martedì 24 marzo 2015

Nocche come incavi


Il primo segnale del giorno che arriva non è la luce che entra dalle finestre. È il rumore del tram in una via accanto alla mia, poco dopo le 5. Lo sento passare e lì finisce la mia notte, cominciano i miei pensieri e quel momento in cui non ho la forza di uscire dal letto ma nemmeno la voglia di riaddormentarmi.
Mentre quel tram va verso le fabbriche, i bar, i panifici, io resto lì, quasi immobile, a sentire piccoli calci come carezze nella mia pancia, a immaginare un volto e due mani con le nocche che invece di essere colline resteranno per tanto tempo minuscoli incavi, e a ritornare a quella gravidanza di sei anni fa, quella durante la quale tutti mi dicevano «Mi raccomando, dormi, dormi più che puoi perché dopo non capiterà più».
Io, obbediente, li ho ascoltati tutti: andavo a letto al massimo alle 23 e mi svegliavo alle 8, sognavo di partecipare a XFactor perché ancora lo trasmetteva Rai 2 e potevo vederlo, e non riuscivo nemmeno a immaginare un volto, figuriamoci delle nocche simili a incavi. 

L'età, la vita, i pensieri cambiano il modo di vivere ciò che succede, e oggi non ho più voglia di dormire, mi addormento tardi e mi sveglio alle cinque insieme a quel tram rumoroso, e so che pagherò tutto quando magari arriverà una bambina che al contrario di Guia avrà voglia di ballare, ridere, piangere e mangiare di notte.
Lo so, ma non riesco a smettere di amare quei momenti passati nel buio, con tutta la casa in silenzio, un gatto appiccicato alle gambe e l'altra che russa sul cuscino poco distante, un marito che invece riesce a dormire e una bambina che non si alzerebbe dal letto nemmeno alle nove, nemmeno sotto la minaccia di non vedere mai più un cartone animato nella sua vita.

Immagino storie e mi vengono in mente romanzi perfetti, bellissimi, peccato che poi, con il caffè, la colazione, la corsa verso la scuola quei personaggi si facciano sempre più trasparenti e vadano a finire in quel mondo dove stanno le cose mai scritte. Quello in cui c'è il lupo di Biancaneve con un'enorme cicatrice sulla pancia e una lettera di scuse per la nonna e la bimba, la matrigna di Cenerentola che prega la figliastra e il principe di poter vedere i nipoti almeno una volta al mese, e il principe che beve birra con i sette nani, si ubriaca, torna a casa tardi e trova Biancaneve arrabbiata seduta in soggiorno. 

Sogno poco, e quando lo faccio non ricordo quasi nulla. Qualche notte fa invece, con una lucidità impressionante, mi sono ritrovata nella casa di Lisbona: gli amici erano gli stessi, diversa era lei, la casa, le stanze, i muri, e con me c'era Guia.
Ho capito con gli anni che quando la mia vita sta per cambiare il mio cuore mi spedisce lì, dove diciassette anni fa ho incontrato quella Valentina che non avevo mai avuto il coraggio di essere. Forse è come passare dal via, forse è un modo per ricordarmi chi sono e cosa ho giurato che sarei stata per sempre.
Quella mattina alle cinque ho lasciato che il tram passasse con il suo carico di baristi, operai e panettieri. Ho aperto gli occhi alle otto, erano già tutti svegli in casa, gatti compresi. 
E ho capito che sì, sono pronta - anche se non lo sarò mai davvero - ad accogliere due mani piccole, nocche come incavi, un amore che invece di dividersi si moltiplica, e questa vita, che si sta facendo bizzarra proprio come a Lisbona quell'anno, ovunque sarà. 

giovedì 19 marzo 2015

Nulla sarà mai come prima


Era un pomeriggio di settembre, avevo quasi 25 anni e stavo dormendo in camera mia. Mi ero addormentata sulle ultime scene di Ally McBeal – come ti addormenti quando frequenti l'università e non hai delle vere scadenze che ti assillano e ti tolgono il sonno - e a un tratto mi svegliò mia sorella.
«Si è schiantato un aereo su una delle Torri Gemelle», mi disse. I suoi occhi verdi spalancati, il mio non capire assolutamente nulla.
Non feci domande, mi bastò spostare lo sguardo, perché il televisore era rimasto acceso, e lì c’erano quelle immagini che nessuno potrà mai dimenticare. Il fumo grigio, il cielo azzurro, e le persone che correvano.
Restai ore a guardare quello schermo, senza parlare, senza nemmeno avere il coraggio di provare a capire. Continuavo a pensare all’anno prima, a quel viaggio al Cairo, al mio perdermi nel suk e all’emozione che avevo provato ogni volta che avevo sentito il muezzin risuonare nel cielo. E a poco a poco cominciai a pensare «Ci sarà un prima di oggi, e ci sarà un dopo. Nulla sarà mai come prima».
Arrivò la sera, e con lei la mia voglia di stare vicina alle persone che amavo. I programmi in tv riproponevano le stesse scene, gli stessi interrogativi, le stesse testimonianze. E io avrei voluto impacchettare la mia famiglia, il mio fidanzato e i miei amici e portare tutti in una baita in montagna, lontano da tutto.
«Fermate il mondo, ché voglio scendere» aveva detto mia cugina al telefono, e io avrei voluto seguirla di corsa.

Poi la vita – che è testarda come un bambino di due anni – ricominciò, e con lei arrivarono le mattine a chiacchierare davanti all’università, le sigarette fumate parlando di estremismo, di Bin Laden, di chissà cosa succederà domani.
E con quelle parole arrivò anche il terrore. Perché migliaia di persone erano uscite di casa baciando coniugi e figli per andare a lavorare in un normale giorno di cielo azzurro, e non erano più tornate, per colpa di altre persone che in un normale giorno di cielo azzurro avevano deciso di rubare la vita togliendosi la propria.
Ci sentivamo tutti in pericolo. E tutti sapevamo che nulla sarebbe mai più stato come prima.
Poi, in una di quelle mattine di chiacchiere, la mia amica Silvia mi disse «Sai, ho parlato con il professor S. Mi ha detto una cosa semplice. Mi ha detto che non bisogna avere paura. Che terrorismo non vuol dire tanto ammazzare cento o mille persone, ma vuol dire seminare terrore. Vuol dire togliere al mondo il sonno, la serenità e la voglia di continuare a vivere, amare e sorridere. E che l’unica cosa da fare in questo momento è non avere paura. Perché se avremo paura, allora avranno davvero vinto loro. Allora avranno davvero seminato terrore».

Ieri a Tunisi migliaia di persone sono scese in strada per dire che non avranno paura. E così è stato a Parigi e in tutta la Francia, poco più di due mesi fa. E così dovrebbe essere sempre, per far capire a chi vorrebbe seminare il terrore che il nostro terreno non farà mai germogliare nemmeno un rametto delle loro piante malate.
È vero, nulla sarà mai come prima. New York, Madrid, Londra, Boston, Parigi, Tunisi: ogni volta abbiamo un prima che non tornerà mai più. Ma abbiamo anche un’arma che non dovremmo deporre mai, nemmeno per un secondo: il non avere paura.

venerdì 13 marzo 2015

Lasciatemi credere


Che esiste la magia, che quella donna sul palco insieme al mago viene davvero tagliata in tanti pezzettini e poi, dopo un secondo, torna tutta intera, eppure avevo proprio visto i suoi piedini muoversi, lì da soli, lontani dalle braccia.

Che esiste qualcuno che mi ama più di tutti, ancor di più della mia mamma. Che mi accarezza da lontano quando sono triste, che mi ascolta quando parlo senza voce, che legge i miei pensieri e mi manda le risposte in ciò che vedo e provo.

Che l'amore non ha fine, che esistono le crisi e le cadute, e che ci sono coppie che sanno prendersi la mano quando vogliono rialzarsi.

Che il principe che salva con un bacio esiste, e non importa se comunque mi sarei salvata in ogni caso, baciando la mia immagine riflessa nello specchio. Non voglio essere dipendente da qualcuno, ma voglio sapere che c'è qualcuno disposto a sostenermi fino alla fine. 

Che c'è chi fa le cose per bontà e non per interesse. Che non c'è sempre un altro scopo dietro. Che ci sono fotografie che vengono perfette anche senza filtri. 

Che l'amicizia esiste, ed esistono gli amici che si butterebbero in un fiume per salvarti, ma soprattutto sanno festeggiare insieme a te quando sei felice. 

Che non sono tutti cattivi in questo mondo, che la cattiveria è un'eccezione, per quanto forte e affascinante, quando la racconti o ne fai un film. 

Avevo quattro anni, e un giorno di dicembre la maestra della scuola materna ci chiamò tutti attorno alla cattedra. 
Ci disse «Voi lo sapete, vero, che Babbo Natale non esiste?»
Restammo tutti un po' sconvolti, e poco dopo arrivò l'ora dell'uscita.
Non dissi nulla fino a sera e poi, a cena, guardai la mia mamma.
«La maestra oggi ci ha detto che Babbo Natale non esiste» 
Lei non mi rispose subito, lanciò un'occhiata al mio papà, immagino stesse prendendo tempo per capire cosa dire.
«Ma, sapete - aggiunsi - io non ci ho creduto. Babbo Natale esiste eccome. Altrimenti chi porterebbe tutti quei regali?». 

Credo con tutta me stessa alla scienza, quella ufficiale, quella che costa studio e sacrificio, ma almeno lasciatemi credere alle favole a cui voglio bene. Tenetevi per voi il cinismo, quel sopracciglio alzato e quel pensare di sapere sempre più di tutti. 
Io voglio restare anche quella bambina di quattro anni, quella che non ha creduto alla sua maestra per poter credere per sempre in un signore con la barba bianca e le renne con i campanelli. 

venerdì 6 marzo 2015

Respiravamo aria


Non era proprio la primavera, era un'anticipazione, era il vento fresco ancora profumato di neve, ma era un vento allegro, che spazzava via il grigio e dipingeva il cielo di azzurro.
Noi avevamo le ossa piene di inverno e di sigarette fumate in una saletta striminzita uno accanto all'altro, i nostri occhi brillavano un po' meno - perché è naturale, d'inverno gli occhi sono un po' più opachi - e poi però arrivavamo una mattina di marzo in facoltà e ad aspettarci non c'erano solo l'inizio dei corsi nuovi e qualche voto in più sul libretto bordeaux, ma c'erano il sole, l'azzurro, le montagne disegnate perfette sullo sfondo, e le panchine in cortile non più gelate.
E allora le mattine tutt'a un tratto cambiavano volto, non erano più soffitti bianchi e neon ma si trasformavano in chiacchiere, in mille chiacchiere che cadevano come pioggia su quelle panchine di pietra, noi con le gambe incrociate e la sigaretta sempre in mano, perché tanto per andare ad ascoltare i professori c'era sempre tempo.

C'è sempre tempo quando hai vent'anni, c'è tutto il tempo che non puoi immaginare di poter rimpiangere dieci anni dopo appena.

Avevamo addosso i giacconi pesanti perché eravamo usciti di casa con l'idea di inverno ancora in testa, ma poi spuntavano le maglie sotto il sole, e quello era il momento in cui ci rendevamo conto che il meglio stava proprio per arrivare.
A volte non restavamo su quelle panchine tutta la mattina: bastava un nome, era il nome di un pezzo di collina di Torino, e allora correvamo tutti alle nostre auto - che spesso non erano nemmeno nostre ma delle nostre mamme - e ci arrampicavamo su, fra quei tornanti verdi, e nel verde restavamo tutto il giorno.
A giocare a ce l'hai, a fulmine o semplicemente a guardare la nostra città dall'alto, bella com'è sempre stata eppure non ancora brillante com'è ora.

Respiravamo aria, come se fino a quel momento non avessimo fatto altro che affogare dentro il freddo, parlavamo del nulla come si fa a vent'anni, quando quel nulla ti sembra l'unica cosa per cui vivere e morire, e stavamo uno accanto all'altro, come stanno i ragazzi e le ragazze quando l'amicizia vuol dire anche guardare nella stessa direzione.

Poi arrivava un accenno di tramonto, e con lui il freddo, che era un messaggio dell'inverno che reclamava il suo posto, e allora indossavamo di nuovo le nostre giacche e i nostri piumini, salivamo in macchina e rotolavamo giù da quegli stessi tornanti, ora verde scuro.
Arrivavo a casa con le guance rosse, gli occhi brillanti e i polmoni pieni di risate.
«Tutto bene in facoltà oggi?»
«Tutto bene, mamma, grazie».

Ho respirato aria stamattina, con il cielo azzurro sopra la mia testa, e ho sentito con chiarezza un minuscolo frammento dell'aria di quei giorni, mi è entrata dentro e mi è arrivata al cuore in un secondo.
Erano ancora tutti lì, tutti nel cuore, i miei amici, le nostre risate e i nostri sogni di tanti anni fa.

mercoledì 25 febbraio 2015

La sindrome della festa per cui non hai l'invito


Oltre alla sindrome della lacrima facile (che in gravidanza raggiunge livelli patologici, tipo qualche giorno fa quando ho pianto per tutte - e dico TUTTE - le premiazioni degli Oscar), ho sempre sofferto della sindrome della festa per cui non hai l'invito.
Qualcuno la conosce?
È una sindrome che in realtà ne racchiude due:
- la tristezza infinita quando per caso vengo a sapere che non sono stata invitata da qualche parte
- il disagio di quando sono a una festa, a un evento o semplicemente a una cena e mi sento quella che non c'entra nulla, e mi chiedo se per caso non mi sia arrivato l'invito per sbaglio.
Ho persino scritto un racconto che inizia con la protagonista che osserva i suoi amici dalla vetrina del ristorante, e non è esattamente un racconto allegro. Inizia più o meno così:

Da qua sembrano tanti pesci in un acquario. La neve attorno a me risucchia l’idea delle voci e delle risate, e poi il silenzio. E io fuori, a osservarli attraverso il vetro con la scritta rossa. 
Io fuori, con le scarpe zuppe e gli occhi truccati, non sento nulla. 

Comunque.
Ho sempre avuto questa sindrome, sempre. Mi ricordo il dolore, il dolore vero, profondo, di quando ero piccola e magari un compagno di scuola decideva di organizzare una festa solo con i suoi quattro amici maschi. Io seduta al banco e lui che nell'intervallo distribuiva i biglietti di invito. A loro e NON A ME.
E poi, crescendo, le mille volte in cui non sono stata invitata da qualche parte, e sono rimasta a chiedermi perché, immaginando mille motivi diversi, uno più grave dell'altro. 

Oggi ho 38 anni, a ottobre ne compio 39. Non pensavo che questo momento sarebbe arrivato, ma davvero il tempo che passa, il lavoro, i viaggi, una figlia, tanti amori finiti male e un amore meraviglioso hanno contribuito a cancellare molte delle insicurezze che hanno caratterizzato la mia adolescenza. Per dire, ho pure imparato a rispondere «No, è troppo calda», quando la parrucchiera mi chiede se l'acqua con cui mi sta lavando i capelli va bene (una volta dicevo con voce flebile «Va benissimo» e nel frattempo mi si ustionava il cuoio capelluto). 
In questo superare le mie insicurezze e le mie sindromi non avevo però fatto i conti con un incontro: quello con mia figlia. Quella figlia che per nove mesi è stata uno dei miei due cuori, e ora è il mio cuore in trasferta. 
Succede che non venga invitata a una festa. Perché magari il suo compagno ha deciso di festeggiare con i suoi quattro amici maschi, esattamente come il mio compagno di scuola di tanti anni fa.
Succede che venga invitata e non conosca nessuno, e se ne stia lì in un angolo a mangiare la sua fetta di torta anche se i dolci non la fanno impazzire. A guardare gli altri bambini con i suoi occhioni grandi che sembrano dire «Facciamo amicizia?» ma non lo dicono. 
E allora capisco che quella mia sindrome di tanti anni fa non era nulla a confronto con ciò che provo ora, quando lei mi chiede «Ma Tizio non mi ha invitata alla sua festa?».

Ho capito da poco che un cuore in trasferta può farti soffrire molto di più del tuo cuore di ragazzina. E vorrei riempirle il diario di inviti, farla sentire amata da tutti, far trasferire in Botswana quel compagno di scuola che non vuole giocare con lei perché è femmina e persino testare un vaccino contro l'insicurezza.
E poi mi viene in mente come finisce quella frase, quella di Ligabue, quando dice

E ti senti ad una festa per cui non hai l'invito
per cui gli inviti adesso falli tu.

Gli inviti, piccola Guia, ma anche piccola Tu che stai arrivando, adesso e sempre, falli tu. Soffrirai, certo, per quegli inviti che non arriveranno e per quei momenti in cui non ti sentirai amata, desiderata, riempita d'affetto. 
Ma, te lo prometto, anche quando non ti sembrerà vero, avrai sempre, SEMPRE, in tasca una penna, e un foglio di carta, e la possibilità di scegliere a chi mandare i tuoi inviti, il tuo bene, il tuo amore.

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