martedì 29 luglio 2014

Dove sono i bomboloni?


C'è questa cosa del diventare genitori che è il ripercorrere alcune tappe della vita, questa volta in disparte, da dietro le quinte, che da un lato ti fa capire che gli anni passano, dall'altro ti emoziona e apre cassetti che non ricordavi nemmeno più di aver chiuso.
Se poi porti tua figlia sulla stessa spiaggia in cui andavi tu, in un piccolo paesino della Liguria che non cambia mai, la probabilità di perderti dentro a un ricordo con i brividi sulle braccia è altissimo.
A questo pensavo stamattina quando, dopo aver fatto il bagno con Guia e con le onde, siamo uscite dall'acqua e lei è rimasta sulla sdraio, avvolta nell'asciugamano, con i riccioli bagnati, a mangiare il suo pezzo di focaccia.
Ho pensato «Questa immagine racchiude per me tutto il concetto di mare», e poi però mi sono resa conto che mancava qualcosa.
E allora mi sono accorta che sì, ok, buona la focaccia ligure ma...dove sono finiti i bomboloni sulla spiaggia?
Mi è venuto in mente quel signore che a me pareva anzianissimo e che forse non aveva nemmeno quarant'anni che camminava tutto il santo giorno su e giù, da Capo Mele fino ad Alassio, con due cesti fra le mani e in testa un cappello strambo pieno di campanelli.
Lo sentivamo arrivare da lontano, lui, i suoi campanelli e la sua cantilena, e lì allora partiva la trattativa con la mia mamma, che mi diceva «Sei piccola, ne mangi solo metà», e quindi mia sorella uno, mia cugina uno, e io metà, a volte due terzi, a volte tre quarti, a volte - quasi sempre - uno tutto intero. Chissà poi a chi andava quel pezzo che non mangiavo, ho l'impressione che lo mangiasse proprio lei, esattamente come faceva quando mi aggiustava il gelato, e da un cono enorme mi tornava in mano un conetto discreto, un po' come faccio io oggi con Guia, «Dammelo, ché poi ti cola tutto, TE LO AGGIUSTO». «Non voglio che me lo aggiusti, Mamma, faccio da sola» mi ha detto qualche giorno fa, tutta seccata.
So che quei signori con le ceste in mano non possono più vendere nulla se non il cocco, so che è stata una questione di controlli e di igiene, ma io quel sapore, quello del bombolone, ce l'ho ancora tutto in mente, quel sapore di fritto e crema, e poi lo zucchero che mi rimaneva appiccicato sulle labbra e che mangiavo dopo, facendolo scricchiolare sotto i denti. E se potessi lo farei apparire per un secondo, quel tizio con i campanelli, gli chiederei un bombolone per la mia bambina, per il gusto di vederla con lo zucchero sul viso e l'espressione felice che avevo io trent'anni fa davanti allo stesso mare.
Probabilmente lei mi direbbe «Tutto qua?» e io le risponderei «Sì, tutto qua, è solo un bombolone con la crema», e poi mi girerei veloce verso quell'altra bambina, quella con il caschetto castano chiaro e gli occhi verdi, e la troverei lì, a correre dietro a sua sorella e sua cugina, così grandi e irraggiungibili.
Le chiederei «Hai imparato finalmente a fare l'occhiolino?», e lei chiuderebbe veloce solo l'occhio destro. «È tutta l'estate che mi alleno», mi risponderebbe sorridendo.


giovedì 24 luglio 2014

Per limonare


Ero in ritardo per l'appuntamento, stavo per uscire, quando la signora che mi aiuta in casa mi ha fermata e mi ha detto «Ho trovato questi, te li metto sulla mensola».
Ho osservato quelle due piccole cose che aveva in mano, due orecchini d'oro con una goccia rossa al fondo.
Strano, non uso orecchini, non ho più nemmeno i buchi alle orecchie, ho pensato, ma poi ho pensato anche che a casa nostra ci sono state amiche, nonne, e anche una baby sitter.
Strano, però. Non è un orecchino, caduto per caso. Sono due, come se qualcuno se li fosse tolti apposta.
Sono uscita, ho incontrato le mie amiche, ho fatto mille chiacchiere, ma in un angolino del cervello c'erano loro, gli orecchini, non molto brillanti ma pieni di domande.
«Ragazze, ho trovato un paio di orecchini in casa, sono stata via nelle ultime settimane. E se mi tradisse?»
«Ma no, magari sono tuoi»
«Ma figurati, saranno della baby sitter»
«Non preoccuparti, ci sarà una spiegazione».
Poi è arrivato lui a prendermi, sono salita in auto e ho dato il via  all'interrogatorio.
Il dubbio è una goccia piccolissima che ti entra dentro e in un secondo diventa un maremoto.
Lui mi ha detto sorridendo «Insomma, secondo te io mi sono portato una a casa, questa si è tolta gli orecchini, e li ha persi sul tappeto». E poi, dopo una pausa, «Scusa, ma perché questa tizia avrebbe dovuto togliersi gli orecchini?»
«Per limonare»
Ed era tutto troppo strano, lui troppo tranquillo. Una tranquillità ostentata, di sicuro per coprire l'imbarazzo.
Abbiamo parcheggiato l'auto, siamo scesi in silenzio, la pioggia su di noi, e lui che mi diceva «Vieni sotto l'ombrello!», ma io no, io volevo stare da sola, con i capelli fradici e una domanda nella testa: come potrò farlo confessare?
Siamo arrivati a casa, e prima di andare a dormire ho voluto guardarli un'ultima volta.
«Se sono d'oro, vendili subito, così non ci pensi più, e ci guadagni» mi aveva detto la mia amica Grazia qualche ora prima.
Li ho sollevati, e, perbacco, erano leggerissimi. E poi davvero piccoli. E poi, a guardarli bene, non avevano quella chiusura che hanno tutti gli orecchini. E di sicuro non erano d'oro, anzi, sembravano proprio una baracchetta, un giocattolino.
E poi, a un tratto, mi è venuta in mente una scena di qualche giorno prima.
Guia seduta sul tappeto in sala, «Mamma, guarda che belli i suoi orecchini!»
E lei, la proprietaria degli orecchini, lei era bellissima. Fisico mozzafiato, taglia 38 o forse al massimo 40, i capelli lunghi neri e gli occhioni grandi nocciola-verdi.
Lei, la mia rivale.
Lei era la Barbie ballerina di flamenco.

martedì 8 luglio 2014

Fare abbastanza


Convivo con la costante sensazione di non fare mai abbastanza. 
Non mi era mai successo. Né sul lavoro, né nei miei rapporti con il resto del mondo.
Da quando sono mamma è così.
Convivo con la sensazione di fare tutto al 70% delle forze. Non riesco a togliermi di dosso la sicurezza di non aver fatto quel poco in più che l'avrebbe resa felice, o ancora più felice. 
Cerco di scegliere il meglio per lei, la stringo forte la mattina quando apre gli occhi, le parlo come fosse un'adulta quando ha bisogno di capire, e la porto - come in questi giorni - in una palestra a Bruxelles a giocare con bimbi che parlano tutte le lingue che lei non sa e che potrebbe imparare. 
La osservo da dietro il vetro e mi rendo conto che i bambini non hanno bisogno di parole. E la vedo sorridere e ridere insieme a tutti gli altri. 
Senza far trasparire la mia paura, le insegno cos'è la turbolenza, e le dico che quando si passa nelle nuvole, queste ci fanno ballare perché sono simpatiche, le dico di guardare fuori dal finestrino e lei mi dice «Guarda, mamma, ci sono tantissime mucche», e non riesco a convincerla che sono case, non mucche, e forse va bene così.
Cerco di interpretare i suoi pensieri, i suoi stati d'animo e le sue insicurezze, e poi però, quando siamo una accanto all'altra davanti alla televisione, so di non aver fatto abbastanza. E non c'è discussione: lo so, ne sono sicura. 

Forse quando diventi mamma ti installano nel cuore questa sensazione, per fare sì che tu faccia sempre qualcosa in più. 
Ma forse poi alla fine l'amore non si nutre di percentuali. 
Forse poi alla fine mi e ci basta quel suo modo di stringermi, quando sembra dirmi «Va bene, mamma, va bene così». 

domenica 29 giugno 2014

Per fare una persona

Lei davanti agli occhi ha quattro riccioli diventati biondi da poco e ha la pelle che appena incontra il sole diventa dorata e rivela il suo essere figlia di quattro regioni ai quattro angoli dell'Italia.
Io ho la pelle bianca che sembra respingere la luce e in spiaggia ho la vitalità di un vampiro svegliato all'improvviso e trascinato per i piedi sulla sabbia fino all'ombrellone.
Lei con gli occhi segue gli occhi dei suoi amici e si fa contagiare dal loro coraggio e affronta le onde, e mi dice «Mamma, guarda, il mare è impazzito!».
Io resto sdraiata sul lettino e ripenso a quando spiaggia voleva dire stare sempre dietro a una bambina che mangiava la sabbia, e riesco persino a leggere libri bellissimi.
Lei a volte rimane a giocare da sola per un po', lontana da tutti. «Gioco con Cristino, il mio amico immaginario».
Io la osservo da lontano e ripenso a quando alla sua età giocavo con il mio cane lupo nero immaginario, Buck. Chissà che fine ha fatto Buck. Era bello e mi proteggeva da qualsiasi pericolo.  
Lei è felice, glielo si legge negli occhi che sorridono.
Io sono felice. Ma soprattutto fortunata, e grata per questi giorni pieni di sale, serenità e amicizia.


Ascolto il rumore del mare e lo amo ancora di più in giorni come questo, quando piove poi c'è il sole poi c'è troppo vento e non si può nemmeno stare in spiaggia.
Adoro del mare la forza delle onde, che mi fa sentire piccina e indifesa.
Così come amo la montagna d'estate, quando cammino, arrivo in alto e mi rendo conto di essere un puntino minuscolo persa in mezzo al verde ma molto più vicina all'azzurro del cielo.


Scrivo tantissimo su due file di word, in uno racconto di me e di altre persone, nell'altro di Sara e Arturo, anzi, di Arturo e Sara, perché è da lui che parte tutto.
Scrivo poco sui social nei quali ho sempre scritto, espresso opinioni, discusso, scherzato. Ho ancora voglia di restare in contatto con le persone, ma non ho più voglia di polemiche che si infiammano subito forse solo perché non ci si guarda negli occhi.
Faccio fatica persino a fare telefonate, perché ho voglia di sguardi, voci, profumi e cose fatte insieme.
Se potessi, andrei a trovare ognuno dei miei amici sparsi nel mondo. E chissà, magari un giorno riuscirò a farlo, magari potrei rispolverare quel sogno che avevo appena tornata dall'Erasmus.
«Non starò mai in un'azienda, viaggerò per tutta la vita» dicevo nel bar dove ho festeggiato la laurea.
Una settimana dopo ero seduta a una scrivania, pronta per il mio stage, felice di iniziare a lavorare.

Ma i sogni sono fatti di un materiale indistruttibile, i sogni restano sempre lì, in fondo al cassetto, a farti ciao ciao con la manina, e sanno benissimo che la loro funzione non è essere realizzati, ma ricordarti quello che eri e che desideravi diventare, anche quando ti guardi allo specchio e fai fatica a riconoscerti i lineamenti.

Qualche giorno fa ho mangiato un'albicocca e mi è sembrato di sentire il sapore e il profumo di un fiore. E poi ho pensato alla canzone di Sergio Endrigo, che cantiamo sempre Guia ed io insieme.

E sì, forse per fare una persona ci vogliono i sogni.

mercoledì 4 giugno 2014

La tua città


La tua città - intendo la città dei tuoi giorni più belli, non per forza quella in cui sei nato - dà e toglie.
Ti dà i pilastri. Quelli fra cui viaggi, che a volte sono ingombranti, e però con loro tu sai che ti orienterai sempre.
Nella tua città cammini al freddo, alzi gli occhi e leggi il nome di una via e nello stesso istante pensi a quando ti chiedevi come la tua mamma riuscisse ad andare ovunque senza mai dover aprire Tuttocittà e poi anche a quel bacio, in quell'angolo preciso. O quella sera in cui sei rimasta a chiacchierare per ore con le tue due migliori amiche. O quel pomeriggio in cui hai pianto, e sei entrata proprio in quel bar a chiedere un succo di frutta.
La tua città è un cumulo di ricordi proiettati su ogni parete. Migliaia di piccoli film sgranati che solo tu puoi vedere.

Che bisogno c'è di andare al cinema, quando posso trovare frammenti di me su ogni pezzo di intonaco di questa città?

La città in cui hai pianto per la morte di Freddie Mercury seduta accanto ai tuoi amici, con la testa fra le mani, è la stessa in cui hai osato fumare una sigaretta davanti ai tuoi genitori quel giorno di marzo in cui ti sei laureata.
È quella in cui incontri un amico che non vedi da quasi vent'anni e tu quasi eviti di salutarlo, perché tanto non ti riconoscerà. E poi lui incrocia il tuo sguardo, ti abbraccia e ti chiama proprio con il soprannome dolce di quelle infinite notti passate a parlare del mondo, della vita, e di cosa avresti voluto.
E l'abbraccio - quanto sono importanti gli abbracci - è sempre lo stesso. Stretto, come se vi foste salutati stamattina alle cinque, tornando su dai Murazzi, con l'alba fucsia dipinta sul Po.
Sapete (o temete) entrambi che non vi rivedrete per altri vent'anni, e nello stesso istante in cui lo pensi vorresti invitare lui, sua moglie e suo figlio a cena da te. A conoscere la tua vita di ora.

Vedi che poi alla fine abbiamo trovato anche noi la felicità?

Eppure sembrava impossibile. Perché si è giovani anche per questo. Si è giovani per sentirsi incompleti, per desiderare qualcosa o qualcuno, e per correre dietro a un sogno sgangherato che è bellissimo proprio perché scivola via.

La tua città forse ti toglie anche qualcosa, ma in questa serata in cui mi sono tuffata nella musica e negli abbracci di tanti anni fa, io non ho nessuna voglia di pensarci, e forse mi verrebbero in mente solo dettagli piccini e sbiaditi.

E io, che ho avuto sempre troppa fretta. Fretta di andare, correre e scoprire. Fretta di raggiungere un domani impossibile.
Io oggi ho capito che non ci sarebbe mai stato questo domani che amo, se non ci fossero stati tutti i miei film proiettati sui muri di questa mia città folle e orgogliosa.

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