viaggi

    Una cosa bellissima che non racconterò

    25 novembre 2016

    Sono cresciuta in una famiglia in cui a un certo punto dell’anno si partiva. La sera prima i miei genitori si trovavano con gli amici, facevano tardi davanti alle cartine e alle guide, e la mattina, sempre fra le 6 e le 7 – non ho mai capito perché così presto – salivamo tutti in macchina e partivamo.
    Germania, Francia, Svizzera, Austria: ci arrampicavamo su per le montagne e andavamo a vedere ogni anno un posto nuovo, ma non era tanto questa la cosa meravigliosa. Il bello era l’avventura. Non prenotavamo mai gli hotel, sapevamo solo che ci saremmo fermati in determinati paesi o città e una volta arrivati entravamo in ognuno e chiedevamo. E non era nemmeno facile trovare le stanze: a volte eravamo in 8, altre in 12 o 15.
    Lì, in quei luoghi, ho imparato a mangiare più o meno tutto. Lì ho imparato a cercare di andare d’accordo con i compagni di viaggio (non riuscendoci sempre). Lì ho conosciuto la bellezza del rotolare su una strada, non tanto attratta dalla meta, quanto da ciò che sta oltre i finestrini.

    Conosco Marta Ciccolari Micaldi, aka la McMusa, da qualche anno. Con lei ho studiato la letteratura dell’Illinois, poi quella del Pacific Northwest (Carver <3 ) e poi quella della Louisiana. Con lei e con Xplore America finalmente sono riuscita a partecipare a un viaggio dei Bookriders a ottobre, proprio in Louisiana.

    Sono giorni che mi dico che devo raccontare qualcosa di questo viaggio, e sono giorni che mi dico che non ci riuscirò mai davvero. Mi sto rendendo conto che raccontare una cosa bellissima per me è quasi impossibile. Anni fa dicevo «Sì, mi piace scrivere, ma scrivo solo quando sono triste». Forse sono ancora così, forse mi è più facile trasformare le lacrime in parole, piuttosto che le risate.

    Quindi ecco, no, non racconterò nulla di questa cosa bellissima.

    Non racconterò di quando ho lasciato a casa le mie due bimbe e sono partita con Ansia, enorme, seduta accanto a me, e sono andata a dormire con lei in un hotel a due passi da Malpensa, capendo che una notte a marinarmi nell’atmosfera di un nonluogo mi avrebbe aiutata a staccarmi dalla vita di tutti i giorni.

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    …e di quando poi, una volta salita sull’aereo grande che ci avrebbe portati dall’altra parte dell’oceano, Ansia si sia dissolta, lasciando spazio a quella cosa che forse ha sempre guidato i miei genitori: la voglia di avventura.

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    Non racconterò di come all’atterraggio Houston mi sia sembrata ricoperta di velluto e monetine, e della felicità, al sentire il caldo appiccicarsi alle mie guance, aspettando i bagagli.

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    Non racconterò di quando noi 11 compagni di viaggio (qualcuno si conosceva già, qualcuno no) ci siamo svegliati nel Motel 6 e di quanto il cielo mi sia sembrato enorme lì, nella periferia di Houston, poco prima di salire sul furgone e partire.

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    Non racconterò le prime chiacchiere durante il viaggio, le domande tipo «Dove abiti? Sei già stato in America?», la timidezza impaziente di sgretolarsi, come non sarò mai in grado di descrivere il vento, quel vento caldo sulla spiaggia a Galveston mentre Marta leggeva Nic Pizzolatto e a me sembrava che il protagonista fosse a due passi da noi e dal molo di mille colori.

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    Non racconterò nemmeno di quando mi sono svegliata a Westlake, ho guardato fuori dalla finestra e ho scritto su Facebook «Mi sento nel cuore di qualcosa».

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    Non racconterò la colazione più buona del mondo in un diner nel mezzo del nulla, e quei due signori che ci hanno detto che ogni tanto dal Texas vanno a farsi un giro in Louisiana per stare bene. Lui aveva la fede, lei no: mi sono sembrati innamorati, e allora ho pensato che forse il loro andare a mangiare le uova strapazzate lontano da casa fosse un modo per stare bene insieme. O forse semplicemente a lei la fede dava fastidio.

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    Non racconterò di Morgan City, perché come potrei parlare di Morgan City in poche righe? Come si può descrivere l’atmosfera di una città che sembra vuota e poi però non lo è davvero, la polvere sulle strade e sulle vetrine di negozi chiusi da anni, le mamme che portano i loro figli al corso di karate nella stessa strada dei negozi chiusi e la sensazione che non possa essere fantasma una città in cui ci sono bambini che corrono con le loro cinture gialle attorno alla vita? Come si può raccontare la cena in un ristorante che sembrava una casa privata, la faccia stupita della cameriera quando le abbiamo chiesto 11 bicchieri d’acqua senza ghiaccio, grazie (sono pazzi questi europei che non vogliono bere bibite ghiacciate), il gumbo che se lo provi poi non puoi più farne a meno, e quella sensazione di essere diventato quasi amico delle persone in viaggio con te?

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    Non racconterò della Oak Alley Plantation, della sensazione strana e triste di essere in una piantagione dove tanti anni fa esisteva la parola schiavo, delle parole di Kate Chopin lette da Marta e della meraviglia di essere una donna libera più di cento anni fa, della nostra corsa in mezzo alle canne da zucchero per raggiungere l’albero di True Detective, e il mio iphone che per magia (il tour si chiamava Magic Louisiana) si attiva per fare un video che sembra uscito da Blair Witch Project.

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    Non potrò descrivere l’atmosfera sempre più leggera che ha cominciato a insinuarsi nel furgone man mano che ci avvicinavamo a New Orleans, la sicurezza di essere sì compagni di viaggio ma anche amici, quella voglia di ridere e di fare festa e l’allegria, l’allegria pura, quella che sembra droga perché ti fa battere forte il cuore e ti fa stare lì, con un sorriso che non riesci a toglierti di dosso, quando sei alle porte della città che è la tua meta finale e ti fermi a bere qualcosa – sempre senza ghiaccio – in un posto in cui tu devi, assolutamente devi venire a vivere prima o poi. Un posto fatto di barche, gamberi e serenità.

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    E no, non racconterò nemmeno di New Orleans, di quella che è diventata la mia città preferita al mondo insieme a Lisbona e New York. Non racconterò nulla di quel posto che è magico, misterioso, pieno di vita nonostante la morte, di quella cosa che non è una città, non è un luogo, ma è un’anima fatta di piume e colori.

    Forse non racconterò nulla di New Orleans nel prossimo post.

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