essere expat

    Un anno

    28 giugno 2016

    Unanno

    Un anno fa, esattamente il 29 giugno, siamo partite, siamo salite su un treno che ci avrebbe portate a Parigi e poi su un altro per Lussemburgo. C’era Guia, c’era la mia pancia di otto mesi, e c’era Patty, la baby sitter che ci ha accompagnate fino a là ed è restata qualche giorno per aiutarci a dare il via a tutto. E c’erano i miei genitori alla stazione, alle sette del mattino. Non mi avevano detto che sarebbero venuti, li ha visti Guia per prima, è corsa dalla nonna e l’ha abbracciata. Si è girata e mi ha chiesto «Vengono anche loro?», e io ho detto «No, non vengono anche loro», e dopo mesi di «Wow, che bello, ci trasferiamo, non vedo l’ora», tutte le lacrime mi sono risalite su, dal cuore, e si sono piazzate lì, in quel precipizio degli occhi dal quale non le ho fatte cadere finché il treno non è partito. Avere più di settanta anni e alzarsi alle sei del mattino giusto solo per salutarsi. Questo è l’amore, ho pensato entrando nel buio della prima galleria.

    È stato un anno bello, impegnativo, difficile, pieno di cose: una casa nuova, un mini giardino che non ho ancora imparato a gestire, centinaia di chioccioline che trovo ovunque e che se non so come gestire un giardino figuriamoci le chioccioline, una bambina, un romanzo, tanti amici e amiche, poco sole, tante nuvole, arcobaleni in technicolor mai visti prima (quanto sono anni ’80 a scrivere technicolor), molta nostalgia e il sushi il sabato sera tutti insieme.

    Ho avuto la tutosi, che mi è durata fino a qualche mese fa, una malattia che ti prende quando arrivi in un posto nuovo e in più hai appena partorito e hai ancora molti scatoloni chiusi in cantina, quindi la tuta è l’unico indumento che puoi pensare di indossare, tanto chi se ne frega, nessuno ti conosce, e poi anche le star americane se ne vanno in giro per Los Angeles in tuta, vorrei capire perché io no. Capisci perché tu no quando cominci a farti delle amiche, e soprattutto ti rendi conto che non abiti a Los Angeles ma in una città di 100.000 abitanti in cui di sicuro se esci anche solo a comprare una baguette incontri qualcuno.

    Ah, le baguette. Quel momento meraviglioso in cui trovi la baguette calda, esci dalla boulangerie e anche se hai appena fatto colazione le addenti il sedere e pensi che tanto è solo un pezzo di pane, che sarà mai. Arrivi a casa, guardi la metà che ti è rimasta in mano e pensi «Meno male che abbiamo i cracker nella dispensa».

    Ho conosciuto tante persone nuove, persone che in poco tempo sono diventate amiche, perché la magia dello stare lontana dalle tue radici è che con i rami ti viene da abbracciare chi incontri in questa nuova dimensione, e allora noi – noi del caffè il giovedì mattina, noi del pranzo il mercoledì, noi del bookscafè, noi vicini di casa e tanti altri noi – siamo diventati subito amici, ed è nata una confidenza speciale, quella confidenza di chi come te sta ricominciando tutto e ha bisogno di abbracci nuovi.

    Sono diventata campionessa mondiale del sorrisetto neutro quando non capisci assolutamente nulla di ciò che dice l’altro, e chissà quante volte mi hanno detto cose gravissime o importanti in quella lingua strana a metà fra il tedesco e il francese e io, con l’espressione di un’attrice di fotoromanzi, ho risposto «Oui, au revoir» e me ne sono andata.

    Ho guardato foto e video di Torino passare su Facebook e Instagram ogni volta sospirando come un’innamorata quindicenne, e mi sono accorta che quella frase di Modugno che scrivevo sulla smemo tanti anni fa è ancora più vera quando ami una città: la lontananza sai è come il vento, spegne i fuochi piccoli ma accende quelli grandi, e ogni ritorno è stato emozionante, profondo, intenso. Ma la cosa bellissima è che ogni volta sono ripartita da lì, dall’Italia, pensando «Ma io che ci torno a fare laggiù?», e ogni volta, sentendo le ruote del carrello posarsi sulla pista dell’aeroporto di Findèl, ho pensato «Che bello, sono a casa».

    A casa, sono a casa qua, non l’avrei mai detto ma è bastato un anno. Forse siamo tutte chioccioline, forse la casa ce la portiamo sulle spalle, e bastano degli abbracci, qualche risata e una baguette per essere felici.

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