a dire «Niente, tutto pieno anche qua». E per me quella era la vera avventura, il brivido del pericolo, le risate fra noi ragazzi che sapevamo bene che alla fine un letto l'avremmo comunque trovato.

Diventata grande, ho continuato a fasi alterne a viaggiare. Non sono stata sempre - purtroppo - una di quelle ragazze con lo zaino in spalla: troppo pigra, forse. O forse a volte troppo attratta dalle amicizie, dal fidanzato del momento, dalle comodità.
Però un po' ho viaggiato, anche da sola. E quei viaggi da sola sono forse il ricordo più intenso della mia giovinezza (ho scritto giovinezza? ecco, sono anziana).
Ora che sono mamma tremo all'idea che Guia possa un giorno partire da sola per il Brasile o per gli Stati Uniti, eppure quelli sono stati i miei giorni più speciali.
C'è qualcosa di intenso e profondo nel vedere un paese senza un compagno di viaggio: c'è il silenzio. C'è che sei più attenta a ciò che ti capita attorno, e hai più voglia di parlare con la gente che incontri.

Più di tutto, di un viaggio mi piacciono le voci. Lo spagnolo cantato di Cuba, l'inglese speciale di New York, il francese di Parigi che è sempre troppo veloce per me.
E le facce. La forma degli occhi, e tutto quello che sta dentro lo sguardo di una persona che vive a migliaia di chilometri da te.
E poi le imperfezioni. Le sbavature che esistono in ogni luogo del mondo, e che lo rendono il quadro perfetto che è.
E mi piace anche quel momento in cui comincio a sentire la voglia di casa, e mi sento così italiana, perché ho voglia di pasta. Come dopo quei viaggi con i miei genitori, quando tornavamo e la mia mamma cucinava sempre, puntualmente, la pasta. Ed era ogni volta la pasta più buona della mia vita.
Mi piace sentire la mancanza del mio Paese: è un sentimento che ha qualcosa di romantico e struggente, anche se so che una volta a casa sentirò la mancanza del viaggio.
Mi piace quando vedo le cose belle di un posto o di un popolo (che meraviglia l'unità dei francesi in questi giorni) e le desidero per l'Italia e allora mi ritrovo a pensare a cosa potrei fare perché ciò accada. Un po' come fa Guia quando mi chiede come farà a Torino, senza le sue amatissime carote del Monoprix di Parigi.
Mi piace pensare che viaggiare possa servire non solo ai miei album di foto ma anche a migliorare il luogo in cui vivo e le persone che amo.

Dicono che viaggiare apra la mente.
Non credo sia sempre così. Apre la mente solo se a quella mente togli il lucchetto. Se lasci fuori dalla valigia cliché e pregiudizi, e se viaggi proprio come fanno i bambini: osservando, con gli occhi spalancati, senza retropensieri. È un esercizio difficile. È sempre un esercizio difficile tornare bambini.

A volte mi arrabbio. Ieri in treno due italiani parlavano male dell'Italia. Ne avevano per tutti, dai politici alla gente comune. Il signore americano accanto a me voleva leggere e le loro voci lo infastidivano. La moglie aveva lunghi capelli grigi e mi ha chiesto cosa stessero dicendo. E poi mi ha detto «Che peccato criticare il proprio paese, don't you think?». È un peccato, sì. È un peccato se alle critiche non corrisponde la voglia di migliorare le cose. È un peccato, ma smettere è un altro esercizio difficile. Eppure è un esercizio di vitale importanza per il nostro futuro.

Se mi chiedessero che cosa mi ha regalato il viaggiare in tutti questi anni, non avrei dubbi: mi ha fatto capire che non esistono terre perfette e non esistono civiltà superiori. Ci sono bellissime e orrende imperfezioni, e ci sono popoli e culture che hanno costruito e costruiscono ogni giorno - con fatica, sbagliando e rialzandosi - la storia dei loro paesi, ma soprattutto ci sono persone che possono sempre, anche quando sembra impossibile, cambiare e migliorare il futuro dei loro figli.

giovedì 8 gennaio 2015

Gli unici sorrisi


Pioveva stamattina a Parigi. Ho pensato «Peccato, proprio oggi». Poi però la pioggia nel pomeriggio si è congedata e ha lasciato il posto a un'aria quasi tiepida.
Con quell'aria, con quel profumo strano di primavera, sono arrivata in place de la République alle 18. C'era anche Guia con me, e c'era la mia mamma.
Mi piace quando siamo noi tre insieme, tre generazioni, una nata negli anni '40, una nei '70 e una nel nuovo millennio. Chissà quale delle tre è nata nell'epoca peggiore. Sono giorni che me lo chiedo, da ieri ancora di più.
Le ho lasciate ai margini della piazza, non volevo che Guia, con i suoi cinque anni, mi seguisse in mezzo alla folla. Ho detto alla mia mamma «Vado a vedere e fra due minuti torno».
Non sono tornata dopo due minuti. Sono rimasta incantata.
Incantata a guardare le facce delle persone attorno a me. Incantata a guardare la scritta Liberté sulla statua in mezzo alla piazza, e attorno a quella scritta mille altre. Je suis Charlie. E tantissime matite e penne verso il cielo, il fumo delle sigarette, i flash delle fotocamere.
Ma soprattutto, il silenzio. Un silenzio sofferente, composto e orgoglioso. Un silenzio che ogni tanto veniva interrotto dai cori: Nous sommes tous Charlie, Charlie n'est pas mort, Liberté d'expression.
E poi la Marsigliese. Cantata da tutti, quasi urlata.
E io a quel punto mi sono guardata attorno perché ho il cuore di burro, o forse sono troppo latina, non so, ma piangevo e volevo guardarli negli occhi tutti quei francesi.
La ragazza al mio fianco aveva le mie stesse lacrime sulle guance.
La bambina davanti a me, avrà avuto al massimo dieci anni, stava sulle punte per tenere in alto, in altissimo, il suo cartello. Je suis Charlie.
Mi è venuta in mente una scena di ieri, poco dopo l'attentato. Ero uscita di casa per osservare la mia Parigi, per capire come stesse. Come quando un'amica sta male e vai a trovarla, con il cuore in gola.
Ero andata verso la Bastiglia, una Bastiglia strapiena di auto della polizia. Faceva freddo, e in più sembrava tutto ghiacciato, tutto cristallizzato: le espressioni delle persone, i telefoni tra le mani, e nessun sorriso, nessun suono a parte le sirene, senza sosta.
Avevo deciso di tornare a casa quando ho incrociato gli unici esseri sorridenti. Erano tre ragazzini con gli zaini sulle spalle, erano usciti da scuola, si rincorrevano e ridevano. Uno aveva la carnagione più scura degli altri. Erano francesi, tutti e tre. E giocavano. Di sicuro avevano saputo, ma semplicemente, giocavano.
Come quando vai a trovare un'amica malata, appunto, e la vedi sorridere, e tu ricominci a sperare. Quei tre ragazzini sono stati il sorriso della mia amica Parigi.

giovedì 1 gennaio 2015

Capodanni


C'è questa cosa che mi stupisce ogni anno, proprio intorno a Capodanno, ed è questo continuare a urlare al mondo che dei festeggiamenti* a nessuno importa nulla, e che stare a ballare facendo il conto alla rovescia e stappando spumante è stupido inutile assurdo noioso.
Ecco, ogni anno io mi chiedo: ma perché? Cioè: è così necessario dire a tutti che del Capodanno non ci frega nulla e che quelli che festeggiano sono degli sfigati?
Io non vado a una festa il 31 di dicembre da tanto tempo, da prima ancora di diventare mamma, non sempre per scelta, spesso perché non ho avuto voglia di lasciare Guia a casa, altre volte perché non c'erano alternative interessanti, altre ancora perché sono andata in viaggio da qualche parte, e insomma, mi è capitato di non andare a feste con cappellini in testa e bicchieri pieni di bollicine.
Però.
Però mi ricordo con amore le feste in montagna quindici anni fa, con un metro di neve sulle strade, quelle feste in cui andavo dopo aver lasciato il piumino in macchina, stando poi in coda davanti alla discoteca con addosso solo un abitino bianco corto con le spalline che ora probabilmente mi potrebbe fare da scaldapolpaccio, rischiando di morire di polmonite la mattina dopo.
Mi ricordo benissimo quel Capodanno in cui ho lavorato come cameriera a una festa fuori Torino con tutta gente sconosciuta se non quel ragazzo che adoravo, e quei balli, alla fine, con l'alba che si arrampicava sulle vetrate, io, gli altri camerieri e lui, e sì, anche il trenino cantando AEIOUY, quello che ora non faccio nemmeno se mi pagano, ma si sa, quando sei una ragazzina innamorata faresti qualsiasi cosa.
Mi ricordo anche quell'altro Capodanno, quello con Sabrina e Simonetta, noi tre attorno a un tavolo a giocare a Trivial e a mangiare lenticchie, ognuna con il cellulare accanto e un nome in rubrica che avrebbe dovuto inviare un messaggio, e quella sindrome da telefono che, se vissuta insieme, fa ridere quasi alle lacrime.
Mi ricordo (e chi non se lo ricorda?) il Capodanno del 2000, con i miei genitori, mia sorella, mio cognato e i miei zii a Parigi, e quella camminata infinita dall'Arco di Trionfo al Marais in mezzo al gelo, e io arrabbiata nera con i miei perché non trovavamo nessun mezzo di trasporto per tornare a casa (che vuoi che siano due passi? Vale, cammina!), e gli Champs-Élysées pieni di luci e di sconosciuti che si abbracciavano e si baciavano.
Mi ricordo le primissime feste con Valeria, quelle in cui andavamo con l'ordine di tornare a mezzanotte e mezza, proprio quando tutti cominciavano a festeggiare, e io non so se ho mai vissuto momenti più intensi e divertenti di quei dieci minuti dalle 00.20 alle 00.30.
Mi ricordo l'eccitazione del truccarsi e del vestirsi, e anche quel periodo in cui andavano di moda i brillantini sulle palpebre e sugli zigomi, e i miei occhi che brillavano, ma forse non solo per i brillantini.
Mi ricordo con immenso amore quel secondo Capodanno io e lui, e Guia minuscola dentro la sua culla, un vassoio enorme di sushi ma senza spumante perché stavo ancora allattando, e quell'anno che stava nascendo davanti al nostro mondo ancora tutto in costruzione, illuminato solo dalla luce della tv accesa e dai piccoli versi di una neonata con gli occhi profondi.

Mi ricordo Capodanni pieni di allegria e Capodanni silenziosi, e ognuno di loro è stato un momento della mia vita e io so perfettamente che il 31 dicembre è una notte come ogni altra, ma c'è questa cosa speciale di quando le persone, tutte insieme, nello stesso momento, festeggiano e alzano lo sguardo e i bicchieri verso il cielo, che mi emoziona, ogni anno, e mi fa pensare, semplicemente: perché no?

*Precisazione: per "festeggiamenti" non intendo "botti": quelli li ho sempre odiati e li odierò sempre.

mercoledì 31 dicembre 2014

Chiudere e aprire gli occhi


Chiudere gli occhi davanti alle parole e alle immagini che andavo a leggere e vedere solo per il gusto di farmi del male.

Chiudere gli occhi per un attimo, e riaprirli davanti alle immense fortune della mia vita.
Sgranarli per osservare meglio i riccioli di mia figlia, i sorrisi dell'uomo che amo, gli abbracci della mia famiglia e dei miei amici.
Aprirli per accorgermi delle buone notizie, dei sogni che ho realizzato e dei sogni che devono ancora schiudersi ma sono lì, a due minuti da me.
Aprirli per imparare qualcosa ogni giorno, come quando ero piccola ed ero felice quando riuscivo a leggere le prime parole sui cartelli e sulle pubblicità. Un piccolo passo alla volta, come i bambini, senza l'arroganza degli adulti che pensano di poter sempre correre da soli.
Dire grazie rivolgendo lo sguardo verso il cielo, perché quel grazie possa volare su fino alle nuvole, dove stanno i desideri e le preghiere, e dove tutto può trasformarsi e diventare realtà.
Tenerli bene aperti, i miei occhi, per poter vedere chi ha bisogno d'aiuto, e per cominciare finalmente a fare qualcosa, smettendo di dire che da domani farò di sicuro qualcosa.

Cercare di rinascere bambina ogni giorno, e di amare il mondo con l'irruenza e la tenerezza della bambina che ho sempre al mio fianco.

Auguri, di cuore. Che questo 2015 possa essere un po' bambino per tutti.

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...