donne figli

    Libere di scegliere

    27 marzo 2017

    Libere di scegliere

    Stamattina verso le otto eravamo tutti davanti alla porta di casa, Guia (sette anni e mezzo) era già pronta, e a Benedetta (un anno e mezzo) mancava solo la giacca. Le ho fatto vedere un cappottino blu e un giubbotto rosa, le ho chiesto «Quale vuoi?» e lei subito, senza pensarci nemmeno un secondo, ha indicato il giubbotto rosa. Qualche giorno fa con le scarpe, stessa storia. Eravamo nel negozio, c’erano delle scarpe bellissime blu e altre – secondo me meno belle – fucsia. Ha scelto quelle fucsia. Intendiamoci, so bene che ha solo venti mesi e non credo che debba decidere tutto lei, anzi, ma questo suo amore per il rosa in tutte le sue gradazioni mi fa spesso pensare. Mi sono detta «Forse è abituata», e invece no, perché, essendo l’ultima figlia di una quarantenne e un quarantottenne, ha ereditato abiti da tutti i figli e le figlie di amici ed è più probabile che io le metta addosso indumenti blu, verdi e grigi (che A ME piacciono di più) che rosa e bianchi, sua sorella è nella fase del rifiuto del rosa, io il rosa l’ho sempre odiato, la carta da parati della loro camera è azzurra, e di rosa-panna-corallo-cipria c’è ben poco in casa.

    Andando verso la macchina, vedendola saltellare nel suo giubbotto rosa, ho pensato: se nella vita il caso ha un ruolo importante, con i figli vale il doppio. Qualche giorno fa una mia amica mi ha chiesto «Secondo te quanto conta ciò che insegni come genitore nella vita di un figlio?». Io ho risposto «Trenta per cento. Il resto è un mix di fortuna, incontri, scuole, amici, caso».

    E così – purtroppo, mi viene da dire – anche nella questione del rosa e degli stereotipi.

    Io sono femminista, vorrei che tutti gli uomini e le donne che conosco lo fossero, vorrei che finalmente le donne avessero gli stessi diritti degli uomini (NO, non ce li hanno ancora, né nel mondo occidentale né tantomeno nei paesi meno fortunati), ma non credo che mio marito (che la pensa come me) ed io basteremo nell’educazione delle nostre figlie.

    Certo, l’esempio conta. Certo, ciò che diciamo conta. O forse no? Quante volte io prima dei trent’anni ho fatto cose solo perché i miei genitori mi dicevano di NON farle? Quante volte ho scelto strade solo perché sapevo che non erano quelle che mi avevano consigliato loro? Tante. Tante almeno quante quelle in cui mi sono comportata come volevano loro. Sono stata una figlia ribelle il giusto. Ribelle a sprazzi, diciamo. Ma sono convinta che quegli sprazzi siano stati totalmente imprevedibili da parte di una mamma e di un papà che pure mi hanno amata e mi amano tantissimo.

    Perché è un po’ questo il punto: i figli sono imprevedibili. E tu che leggi mi puoi pure dire «Ah ma dai? Che scoperta». E infatti, che scoperta, hai ragione. 

    La scorsa settimana Guia doveva scrivere delle frasi per un progetto dedicato all’empowerment femminile (adoro la sua scuola). A un certo punto ha dovuto dire perché è contenta di essere donna.
    Ha scritto che le donne possono fare tutto, possono cucinare, possono viaggiare, possono grigliare la carne (?!?). E possono scegliere il loro futuro. E possono essere dolcissime e fortissime.  «E poi possiamo guidare il mondo, perché è il nostro turno

    Mentre rileggevo ciò che aveva scritto mi chiedevo: quanto conta ciò che le ho detto io in questi anni? (Molto). Quanto le rimarrà dentro, con il passare degli anni, con gli incontri che farà, con i luoghi in cui andrà a vivere? (CHE NE SO?).

    Per questo sorrido quando leggo le critiche a progetti come il libro (meraviglioso, per me) Storie della buonanotte per bambine ribelli, o quando vedo genitori avere crisi d’ansia per una gonna rosa o per una bambola o per una cucina giocattolo.

    Sorrido perché mi viene sempre da dire «Non è quello, da solo, che conta». Non è soltanto un dettaglio che fa, ma è l’insieme degli ingredienti della vita dei nostri figli e delle nostre figlie che li e le farà diventare persone libere e felici.
    È come essere di fronte a un pentolone enorme, con centinaia di ingredienti sugli scaffali e non avere a disposizione un libro di ricette. Tu procedi, sai che dovrai assaggiare spessissimo per capire se devi aggiungere qualcosa, se devi abbassare o alzare il fuoco, ma poi i piatti spesso vivono di vita propria e decidono loro se essere deliziosi o immangiabili. Soprattutto, è una questione di equilibrio, e non è che se metti il cumino perché ti hanno detto che il cumino rende quella pietanza fantastica, allora lui da solo cambierà tutto. Magari.

    Magari fosse così facile, magari un libro potesse fare delle mie figlie persone libere di scegliere, magari non esistesse nessun altro condizionamento, MAGARI i nostri figli diventassero la versione iper felice di ciò che vogliamo noi, magari magari magari. 

    Come quasi sempre, è tutta una questione di piccoli passi (e il libro delle Bambine Ribelli secondo me è un ottimo piccolo passo), di pazienza, di continui aggiustamenti, e di attenzione. E di esempio.

    Per questo credo che la libertà sia l’ingrediente fondamentale di una coppia: perché non ho un’idea precisa di cosa voglio che diventino, non so se diventeranno grandi scienziate o se avranno un carretto per vendere gli hot dog per strada (che è l’attuale sogno di Guia), se si sposeranno e faranno cinque figli oppure rimarranno single a vita: io voglio solo che conoscano la vera, profonda libertà, quella libertà che è ancora più libertà se rispetta le libertà degli altri.

    In fondo voglio solo che crescano libere di scegliere.

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