figli pensieri

    Perdonarsi

    3 aprile 2018

    IMG_8009Le bambine stanno giocando in camera, c’è un’amica di Guia con loro, la sua migliore amica dai tempi della scuola materna, Beatrice, le sento ridere, litigare, ridere, litigare, litigare, litigare, litigare, «Mamma, Benny si è presa tutti i nostri giochi», «Guia, impara a negoziare», «Cosa vuol dire negoziare?», «Lo facciamo da otto anni e mezzo tu ed io quasi ogni giorno».

    Valentina ha scritto un post, questo, e io mi sono resa conto che non scrivo qua da tanto tempo, e se scrivo qualcosa è solo perché prima l’ho scritto su Facebook, sul mio profilo personale, e però sono giorni che mi dico che non è la stessa cosa, e allora vorrei ricominciare a trattare questo blog come era una volta: una cosa piccola ma tutta mia.

    Sono stati mesi difficili questi: si parla di elaborazione del lutto perché appunto, c’è del lavoro lì dentro, ci sono pensieri, ci sono ragionamenti che a volte ti portano via per tutta una giornata, ci sono attimi di nostalgia che ti scalpellano quel luogo che sta fra il cuore e lo stomaco dove vivono i sentimenti, ci sono frasi scritte su quel foglio di word che si intitola «Caro papà», c’è la speranza che lassù lui stia bene e ti abbia perdonato tutto.

    Quanto è facile perdonare gli altri, quanto è difficile perdonare se stessi. Ho sbagliato tanto nella vita e cinque minuti dopo mi sono sempre trattata come una ferrea insegnante degli anni ’20 con la bacchetta in mano. Spinta verso gli errori dalla mia curiosità, dal mio ottimismo, dalla voglia di avventura e allo stesso tempo minacciata dal mio giudizio, dai retaggi della mia educazione cattolica, dalla mia intransigenza.

    Dicevo, perdonare se stessi è così difficile. Perdonare gli abbracci non dati, le parole non dette, le occasioni perdute, poi, quando qualcuno se ne va e non potrai più dirgli Ti voglio bene, beh, quello è ancora più difficile.

    La mia amica Sabrina mi ha scritto una lettera qualche tempo fa, mi ha detto «Vale, se tu sei pronta a perdonare le tue figlie qualsiasi cosa facciano, figurati se al tuo papà non andavi bene, anche senza gli abbracci, anche senza le parole che pensi di non aver detto».

    Si dice che per crescere un bambino ci voglia un intero villaggio (io in questi terrible two di Benedetta avrei bisogno di una megalopoli), ma è vero che anche per elaborare un lutto, per lasciar andare una persona che ami ci vuole un intero villaggio, ci vogliono le lettere di Sabrina, ci vogliono gli abbracci di mio marito, ci vogliono le chiacchiere con la mia mamma, ci vuole Guia che dice «Quando con il coro cantiamo Remember me di Coco mi vengono le lacrime agli occhi perché penso al nonno Gino», ci vuole Benny che dice che il nonno è andato in cielo e non torna pù, monello.

    Negoziare, appunto: negoziare con il ricordo di chi se n’è andato, con le immagini degli ultimi giorni, con il senso di colpa che è uno dei sentimenti più feroci che l’essere umano possa produrre.

    «Basta parlare!», dice Benny a quelle due che sono alte mezzo metro più di lei, le sento che stanno in silenzio cinque secondi e poi ricominciano, «Basta parlareeee!», «Benny, se ci lasci chiacchierare ti regalo questa bambolina». Si sono chiuse nella tenda, Benny è venuta da me tutta contenta con la bambolina in braccio.

    Quella bambolina era già sua, era arrivata proprio a lei per Natale, ma ha una sorella che sta imparando a negoziare.

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