martedì 8 luglio 2014

Fare abbastanza


Convivo con la costante sensazione di non fare mai abbastanza. 
Non mi era mai successo. Né sul lavoro, né nei miei rapporti con il resto del mondo.
Da quando sono mamma è così.
Convivo con la sensazione di fare tutto al 70% delle forze. Non riesco a togliermi di dosso la sicurezza di non aver fatto quel poco in più che l'avrebbe resa felice, o ancora più felice. 
Cerco di scegliere il meglio per lei, la stringo forte la mattina quando apre gli occhi, le parlo come fosse un'adulta quando ha bisogno di capire, e la porto - come in questi giorni - in una palestra a Bruxelles a giocare con bimbi che parlano tutte le lingue che lei non sa e che potrebbe imparare. 
La osservo da dietro il vetro e mi rendo conto che i bambini non hanno bisogno di parole. E la vedo sorridere e ridere insieme a tutti gli altri. 
Senza far trasparire la mia paura, le insegno cos'è la turbolenza, e le dico che quando si passa nelle nuvole, queste ci fanno ballare perché sono simpatiche, le dico di guardare fuori dal finestrino e lei mi dice «Guarda, mamma, ci sono tantissime mucche», e non riesco a convincerla che sono case, non mucche, e forse va bene così.
Cerco di interpretare i suoi pensieri, i suoi stati d'animo e le sue insicurezze, e poi però, quando siamo una accanto all'altra davanti alla televisione, so di non aver fatto abbastanza. E non c'è discussione: lo so, ne sono sicura. 

Forse quando diventi mamma ti installano nel cuore questa sensazione, per fare sì che tu faccia sempre qualcosa in più. 
Ma forse poi alla fine l'amore non si nutre di percentuali. 
Forse poi alla fine mi e ci basta quel suo modo di stringermi, quando sembra dirmi «Va bene, mamma, va bene così». 

domenica 29 giugno 2014

Per fare una persona

Lei davanti agli occhi ha quattro riccioli diventati biondi da poco e ha la pelle che appena incontra il sole diventa dorata e rivela il suo essere figlia di quattro regioni ai quattro angoli dell'Italia.
Io ho la pelle bianca che sembra respingere la luce e in spiaggia ho la vitalità di un vampiro svegliato all'improvviso e trascinato per i piedi sulla sabbia fino all'ombrellone.
Lei con gli occhi segue gli occhi dei suoi amici e si fa contagiare dal loro coraggio e affronta le onde, e mi dice «Mamma, guarda, il mare è impazzito!».
Io resto sdraiata sul lettino e ripenso a quando spiaggia voleva dire stare sempre dietro a una bambina che mangiava la sabbia, e riesco persino a leggere libri bellissimi.
Lei a volte rimane a giocare da sola per un po', lontana da tutti. «Gioco con Cristino, il mio amico immaginario».
Io la osservo da lontano e ripenso a quando alla sua età giocavo con il mio cane lupo nero immaginario, Buck. Chissà che fine ha fatto Buck. Era bello e mi proteggeva da qualsiasi pericolo.  
Lei è felice, glielo si legge negli occhi che sorridono.
Io sono felice. Ma soprattutto fortunata, e grata per questi giorni pieni di sale, serenità e amicizia.


Ascolto il rumore del mare e lo amo ancora di più in giorni come questo, quando piove poi c'è il sole poi c'è troppo vento e non si può nemmeno stare in spiaggia.
Adoro del mare la forza delle onde, che mi fa sentire piccina e indifesa.
Così come amo la montagna d'estate, quando cammino, arrivo in alto e mi rendo conto di essere un puntino minuscolo persa in mezzo al verde ma molto più vicina all'azzurro del cielo.


Scrivo tantissimo su due file di word, in uno racconto di me e di altre persone, nell'altro di Sara e Arturo, anzi, di Arturo e Sara, perché è da lui che parte tutto.
Scrivo poco sui social nei quali ho sempre scritto, espresso opinioni, discusso, scherzato. Ho ancora voglia di restare in contatto con le persone, ma non ho più voglia di polemiche che si infiammano subito forse solo perché non ci si guarda negli occhi.
Faccio fatica persino a fare telefonate, perché ho voglia di sguardi, voci, profumi e cose fatte insieme.
Se potessi, andrei a trovare ognuno dei miei amici sparsi nel mondo. E chissà, magari un giorno riuscirò a farlo, magari potrei rispolverare quel sogno che avevo appena tornata dall'Erasmus.
«Non starò mai in un'azienda, viaggerò per tutta la vita» dicevo nel bar dove ho festeggiato la laurea.
Una settimana dopo ero seduta a una scrivania, pronta per il mio stage, felice di iniziare a lavorare.

Ma i sogni sono fatti di un materiale indistruttibile, i sogni restano sempre lì, in fondo al cassetto, a farti ciao ciao con la manina, e sanno benissimo che la loro funzione non è essere realizzati, ma ricordarti quello che eri e che desideravi diventare, anche quando ti guardi allo specchio e fai fatica a riconoscerti i lineamenti.

Qualche giorno fa ho mangiato un'albicocca e mi è sembrato di sentire il sapore e il profumo di un fiore. E poi ho pensato alla canzone di Sergio Endrigo, che cantiamo sempre Guia ed io insieme.

E sì, forse per fare una persona ci vogliono i sogni.

mercoledì 4 giugno 2014

La tua città


La tua città - intendo la città dei tuoi giorni più belli, non per forza quella in cui sei nato - dà e toglie.
Ti dà i pilastri. Quelli fra cui viaggi, che a volte sono ingombranti, e però con loro tu sai che ti orienterai sempre.
Nella tua città cammini al freddo, alzi gli occhi e leggi il nome di una via e nello stesso istante pensi a quando ti chiedevi come la tua mamma riuscisse ad andare ovunque senza mai dover aprire Tuttocittà e poi anche a quel bacio, in quell'angolo preciso. O quella sera in cui sei rimasta a chiacchierare per ore con le tue due migliori amiche. O quel pomeriggio in cui hai pianto, e sei entrata proprio in quel bar a chiedere un succo di frutta.
La tua città è un cumulo di ricordi proiettati su ogni parete. Migliaia di piccoli film sgranati che solo tu puoi vedere.

Che bisogno c'è di andare al cinema, quando posso trovare frammenti di me su ogni pezzo di intonaco di questa città?

La città in cui hai pianto per la morte di Freddie Mercury seduta accanto ai tuoi amici, con la testa fra le mani, è la stessa in cui hai osato fumare una sigaretta davanti ai tuoi genitori quel giorno di marzo in cui ti sei laureata.
È quella in cui incontri un amico che non vedi da quasi vent'anni e tu quasi eviti di salutarlo, perché tanto non ti riconoscerà. E poi lui incrocia il tuo sguardo, ti abbraccia e ti chiama proprio con il soprannome dolce di quelle infinite notti passate a parlare del mondo, della vita, e di cosa avresti voluto.
E l'abbraccio - quanto sono importanti gli abbracci - è sempre lo stesso. Stretto, come se vi foste salutati stamattina alle cinque, tornando su dai Murazzi, con l'alba fucsia dipinta sul Po.
Sapete (o temete) entrambi che non vi rivedrete per altri vent'anni, e nello stesso istante in cui lo pensi vorresti invitare lui, sua moglie e suo figlio a cena da te. A conoscere la tua vita di ora.

Vedi che poi alla fine abbiamo trovato anche noi la felicità?

Eppure sembrava impossibile. Perché si è giovani anche per questo. Si è giovani per sentirsi incompleti, per desiderare qualcosa o qualcuno, e per correre dietro a un sogno sgangherato che è bellissimo proprio perché scivola via.

La tua città forse ti toglie anche qualcosa, ma in questa serata in cui mi sono tuffata nella musica e negli abbracci di tanti anni fa, io non ho nessuna voglia di pensarci, e forse mi verrebbero in mente solo dettagli piccini e sbiaditi.

E io, che ho avuto sempre troppa fretta. Fretta di andare, correre e scoprire. Fretta di raggiungere un domani impossibile.
Io oggi ho capito che non ci sarebbe mai stato questo domani che amo, se non ci fossero stati tutti i miei film proiettati sui muri di questa mia città folle e orgogliosa.

giovedì 29 maggio 2014

Un baule pieno di regali


Ho preparato di nascosto un baule pieno di regali. L'ho costruito io, è di prato verde e cielo blu, e ha la serratura fatta di capelli d'oro e argento chiaro.
Dentro ho messo quel paese pieno di caramelle a forma di ciucci, orsetti e piccole dentiere di cui abbiamo parlato quella volta: è tutto tuo, potrai tuffarti e stare a pancia in su, a guardare le nuvole fatte di zucchero filato.
Ho messo il calore degli amici che non ti abbandoneranno mai, e ho messo anche quell'abbraccio, quello che riconoscerai negli anni, quello che ti farà sentire a casa sempre.
Ho messo una bottiglia del coraggio che hai tirato fuori l'altro giorno, quando hai imparato a saltellare da un cubo all'altro, in quei giardini nascosti fra i palazzi.
Ho messo la curiosità, in tanti piccoli coriandoli. Portatene uno sempre in tasca, e sii curiosa anche di indossare i panni di chi ti sta di fronte. 
Ho aggiunto la paura, in una scatolina. Quella che ti stringe il braccio, e ti fa pensare. E ti presenta lo scenario, una fotografia un po' sovraesposta, con i piccoli dettagli da analizzare piano.
Ho messo un disco pieno di risate. Quelle che suonano come una giravolta e ti tolgono il respiro. Quelle sottili, che ti scappano dalla bocca e cerchi di inseguire. Quelle che ti nascono nel cuore e sono troppo belle per buttarle fuori. Ho messo anche quelle amare, perché così potrai usarle per passare oltre.
Ho aggiunto un mantello trasparente fatta di libertà: indossalo ogni mattina, perché nessuno possa dirti che non puoi volare.
Ho messo anche un barattolo di vernice color dell'ironia. Perché tu possa dipingerti i palmi delle mani, per afferrare tutto senza mai farti male.
Ho messo il sapore delizioso del primo bacio quando ancora deve arrivare, e tu starai lì, con l'anima sospesa e il cuore ballerino.
Ho ritrovato in camera la voglia di credere in un'idea, in un amore e nelle persone, l'ho sprimacciata e l'ho messa nel baule. Ti cullerà la sera, e ti farà svegliare allegra.   
Ho messo la mia foto e quella di tuo padre, e le canzoni pazze ballate con i piedi di velluto. Ho versato con le mani tutte le note, una dopo l'altra, tintinnanti e allegre. 
Ho cucito un planisfero con i ricordi dei nostri viaggi, l'ho ripiegato bene e l'ho messo nel baule. Ci sono tanti buchi, e c'è bisogno dei cieli che vedrai tu domani.
Sono andata a scavare nei miei quattordici anni, ho preso un cuore succoso, pieno di speranza e l'ho messo nel baule. Ti servirà quando il cielo si farà troppo grigio, o quando tutti ti diranno che ormai è finita.
Ma ho preso anche un cuore di biscotto, perché possa sbriciolarsi davanti alle emozioni belle. 
Ho messo la polvere di tutti i sogni che sognerai: era sul tuo cuscino, l'ho raccolta con la paletta che usi in spiaggia.
Ho messo anche delle pastiglie di umiltà: ricordati di prenderle ogni sera, non fare come me, che le appoggio sul comodino e poi mi addormento spesso senza toccarle.
Non ho messo la rabbia, l'invidia e la tristezza, e per sicurezza ho sigillato tutti gli spifferi del baule con il mio amore. Quelle tre cercheranno di entrare in ogni caso, ma ti assicuro che non serviranno a molto.
Ho infilato di nascosto la bottiglia di vino che amo di più al mondo: la berrai fra un po' di anni, e allora potrai sentire il sapore della tua terra e la bellezza delle rose.

Ho impacchettato il baule con la fatica, perché rimanesse appiccicata alle tue mani.

E te l'ho spedito poco dopo averti detto buona notte.


martedì 20 maggio 2014

A lei scappa da ridere


Ehi, tu.
Tu che pensi che la vita sia questione di cicli e arrivi da un periodo bellissimo e quindi ti aggiri con aria diffidente e a ogni pozzanghera osservi bene là in fondo, magari non sono due centimetri ma sono tre metri, e rischi di caderci dentro e lasciare solo le mani là fuori, appese al pavé.
Tu che hai creduto davvero che le amicizie potessero nascere sincere e trasparenti anche a quasi quarant'anni, e poi hai capito che a volte si suona su due scale diverse, e in un attimo ci si ritrova lontane, e dentro i tuoi giorni non trovi tristezza ma una rassegnazione che forse vuol dire, appunto, avere quasi quarant'anni.
Tu che hai deciso di riordinare l'hard disk con tutte le foto e quando ritrovi quelle di New York ti scopri senza pelle e un tramonto arancio-rosa-dorato fra i grattacieli rischia di graffiarti proprio come Magari, quando sei andata a prenderla dal veterinario, la prima sera, e rimani lì, davanti al computer, a rivivere un attimo di quegli anni leggeri.
Tu che incontri ogni giorno persone speciali, e la più speciale di tutte è la città nella quale vivi, ed è speciale perché ha lo sguardo sfrontato di una ragazzina disobbediente che quando la situazione è seria si preoccupa, ma un po' le scappa sempre da ridere.
Tu che senti alcuni politici urlare e ti viene da pensare che forse insegnare a tua figlia a essere gentile, a mettersi nei panni degli altri, a voler bene a chi incontra, sia passato di moda troppi anni fa.
Tu che vorresti parlare a tutte quelle persone incastrate nei loro gruppetti a criticare la vita degli altri con la forza delle loro dita su una tastiera e vorresti consigliare loro di spegnere il computer e pensare alle cose belle che hanno, se le hanno, e poi non lo fai mai.
Tu che non sai come fare la mamma, ogni sera pensi di non essere in grado, e ogni mattina credi ancora di potercela fare.

Ehi, tu.

Avevi guardato le previsioni, dicevano pioggia tutti i giorni, e oggi c'è il sole.

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