venerdì 24 ottobre 2014

Ti ho baciato in un secondo


C'era questa nebbia che sembrava latte, e a me sembrava così strano avere di fronte un sipario fatto di latte, e poi la nebbia - tu lo sai meglio di me - è come una bambina che gioca a nascondino: la rincorri e si dissolve, e allora tu corri ancora più forte, quasi perdi tutto il fiato, e lei è sempre lì, sempre due metri avanti a te, sempre irraggiungibile, sempre perfetta, bianca come latte.
Bianca come una bambina.
Io non so perché proprio in quel momento ho deciso di chiederti quella cosa, giuro, non lo so. Che vuoi che sia un film, ho pensato, eppure ho detto, se l'ha visto pure lui, allora forse c'è qualcosa che può essere chiamato destino dietro a questa nebbia.
«Certo che l'ho visto. Avevo sette anni, forse otto».
Siamo rimasti lì, seduti su quello scoglio scivoloso, a chiacchierare ancora.
«Da piccolo, quando avevo la febbre, guardavo sempre quei film nel lettone dei miei genitori: Totò, Ciccio e Franco, e altri in bianco e nero che manco mi ricordo più».
Non c'erano i cartoni animati ventiquattro ore su ventiquattro, ti ricordi?
Abbiamo ricordato, siamo tornati bambini anche noi, insieme a quella nebbia, e poi - proprio come i bambini veri - abbiamo cominciato a correre, e la sabbia era bagnata, ci affondavamo dentro, e i nostri vestiti erano pesanti di salsedine e di notte, e poi, alla fine, ti sono caduta addosso.
I miei capelli ci facevano da sipario, da qualche parte il sole stava cercando di arrampicarsi sulla nebbia, io sentivo solo i raggi caldi addosso ma non li vedevo.
Ti ho baciato in un secondo.
Sapevi di salsedine e di notte.

(Questo non è un ricordo: a volte scrivo minuscoli racconti, o pezzi di racconti)

lunedì 20 ottobre 2014

Le piccole bellezze


La corsa di due bambine di cinque anni, gli zainetti sulle spalle e la felicità per l'idea di tutta una giornata insieme, fino all'ora di cena, fino a quando, verso le otto e trenta, si saluteranno e si diranno buona notte. I capelli che saltano con loro, e le risate che squillano e rimbalzano sui muri della scuola, e vanno a finire nel mio cuore, in quell'angolino in cui rimane per sempre la bellezza.

Ritrovare il quartiere della mia infanzia, la voce delle persone che mi hanno cresciuta e i giardini in cui ho corso a perdifiato. Rivedere in quelle strade tutte le vite che ho sognato, salutarle facendo ciao ciao con la manina ed essere infinitamente grata per questa vita in cui vivo ora.

In una notte senza di lui, andare a prendere di peso Guia nella sua cameretta e metterla accanto a me, nel mio letto grande. Osservare il suo profilo nell'ombra e conoscere già con incosciente precisione il suo viso di ragazza, e poi di donna.

Le chiamate, i messaggi, le parole delle persone in questi giorni. Giorni felici ma anche delicati, perché quando scrivi un libro, in quel libro infili un pezzo grosso del tuo cuore, e lo affidi a chi lo leggerà.

Il rumore delle dita sulle corde della chitarra in una canzone.

Le chiacchiere con un'amica fino alle due di notte, sedute sul divano, mentre i bambini dormono in camera. Essersi viste solo tre volte sole nella vita e salutarsi alla fine del weekend con la malinconia negli occhi.

Tutti quei giorni in cui riesco a togliermi dalla testa il rancore, il sarcasmo e la cattiveria. E scoprire che se lo faccio, vivo e dormo molto meglio.

Le luci d'artista, che - anche se sono ancora spente - già sembrano luccicare un po', dall'alto.

Quelle volte in cui decido di elencare alcune delle piccole bellezze della mia vita.

martedì 14 ottobre 2014

Ho scritto un ebook! Se mi lascia non vale



È successo per la prima volta tantissimo tempo fa. 
Erano gli anni '80, il Muro di Berlino era ancora intatto, il sole era alto nel cielo, la panchina sulla quale ero seduta era di legno, verde e scomoda, e io avevo 11 anni. 
Accanto a me, il mio primo fidanzato.

«Non voglio più stare con te, Vale»
«Perché?»
«Perché sei antipatica ai miei amici»

La prima volta che si viene lasciati non si scorda mai. 
Anche se poi si viene lasciati per tutta la vita.



Alzi la mano chi non è mai stato lasciato. E ora la alzi chi è stato lasciato almeno una volta. 
Ok, ascoltatemi: Se mi lascia non vale è per tutti voi. 
È per chi è stato lasciato tanto tempo fa, per quelli che quasi non se lo ricordano più, e anche per chi ha ancora gli occhi umidi di lacrime. Per chi ha imparato a riderci su, e per chi ancora sta cercando di ricostruirsi: credetemi, si rinasce sempre. Fidatevi di me, che ho una certa esperienza: ci sarà un giorno in cui, senza rendervene conto, alzerete gli occhi e vi accorgerete che quel mondo grigio si è colorato all'improvviso. 
Ma Se mi lascia non vale è anche per i Lasciatori, per quelli che se ne vanno il giorno del tuo compleanno, o magari dopo averti tradita, o persino dopo averti detto «Scusa sai, ma il bello sono io». È per i Lasciatori che sono passati nella mia vita, quasi tutti ora miei amici, ma anche per i Lasciatori di cui mi hanno parlato le mie amiche, davanti a un caffè o a una birra.

Se mi lascia non vale è un ebook realizzato da due donne: le illustrazioni sono della bravissima Ilaria Urbinati, e le parole sono mie, ma è per tutti, donne e uomini, perché alla fine, quando un amore se ne va, in quel preciso istante nel quale lo vediamo allontanarsi, siamo tutti uguali

Da oggi lo potete trovare:
- sul sito dell'editore, Zandegù (scaricate il file .mobi se avete il Kindle e il file .epub se avete l'ipad)
- sulla libreria di IBooks (per Ipad)
e su altri negozi online come Feltrinelli o Bookrepublic

Io sono molto felice di averlo scritto, e sarò ancora più felice di sapere cosa ne pensate voi. :)

venerdì 19 settembre 2014

Con il vestito a fiori


Le ho detto «Stasera usciamo», lei mi ha guardata e mi ha risposto «Evviva!» e poi «Ma dove andiamo?»
«Andiamo a sentire delle persone che parlano, e c'è una bambina, si chiama Elsa, che non vede l'ora di giocare con te».
È andata ad aprire il suo armadio, ha scelto l'abito più bello, quello a fiori con le spalline che arriva dalla sua cugina preferita, e ha tirato fuori dal cassetto la borsa di stoffa verde che le ha regalato sua nonna.
Mi ha detto «Andiamo?», e io ancora non mi ero nemmeno vestita.
È rimasta ad aspettarmi per mezz'ora, con le scarpe ai piedi, la borsa a tracolla e l'aria di chi a cinque anni ha già capito di avere una mamma sempre in ritardo.
Poi finalmente siamo uscite, abbiamo camminato veloci e dopo dieci minuti siamo arrivate.
Non c'è stato nemmeno bisogno di presentazioni, si sono guardate e hanno cominciato a giocare. Poi a correre. Poi a ballare. E poi a urlare, in quel climax rumoroso di allegria che precede il crollo, prima del sonno.
Il crollo è arrivato poco dopo, in pizzeria. Allora ci siamo alzate prima di tutti, abbiamo salutato e siamo andate alla cassa.
Io ero appoggiata al bancone, aspettavo di pagare. Lei era accanto a me, assonnata e stanca, e stava cercando di chiudere la borsa. L'asola non era abbastanza larga, il bottone non entrava bene, e lei era lì, barcollante ma decisa ad averla vinta. Le dita che si muovevano veloci, le labbra serrate.
C'era in quel gesto tutto il suo impegno, tutta la sua forza, nonostante la stanchezza, nonostante gli occhi rossi.
E poi ce l'ha fatta, e ha alzato lo sguardo soddisfatta. Mi ha preso la mano e mi ha detto «Andiamo?».

Io, che tante volte mi arrendo e non mi metto nemmeno a correre quando sto perdendo l'autobus o i miei sogni, mi sono sentita così piccina quella sera. Piccina a confronto con quella piccola donna con il vestito a fiori.

mercoledì 10 settembre 2014

Unica


Arriviamo alla macchina veloci, siamo sempre in ritardo, io il ritardo ce l'ho nel dna, o forse è un virus che ho preso da piccola, non so, comunque il punto è che corro sempre, e da qualche anno a questa parte la mattina corro con una mano piccina aggrappata alla mia.
Apriamo le portiere, io continuo a dire «Dai, dai, dai, muoviamoci», ci allacciamo le cinture e poi finalmente ci buttiamo nel traffico sperando che sia una di quelle mattine magiche in cui i semafori per compassione si mettono tutti d'accordo uno con l'altro e ci lasciano passare facendo un'onda verde di occhiolini.
Accendo la radio, collego l'iphone e lei mi dice «Mi metti la canzone delle Winx?» e io non ho nessun problema, davvero, nessuno, perché c'è una canzone delle Winx che mi ricorda un periodo preciso della mia vita, un periodo meraviglioso in cui ho incontrato il mio amore grande, e forse se l'ho incontrato è anche grazie a quelle sei piccole fatine.
«Certo, amore». E mentre la cerco mi dico che è bellissimo avere una canzone nostra, che ascoltiamo sempre, ed è proprio quando una figlia ha più o meno cinque anni che si crea un legame che non è più solo dipendenza ma è piacere di stare insieme, fare delle cose insieme, vivere la vita insieme.
Arriva quindi quella canzone, e fatemi dire che è anche una bella canzone, con le chitarre che la fanno quasi sembrare rock (e a noi piace il rock), e poi quel ritornello che ti fa venire voglia di ballare, e insomma, io continuo a guidare cantando a squarciagola e davvero mi sembra di essere unica, e di poter essere tutto ciò che voglio, e sono felice che mia figlia di cinque anni sia lì, nel sedile posteriore, a ballare e cantare insieme a me, e a sentirsi unica anche lei, e fortissima.
E poi.
Mi giro.
E lei è lì, sul suo seggiolino, ferma, e mi guarda. Con uno sguardo a metà fra l'infastidito l'annoiato e il compassionevole.
E mi dice:
«Mamma. Per favore. Puoi smettere di cantare? Canti malissimo».

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