lunedì 14 aprile 2014

Ah, l'amore.


Ho aspettato per tanto tempo il grandissimo amore, quello totalizzante, quello struggente e meraviglioso.
Quello che ti fa pensare di non avere più un cuore solo, ma due, appiccicati e brillanti, che battono all'unisono dentro al petto.
Quello che ti fa scoppiare di allegria quando l'altra persona è felice, e soffrire quando non sta bene.
Quell'amore che è anche simbiosi. Una simbiosi morbida e comoda. 

E poi ho avuto una figlia con l'influenza e ho capito. 
Ho capito i due cuori appiccicati.
Ho capito la simbiosi, nemmeno tanto comoda.
E mi sono ammalata anche io.

Ah, l'amore. 
Risparmiami l'influenza la prossima volta, amore. 

giovedì 10 aprile 2014

Ciò che rimane


Ero una bambina disordinata, oggi sono una donna super disordinata. Ma non come quelle persone che ti invitano a casa e ti dicono «Scusa per il disordine» e poi c'è una giacca buttata sul divano in mezzo a uno scenario da rivista d'arredamento. No. Io non invito quasi nessuno a casa, perché - per esempio - in questo momento davanti a me sul tavolo della sala ci sono 700.000 oggetti fra cui il tubetto di pasta antipelo per i gatti uno zainetto di Guia due braccialetti una foto venti libri un gioco in scatola un salvadanaio vuoto un profumo finito una scatola di pennarelli dei Puffi due custodie per pc un cd delle Winx un leccalecca di forse tre anni fa e tante, tantissime altre cose. 

Però, come quasi tutti i disordinati patologici, a volte decido che è il momento di fare ordine. E allora lavoro per ore, senza fermarmi, senza tregua, senza ascoltare nessuno. Vengo presa dalla messapostosi, che normalmente si placa quando all'ingresso si formano due sacchi di plastica, uno di carta e tre di indifferenziata.

E quando mi capita, poi mi fermo a osservare la mia casa, e mi sembra bellissima. Perché quando è tutto ordinato, gli oggetti che amo risplendono. E sembra che ci sia molta più luce a illuminarli.

Ogni tanto ho bisogno di fare ordine. In casa, nella testa, e nel cuore. 
Perché quando elimino tutto ciò che non mi fa stare bene, poi ciò che rimane si illumina. 

E mi ritrovo ad amare ancora di più quelle cose e quelle persone che restano. 

lunedì 24 marzo 2014

Al di là di qualsiasi contratto


Ho sognato un matrimonio fantastico come quasi tutte le bambine fanno: fiori, vestito bianco e magia.
Poi sono cresciuta, e ho capito che le cose importanti sono altre: l'amore, il rispetto, la stima, al di là di qualsiasi contratto. E proprio quando ho cominciato a pensare che non fosse obbligatorio sposarsi e fare figli, e anzi, che quasi quasi fosse troppo scontato e banale farlo, ho incontrato l'uomo della mia vita. Ci siamo amati, abbiamo avuto Guia, e poi abbiamo deciso di sposarci.

E oggi, a distanza di otto mesi da quel 13 luglio, mi ritrovo a riguardare il video e a piangere, sempre. Ogni volta. E non è per romanticismo, non è per quelle mani che si stringono con due anelli luccicanti al dito.
È perché mi commuove vedere le facce di chi è venuto a festeggiare con noi quel giorno. Le espressioni felici di chi ha deciso di percorrere anche tantissimi chilometri per stare con noi, quella sera. La pelle sudata di chi ha sfidato il caldo, la pioggia e la grandine (non ci siamo fatti mancare nulla) per ballare e abbracciarci. Gli occhi commossi dei miei amici e dei miei parenti, e quelli meravigliati di Guia. Lo sguardo d'intesa fra me e la mia amica di sempre, che immaginavo mia testimone da più o meno vent'anni. 

Ieri sono stata a teatro e come da 37 anni a questa parte, mi sono commossa alla fine, quando gli attori hanno ricevuto gli applausi. Perché ciò che davvero mi smuove il cuore è quando le persone si stringono attorno ad altre persone. 

E quindi è per questo che sono felice che ci sia stato quel meraviglioso, afoso, torrido, piovoso 13 luglio. Ed è per questo che non smetterò mai di essere grata a tutti quelli che sono venuti a stringersi attorno a noi. Ed è per questo che mi risposerei ogni singolo giorno della mia vita. 
Al di là di qualsiasi contratto.

Quelli là sopra siamo noi, fotografati da Antonio La Grotta

mercoledì 12 marzo 2014

La parità di genere inizia a casa


Non ho un'opinione precisa sulle quote rosa. Credo che debba sempre prevalere il merito, ma credo anche che la politica debba essere una guida verso il raggiungimento di una parità di genere.

Credo però soprattutto che la parità di genere inizi a casa. E che la differenza fra uomo e donna, fuori, sia dovuta al tempo che ogni donna deve spendere dentro casa.
Finché la maggior parte del lavoro di cura di anziani, figli e casa sarà sulle spalle delle donne, aziende e istituzioni avranno sempre la tentazione di preferire un uomo a una donna, a parità di merito.

E in questo senso, per aiutare tutti, donne e uomini, credo che ci sia più bisogno di asili nido e scuole materne (con orari più lunghi), di part-time e di telelavoro, che di quote rosa.

E infine, se davvero vogliamo avvicinarci al Nord Europa, forse dobbiamo cominciare a lottare contro la mentalità delle 12 ore in ufficio, e contro il concetto che "presenza in ufficio" voglia dire impegno sul lavoro. 

Un mondo giusto e bello ci sarà quando un papà o una mamma, a qualsiasi livello professionale, potrà uscire alle 17.30 dall'ufficio per andare a prendere i figli a scuola senza sentirsi dire (scherzando, ovviamente) «Oggi fai mezza giornata?».

lunedì 3 marzo 2014

Panna


L'aveva osservata tutta la sera. Le aveva guardato le mani, le caviglie, gli occhi e aveva ascoltato il suono della sua voce. Arrivava dallo stomaco quella voce, si vedeva e si sentiva, ed era la voce timida delle persone che raccontano tutto di sé, senza mai svelare nulla di vero.
Dopo tutti i dubbi, finalmente quella sera lui aveva capito il perché di quel corso assurdo e inutile che aveva deciso di fare.
A volte è solo che qualcuno è passato, ha scritto un appuntamento sulla tua agenda, e tu non lo sai, ma a quell'appuntamento ci devi proprio andare.
«Ciao, mi chiamo Sara, ho 35 anni, amo leggere, lavoro in un ristorante, sono cameriera ma non so cucinare e quindi eccomi qua»

E in quel momento a lui era sembrata l'unica al mondo capace di leggere e soprattutto l'unica al mondo capace di fargli sentire il profumo di panna e liquore delle paste che suo padre portava a casa la domenica mattina, quando famiglia era una parola reale, con la quale potevi andare a dormire la sera, stringendola e abbracciandola senza quasi farla respirare.

Aveva individuato un punto del collo dentro il quale si sarebbe rifugiato durante gli abbracci, e quella fossetta sulla guancia destra che le avrebbe toccato con le dita prima dei baci.

La lezione finì, e ci fu un momento fatto di silenzio e di rumore di cappotti e sciarpe e borse, e poi Sara uscì fuori, sotto la pioggia fredda di febbraio, e lui dietro, con l'ombrello chiuso in mano.
Sapeva che le avrebbe chiesto di bere qualcosa, ancora non sapeva dove, ma avrebbe inventato.

«Sara, scusami, pensavo...» le disse a un metro di distanza, osservando i capelli saltellare sul piumino.
«Pensavo che forse...Sara...Sara, ehi...»

I capelli continuarono a saltare e lei si fece sempre più piccola sullo sfondo luccicante di via Garibaldi sotto la pioggia.
Lui rimase lì, con le parole secche appiccicate alle labbra.

Lui ti offre la sua ultima carta, il suo ultimo prezioso tentativo di stupire, quando dice «È quattro giorni che ti amo, ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito». 

Cantava De Gregori, a volume altissimo, nelle cuffie e nel cuore di Sara.


LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...